PERCORRENDO LA FILIERA
A cura di GIUSEPPE CREMONESI [ cremonesi.web@asa-press.com ]


Vini
Prima edizione di “Italia in Rosa”


Le prospettive di sviluppo per i vini rosati potenzialmente ci sono. Ma allo stato attuale il comparto è senza strategie, senza marketing, senza una comunicazione adeguata


Avevo in testa un titolo “colto” per raccontare la manifestazione ospitata dal 27 al 29 giugno a Moniga del Garda nella elegante Villa Bertanzi che ha messo in vetrina 250 vini rosati realizzati con 66 vitigni diversi, rappresentativi di 20 regioni italiane proposti da 200 aziende. Volevo infatti titolare questo mio pezzo “ Neo Rinascimento per i rosati”, suffragato dalla sensazione (ripeto, sensazione e non comprovabile realtà) di una certa attenzione al prodotto ed una crescita dei consumi.
Marcia indietro. Più opportuno un titolo banale poiché di roseo c’erano solo i vini ma non certo lo scenario del loro futuro. Ciò è emerso dal clou dell’evento: il talk show (leggi passerella-vetrina di una ventina di relatori) ritenuti i capiscuola di questo specifico comparto enoico. Prima di addentrarmi nel merito, giusto ricordare cosa sono in realtà questi vini e come vengono percepiti nel vissuto quotidiano. Spesso dimenticati dai consumatori, considerati come vini senza una propria identità, i rosati sono invece prodotti con specifiche tecniche e qualità proprie di notevole rilevanza. Ciò malgrado, questa categoria è la più sottostimata e meno considerata nel panorama enologico, addirittura inferiore - lo dicono con brutale evidenza i dati di vendita - dei tremendi vini in brick. Molte le ragioni per le quali non vengono considerati dai consumatori, in primis perché sono vittime di pregiudizi tali da fargli perdere la loro dignità e identità di vino poiché in genere sono stimati né bianchi né rossi, quindi dei non vini o al massimo degli stravaganti blend. Questa convinzione è frutto di una infausta pratica di ristoratori scorretti - e produttori senza scrupoli - che in un passato non lontanissimo erano soliti per l’appunto miscelare bianchi e rossi in modo da creare un orrendo vino dal colore rosato. Pratica questa che fortunatamente ai giorni nostri è vietata per legge in tutti i Paesi vinicoli del mondo. Gli unici vini rosati che possono essere prodotti in questo modo sono i vini base utilizzati per la produzione di spumanti. Se tutto ciò è vero, com’è vero, occorrerebbe che qualcuno spiegasse ai consumatori che i vini rosati sono creati mediante tecniche specifiche e con l'intento dichiarato di produrre un vino dal colore rosa più o meno accentuato e pertanto non devono essere considerati come vini inferiori o di incerta classificazione. Spiegarlo al consumatore e non in sede di convegni, tavole rotonde, simposi o talk show dove i presenti e partecipanti sono quei produttori, enologi, master wine et similia che il contesto lo conoscono benissimo. Si dirà: c’è la stampa quasi sempre invitata a dover fungere da comunicatrice. Vero, però la stampa dovrebbe essere in grado di poter accedere a dati reali per parlare del soggetto, altrimenti, come succede, e succederà, registrerà l’evento, dirà che c’era questo, c’era quello, che le degustazioni sono state copiose e interessanti. I colleghi più preparati si scateneranno su sentori di viola mammola, sulla freschezza erbacea, sulla tradizione radicata in certe aree (vedi le due sponde gardesane – Chiaretto e Bardolino Chiaretto, piuttosto che abruzzesi – Cerasuolo, o atesine - Lagrein Kretzel, o quelli Salentini, e via salmodiando.
In realtà sarebbe utile capire come va il mercato, qual è il volume produttivo dell’intero comparto e il peso economico che sviluppa sia sul mercato interno e all’estero; quali sono le tendenze, le modalità e i momenti di consumo, i prezzi, verificare se l’identificazione di vino per le “donne”, cavalcata da molti, sia corretta e non un vincolo. Sarebbe utile, e così tutti noi scriveremmo cose più sensate e meno “pubblicitarie”. Ma oggettivamente non possiamo. Non c’è uno straccio di Ente pubblico (leggi Ente Vini o il settore delegato del Mipaaf), di istituto di ricerca o osservatorio dei consumi (leggi Istat, Ismea, Iri Infoscan, ecc), di giornale cartaceo o web specializzato (Corriere Vinicolo, Civiltà del Bere, Wine news, Enotime ecc) in grado di fornire alcun dato reale in merito. Andiamo tutti a spanne e a sensazioni. Sembra che i rosati con le bollicine si vendano benino, che l’export del rosati gardesani faccia faville. Sembra. Perché lo dicono i produttori che orgogliosamente sparano cifre a cui fare atto di fede. Sembra, perché lo affermano alcuni ristoratori delle aree turistiche che pongono in lista qualche rosato a 20/25 euro. Non lo giurano però gli enotecari che tengono “di scorta” qualche bottiglia perché non si sa mai. E siamo ai prezzi: nel talk show il bravo collega Bruno Donati che l’ha condotto e organizzato, già prima firma di “Civiltà del Bere”, ha precisato che il prezzo medio in enoteca di un buon rosato varia dai 7 ai 10 euro. Al ristorante non è così e i vergognosi ricarichi valgono anche per questa tipologia, presso i canali della distribuzione organizzata il prezzo medio è di 3 euro, e allora? Insomma un bel po’ di confusione c’è, più o meno la stessa che esiste peraltro tra i vari produttori sia sulle tecniche produttive sia per i target di riferimento. Sempre in occasione del talk show c’è chi ha detto di produrre rosati che devono avere una vita di non oltre 4 mesi, chi ha sostenuto che possono sopportare egregiamente l’invecchiamento per anni; e ancora, chi fa orgogliosamente ampio uso delle barrique, chi le aborre; chi si è convertito al tappo a vite rinunciando al sughero (l’autorevole rivista Decanter proprio in questi giorni ne …”decanta” i pregi) chi pensa sia un vino per signore (il rosa aiuta), chi reputa sia trasversale, chi l’ha pensato per tutto pasto, chi sintetizza sia speciale come aperitivo, sul sushi e sullo speck. Di positivo nessuno ha azzardato che funzionerebbe anche con lo stracotto d’asino.
Come chiosare: so che è utopistico ma è bello immaginare che, quantomeno i maggiori produttori, si unissero in una sorta di cartello (un paio di consorzi già esistono ma ovviamente ognuno fa per sè) per fare della buona e corretta promozione per tutti i rosati d’Italia. Che cessasse il birignao di non far entrare nei supermarket i propri vini perché non meritano quel canale “troppo popolare” (è successo per anni coi rossi e coi bianchi che poi restavano in cantina). Utopie naturalmente.

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