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ATTORNO
ALLA TAVOLA
A cura di CARLO PASSERA [ passera.web@asa-press.com
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NON FACCIAMO I POLLI
E’ sano, nutriente, a buon mercato, impermeabile ai tabù
religiosi, universalmente apprezzato, lo si gusta con le mandorle in Cina,
al coccio in Indocina, fritto a Cuba, al curry in India, nelle tortillas
in Messico, con limone e olive in una delle più deliziose tajine
del Marocco... La sua carne bianca, asciutta, soda, compatta e delicata,
è duttile: può essere consumata arrosto, bollita, brasata,
stufata, grigliata, al vapore, disossata e farcita, saltata a straccetti,
a spezzatino in fricassea, brasata. E’ sempre gustosa, che sia scaloppina,
involtino, spiedino, fagottino, crocchetta, base per il ripieno, terrina,
mousse, sformato, polpetta, salsiccia, ragù, galantina. Si abbina
tranquillamente con ogni sorta di verdura, con formaggi morbidi e stagionati,
con legumi, con riso e cereali. Apicio la gustava con pane di avena, miele,
aceto, formaggi, pinoli, capretto e olio; Enrico IV di Francia la faceva
bollire con molti legumi freschi e prosciutto affumicato per poi consumarla
con uova e altro prosciutto; Napoleone nella celebre versione “alla
Marengo”, ossia saltata in padella con olio d’oliva e vino
bianco. Ha molte, moltissime proteine; pochi grassi e di buona qualità;
una elevata digeribilità; un ragionevole apporto calorico. Per
questo è adatta a persone di tutte le età, così come
agli sportivi. Lo diceva anche Athelme Brillat de Savarin: mangiandola,
«si è certi di trovare un alimento leggero, saporito, e che
conviene ugualmente al convalescente e all’uomo che gode della più
robusta salute». D’altra parte è certamente sano: rigide
normative Ue ne disciplinano l’allevamento e ne impongono la tracciabilità.
E, al di là delle norme comunitarie e del loro recepimento da parte
dei singoli Paesi dell’Unione, la sicurezza del prodotto è
garantita, prima di tutto, dall’elevato standard qualitativo della
filiera italiana in tutte le sue fasi. Per finire, una delle ragioni principali
della sua diffusione planetaria è la sua innegabile convenienza
economica: costa poco, costa sempre meno e gode certamente del miglior
rapporto tra prezzo e contenuto proteico.
Ma allora, tutto ciò considerando, rimane senza risposta una domanda:
perché in Italia si mangia così poco pollo (perché
di questa carne, l’avrete certo capito, stiamo parlando)? Il nostro
Paese è il quinto produttore europeo di questa carne, con una quota
che sfiora da vicino il 10 per cento del totale continentale; dopo gli
“anni bui” della psicosi-aviaria, il mercato si sta lentamente
riprendendo sia sul lato dell’offerta, che su quello della domanda.
Eppure rimaniamo in fondo alla classifica continentale in quanto a consumi,
con 16,0 chili annui a testa, distanti anni luce da Paesi come Irlanda
(34 chili), Spagna (31,5), Gran Bretagna (30,0), Portogallo (29,5) e Polonia
(24,0), e molto sotto anche la media Ue (22,2 chili). Peggio: dopo la
Grecia (-16,3%) e l’Austria (-8,4%), il nostro è stato il
Paese che ha subito la più forte riduzione dei consumi, con un
terribile -7,5% nel periodo 2005-2006. Motivo? L’insensato crollo
di fiducia nei consumatori italiani sulla sicurezza delle carni avicole,
provocato dallo scoppio dell’influenza aviaria in alcuni Paesi del
Sudest asiatico, peraltro lontanissimi, non solo geograficamente, dall’Europa
- e in particolare dall’Italia - per quanto riguarda gli standard
di qualità e di sicurezza dei processi produttivi. Ovviamente l’aviaria
nel nostro Paese ha dato traccia di sé solo nella peggiore informazione-spettacolo
televisiva. Così che, davvero, il fuggi-fuggi dalla carne di pollo
può essere spiegato solo con tristi considerazioni sociali: siamo
il popolo più disinformato, irrazionale e isterico di tutti. Ovvero,
i veri polli siamo noi.
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