Il fermo pesca in Adriatico, che dal 16 agosto si estende anche al tratto tra San Benedetto e Bari dopo lo stop già in vigore da Trieste ad Ancona, priverà i consumatori di una parte importante di prodotto fresco italiano. La misura – destinata poi a interessare tutto il Paese tra settembre e ottobre – è necessaria per garantire il ripopolamento del mare, ma inevitabilmente apre interrogativi e perplessità.
Anche Coldiretti, intervenuta sull’argomento, pur esprimendo preoccupazione rassicura: sulle tavole non mancherà il pesce nazionale, proveniente da piccola pesca, acquacoltura e zone non soggette a fermo. Ma la realtà è che già oggi il nostro Paese dipende per il 90% dalle importazioni, con 840 milioni di chili di pesce estero contro i 130 milioni pescati in Italia. In questo contesto, distinguere tra pescato nazionale e prodotto straniero diventa per il consumatore un esercizio complesso.
Le etichette, purtroppo, non aiutano sempre: per il pesce fresco non compare la dicitura “Italia”, ma la sigla della zona FAO, nel caso del Mediterraneo “Fao 37”. Nei ristoranti, infatti, l’indicazione dell’origine è assente, mentre solo i prodotti di acquacoltura riportano il Paese. Un quadro questo che rende difficile orientarsi, soprattutto per chi non conosce la stagionalità delle specie disponibili. In questo periodo, ad esempio, è particolarmente italiano il pesce azzurro: alici, sarde, sgombri, le triglie e le seppie, mentre lo stesso non si può dire per merluzzi o rombi, la probabilità che questi pesci arrivino dall’estero è molto alta.
Da qui i dubbi legittimi del consumatore: come evitare di acquistare inconsapevolmente pesce di dubbia provenienza o qualità inferiore? Con alcuni accorgimenti però si possono ridurre i rischi: leggere con attenzione le etichette, informarsi sulla stagionalità delle specie, prediligere pescherie di fiducia e chiedere sempre chiarimenti sull’origine. Non dimentichiamo comunque che oltre a scegliere prodotti certificati una valida strategia può essere quella di scegliere prodotti dell’acquacoltura nazionale.
Guardando con ottimismo il bicchiere sempre pieno, il fermo pesca ci deve servire per ricordare una verità spesso dimenticata: la ricchezza del mare non è infinita e la sostenibilità va difesa. Senza trasparenza e informazioni chiare, il consumatore resta l’anello debole della filiera.



























