ATTORNO ALLA TAVOLA
A cura di CARLO PASSERA [ passera.web@asa-press.com ]


LA CRISI SI SIEDE A TAVOLA

“Gli abitanti della Penisola sono spaventati dai continui rincari dei principali generi alimentari, vivono sulla propria pelle una crescita dei prezzi che appare ormai incontrollabile, perciò hanno addirittura modificato il loro menù a tavola (quattro su dieci persino «in modo drastico»)”. Queste parole vi dicono niente? Per dirla col Manzoni, i miei 25 lettori riconosceranno nella frase appena riportata l’incipit di un articolo apparso su questa rubrica giusto un anno fa; si citavano i dati di una inchiesta Coldiretti-Swg “Le opinioni di italiani e europei sull'alimentazione”, che tratteggiava a tinte abbastanza fosche scenari di diverse scelte alimentari al cospetto di una crisi economica che, per quanto allora ancora sottaciuta, appariva già incombente. E ora, un anno dopo, che succede giacché nella crisi di cui sopra siamo ormai sprofondati fino ai capelli? Per capire se e come stia cambiando lo stile di vita a tavola dei nostri connazionali giunge puntuale un’ulteriore indagine Coldiretti-Swg, presentata nel corso del recente Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione. Obiettivo: studiare il trasferimento degli effetti delle difficoltà dai mercati all’economia reale. Anzi, alla buona tavola di tutti i giorni.
La nuova ricerca tende a confermare aspetti già emersi in quella precedente, a iniziare dalla stima di questi soliti quattro sensibilissimi italiani su dieci (il 37 per cento per la precisione) per i quali il crack finanziario globale ha provocato un cambiamento delle abitudini alimentari. Dall’indagine si evidenzia che tale situazione fa addirittura più paura di una guerra e sono proprio la necessità di risparmio e il bisogno di sicurezza i fattori che spingono al cambiamento. Quest’ultimo per oltre la metà delle risposte si manifesta nel tipo di alimenti acquistati e nei luoghi in cui si fa la spesa, ma anche nell’attenzione alla provenienza dei cibi e nella lettura delle etichette (40 per cento). I nuovi comportamenti di acquisto sono giustificati dal fatto che la spesa alimentare è la seconda voce dopo l’abitazione e assorbe il 19 per cento dei costi mensili totali delle famiglie, per un valore di 466 euro al mese destinati nell'ordine principalmente all'acquisto di carne per 107 euro, di frutta e ortaggi per 84 euro, di pane e pasta per 79 euro e di latte, uova e formaggi per 62 euro, pesce per 42 euro, zucchero, dolci e caffè per 32 euro, bevande per 42 euro e 18 euro per oli e grassi. Se complessivamente sono stagnanti le quantità acquistate, si sono verificate variazioni nella composizione della spesa con più pollo e meno bistecche: si sono ridotti i consumi di pane (-2,5 per cento), carne bovina (-3,0 per cento) frutta (-2,6 per cento) e ortaggi (-0,8 per cento), mentre tornano a salire quelli di pasta (+1,4 per cento), latte e derivati (+1,4 per cento) e fa segnare appunto un’impennata la carne di pollo (+6,6 per cento). Le vendite sono in netto calo nei negozi al dettaglio specializzati e stabili negli ipermercati, mentre crescono esclusivamente, fatta eccezione degli hard discount, i mercati rionali, le bancarelle e soprattutto gli acquisti diretti dai produttori. Un boom giustificato dal fatto che per una buona maggioranza degli italiani (48 per cento) gli aumenti dei prezzi sono imputabili ai passaggi intermedi dal produttore al consumatore.
Quasi 2/3 degli italiani (il 64 per cento) si difende così dai rischi alimentari e dal caro prezzi acquistando cibi locali, che risentono meno dei passaggi suddetti e offrono maggiori garanzie di freschezza e genuinità. Su questo l'Italia è peraltro in forte ritardo: nonostante i primati produttivi e qualitativi nell'offerta agroalimentare nazionale, l'86 per cento delle merci viaggia su strada ed è stato stimato che un pasto medio percorre più di 1.900 chilometri per camion, nave e/o aeroplano prima di arrivare sulla tavola, al punto che spesso ci vogliono più calorie di energia per portare il pasto al consumatore di quanto il pasto stesso provveda in termini nutrizionali. Senza contare i rischi: rimane infatti alta la preoccupazione per la contaminazione dei cibi per effetto dei recenti scandali alimentari come la melamina nel latte cinese e i formaggi contraffatti.
Insomma, ci si fida di meno e non sorpende dunque che, nonostante le difficoltà economiche, gli effetti della crisi finanziaria non si facciano sentire sui prodotti di elevata qualità e cresca dell’8 per cento la percentuale dei cittadini che acquista regolarmente prodotti a denominazione di origine (sono il 28 per cento) e del 23 per cento di quelli che comperano cibi biologici, i quali però interessano una fetta più ridotta della popolazione (il 16 per cento). Insomma: risparmio sì, ma mai rinunciando alla qualità e alla salute.


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