In questi primi due giorni, migliaia di visitatori hanno invaso il centro per Terra Madre, mettendo a dura prova traffico e parcheggi. Ma proprio questa invasione racconta una Torino capace di tornare protagonista della scena culturale, enogastronomica e agroalimentare internazionale.

Torino è sotto assedio. Ma questa volta è un assedio fatto di curiosi, appassionati, produttori, cuochi, contadini, delegati internazionali e, soprattutto, di migliaia di persone arrivate in città con una missione molto semplice: assaggiare, conoscere, scoprire.

Terra Madre Salone del Gusto ha trasformato il centro cittadino in un enorme mercato internazionale del cibo e della biodiversità. Da piazza Carlo Felice a piazza Vittorio Veneto, passando per via Roma, piazza San Carlo, piazza Carlo Alberto e piazza Castello, la manifestazione è entrata nel cuore della città e ne ha modificato, per qualche giorno, i ritmi e le abitudini.

Ed è proprio questa la grande scommessa dell’edizione 2026: non portare Torino dentro Terra Madre, ma portare Terra Madre dentro Torino.

Una città intera protagonista

La scelta di utilizzare il centro storico come grande spazio espositivo permette a Torino di fare qualcosa che una struttura fieristica difficilmente potrebbe garantire: presentarsi al mondo mentre presenta il mondo.

Ieri, parlando con persone provenienti da ogni parte del globo, ho potuto apprendere quanto questa città sia stata finora quasi snobbata o considerata ancora solo come una città industriale, mentre il visitatore che arriva a Terra Madre non incontra soltanto produttori e Presìdi, ma attravesra una città ricca di storia, cultura e bellezze architettoniche. 

E c’è un elemento che la rende ancora più particolare: i portici. Torino ne conta circa 18 chilometri, con oltre 12 chilometri di sistema porticato continuo. Sono parte integrante degli assi monumentali che attraversano il centro, da via Roma a piazza Castello, da via Po a piazza Vittorio Veneto. Torino è la seconda città italiana per estensione dei portici dopo Bologna.

In questi giorni quei portici diventano naturalmente parte dell’esperienza di Terra Madre: una grande galleria urbana che consente di muoversi tra stand, piazze e monumenti, spesso senza mai perdere il rapporto con la città.

È una scenografia che non si può costruire artificialmente.

Torino scopre, e fa scoprire, una nuova identità

Il tema scelto per questa edizione, “Biodiversity – Be Diversity”, trova così un’ambientazione particolarmente efficace.

La biodiversità non è soltanto quella dei semi, delle varietà agricole, dei prodotti rari o dei Presìdi. È anche biodiversità culturale. Sono lingue, tradizioni, tecniche di produzione, storie familiari e comunità che arrivano da tutto il mondo e per qualche giorno si incontrano nel centro di Torino.

I numeri raccontano bene la dimensione internazionale dell’appuntamento: oltre 600 espositori, più di 1.500 delegati provenienti da 120 Paesi, oltre 130 Presìdi Slow Food, centinaia di operatori professionali e un programma di oltre mille appuntamenti.

Ma forse il dato più interessante è un altro: questa volta il mondo del cibo non arriva semplicemente a Torino. Il mondo vede Torino.

Una città che negli ultimi anni ha costruito una nuova identità culturale attraverso grandi eventi, musei, design, arte contemporanea, cinema, musica, gastronomia e turismo. Una Torino che non vive più soltanto della propria storia industriale, ma che sta cercando una nuova centralità attraverso la cultura e la capacità di attrarre persone, idee e manifestazioni internazionali.

Il prezzo della città aperta

Naturalmente, una città che si trasforma in un grande evento deve fare i conti con la propria quotidianità.

La concentrazione delle attività nel centro ha prodotto chiusure, deviazioni, limitazioni alla sosta e una forte pressione sul traffico. Il Comune ha predisposto percorsi alternativi e un articolato piano di viabilità, ma nelle prime giornate non sono mancati rallentamenti e difficoltà per chi ha dovuto attraversare o raggiungere il centro in automobile.

È il rovescio della medaglia di una scelta che, dal punto di vista dell’immagine della città, ha invece una forza evidente.

Per un evento costruito lungo un asse urbano così esteso, la soluzione più razionale è utilizzare i mezzi pubblici, con i parcheggi di interscambio collegati alla metropolitana.

Una scommessa che Torino può vincere

Le difficoltà di questi primi giorni sono quindi reali e non vanno nascoste. Ma sarebbe altrettanto sbagliato giudicare Terra Madre soltanto attraverso il traffico o la difficoltà di trovare parcheggio.

Perché basta alzare lo sguardo.

Sotto i portici di via Roma passano visitatori con borse piene di prodotti. In piazza Castello si incontrano produttori arrivati da continenti diversi. Piazza San Carlo diventa uno spazio di assaggi e conversazioni. Via Po conduce verso il Po e piazza Vittorio, mentre intorno continuano a vivere i locali, i caffè, i ristoranti e le attività della città.

È questa la forza dell’operazione.

Torino non ha semplicemente messo a disposizione i propri spazi per un grande evento. Ha accettato di farsi attraversare dall’evento, con tutto ciò che comporta.

E il risultato è una fotografia particolarmente interessante della città: affollata, rumorosa, a tratti complicata, certamente non perfetta, ma viva.

Una Torino che per quattro giorni diventa punto d’incontro tra culture, agricoltura, gastronomia e biodiversità.

Una Torino che il mondo viene a conoscere attraverso il cibo.

E forse proprio questa è la fotografia più bella di Terra Madre 2026: migliaia di golosi e curiosi hanno contribuito a mettere sotto pressione il centro cittadino, ma nello stesso tempo hanno riportato Torino al centro della scena internazionale.

Non è poco.

Per una città che sta costruendo la propria nuova identità culturale, è un segnale importante.

E per Terra Madre, scegliere Torino non significa soltanto trovare una sede per il proprio grande mercato internazionale.

Significa avere a disposizione una città che, con le sue piazze, i suoi portici, i suoi musei, i suoi caffè e la sua storia, può trasformare la biodiversità del cibo in una vera esperienza urbana.