TERRITORIO E VITA DALLO SPAZIO
A cura di ENZO LO SCALZO [ loscalzo.web@asa-press.com ]



L’Europa si sta surriscaldando...

(spunto di riflessione iniziato da un primo articolo apparso Le Figaro Economie, 18 luglio 2007)

L’esplosione della domanda di prodotti alimentari in Europa e l’aumento dei prezzi incita Bruxelles a rivedere i meccanismi di sostegno... Soltanto in Francia un milione d’ettari può essere liberato dall’obbligo di restare a riposo coatto... e anche le quote latte potrebbero scomparire dall’impegno di contenimento della produzione... con pace per i produttori italiani dentro e fuori quota.

Intanto Bruxelles ha preso la decisione di esonerare le estensioni agricole messe obbligatoriamente a riposo per il 2008, per ora un anno di ripresa di produzione... I biocarburanti tirano i prezzi e occorre convenire su una nuova politica agricola... Il resto dovrà essere definito nel corso delle prossime riunioni assembleari a cui

Questi titoli e sottotitoli, cerchiamo di entrare nel merito.


Eliminazione della riserva incolta

Il territorio obbligatoriamente messo a “riserva non coltivata” sia per un’applicazione della rotazione di coltivazione che per il controllo delle produzioni sovvenzionate, rappresenta circa 3,5 milioni d’ettari di terreno.
Il vincolo era stato creato nel 1992 dal PAC per rispondere soprattutto alla logica di sovra produzione. In questi anni il livello degli stoccaggi di riserva di cereali è ai minimi storici degli ultimi trent’anni per il mais e degli ultimi 12 anni per il frumento, mentre i prezzi sono ai massimi storici, grano e mais al massimo degli ultimi dieci anni, superando i picchi del gennaio del 2004.

Non sono pochi gli esperti che pensano che questa bolla sia di fatto strutturale e che possa durare a lungo, tanto da sostenere la tesi con la constatazione del continuo aumento della popolazione mondiale e con la crescita della domanda di biocarburanti, anche se più pressante negli Stati Uniti che in Europa.

Altri esperti sono di diverso parere: riporta Le Figaro che la fiammata di prezzi sia dovuta all’effetto stagionale del clima (siccità pronunciata in Australia) e che i biocarburanti di seconda generazione potranno limitare la pressione su grano e mais.

Si tratta di due tesi speculari che portano a conclusioni differenti le cui radici si basano su ipotesi per alcuni divenute certezza di tendenza, per altri eventi di stagionalità.

Su queste basi, la CE ha deliberato di limitare per ora al 2008 l’eliminazione della riserva non coltivabile, decisione che ha accontentato anche Francia, Polonia, Germania, Spagna, Svezia che puntano sulla necessità di costruire un nuovo regolamento nel durante. L’occasione della disponibilità della riserva non coltivabile per l’Europa è di consentire di “scaricare la zavorra...”. dal settore, abituato a godere i finanziamenti per “non produrre”...

La Francia conserva il ruolo di co-protagonista europeo della strategia agroalimentare: il settore rappresenta un caposaldo della politica europea francese e spagnola, al contrario di quanto abbia poco pesato l’inconsistenza italiana d’improvvisazione e rincorsa unicamente mirata alle contribuzioni, spesso dilapidate, come dimostra la storia agroalimentare del paese – e conterebbe di destinare 1,1 milioni d’ettari in riserva alla coltivazione di grano e mais per una produzione d’altre 10 milioni di tonnellate che si aggiungerebbero ai 60 milioni annuali.

Domanda alimentare ed energetica

Gli esperti del sindacato francese non sono certi che la misura sia sufficiente ad abbassare la pressione sui prezzi e commentano che “non è sufficiente aprire le valvole come all’OPEP per stabilizzare il livello dei corsi”... ed invitano a tener conto che su 1,1 milioni d’ettari è già in corso la produzione di materie prime per biocarburanti e di fibre tessili tecnologiche naturali per oltre 400 mila ettari... I restanti 700.000... comprendono anche fasce di rispetto per ragioni ambientali e difesa contro incendi e alluvioni...

Nel 2006 il 55% degli aiuti versati dalla CE agli agricoltori in Francia non è stato legato alla produzione ma al rispetto di certi criteri ambientali. Isolato nel suo ruolo di “giardiniere del paesaggio”, l’agricoltore francese ha perso progressivamente l’attenzione “alla vocazione di nutrire il pianeta”, cioè all’aspetto produttivo che invece torna seccamente alla ribalta in questi mesi (Thiébolt Dromard)

L’andamento dei prezzi a Parigi è illustrato dai grafici pubblicati che dal gennaio 2004 al luglio 2007 comportano variazioni della quotazione per tonnellata rispettivamente da 105 e 115 Euro ad oltre 180 Euro.

La fiammata di aumenti in corso tocca l’intera gamma di prodotti, mais + 52%, soia + 40%, farina di latte +85%. Oggi per coprire i consumi nazionali mancano 100 mila mucche e 3,8 milioni di litri di latte, tanto che la pressione per la cancellazione delle quote a Bruxelles sta prendendo consistenza.

Quest’anno sono stati già immessi in produzione in Europa dalla CE 3,5 milioni d’ettari, con previsioni di ricupero di produzione più ottimistiche di quelle del sindacato francese che arriva a 17 milioni di cereali, non ancora sufficienti ma in grado di calmierare listini e borsa e concedere qualche mese a corsi accelerati d’economia e finanza agroalimentare a cui già oltre 5000 agricoltori si sono immediatamente iscritti.

Per la prima volta tutta la filiera agroalimentare è coinvolta nelle riunioni di negoziazione delle tariffe doganali a Bruxelles: la Grande Distribuzione e l’industria ed agricoltura ciascuno con i propri interessi. La disputa è rappresentata da chi si debba prendere carico degli aumenti!

La prima risposta della GD è stata la proposta d’abbassamento del 3% dei prezzi in due anni da parte dei marchi leader di mercato in cambio della possibilità di tenere gli scaffali aperti alla domenica e semplificare le procedure di apertura di nuovi punti di vendita. Il governo vorrebbe mettere in atto la sospensione delle imputazioni dei margini di contribuzione arretrati concessi nel passato per bilanciare il conto economico. Si sta discutendo con rapidità tanto da avere preso in contropiede il movimento di Bovè e dei suoi seguaci.

La riforma delle autorizzazioni all’apertura di nuovi negozi di grande superficie – richiesta da Bruxelles – resta l’altra tappa della negoziazione in corso.

Dibattito sui prodotti alimentari OGM

Anche se in Francia gli OGM non sono un tabù per la comunità scientifica e gli esperti di settore, le azioni di disturbo e di vandalismo localmente portate a compimento dal gruppo di Bové occupano molto spazio nei media. A fine luglio 2007, 500 “volontari” sono in assemblea nel Finistere per decidere il da farsi, dopo l’annuncio che gli agricoltori francesi sono sempre più allettati dal richiamo commerciale di mais OGM destinato all’alimentazione animale.
Ieri sera (TG3 delle 19 del 26.07) la decisione è di continuare a dimostrare...

Lo scorso anno l’Istituto tecnico Arvalis aveva confrontato tredici campioni di terreni per determinarne il tenore di tossine fumonisina (molto più virulenta delle comuni aflatossine) tra OGM e mais non modificati riscontrando concentrazioni inferiori per lo meno del 45% a condizioni di debole presenza fagociti e del 58% nei terreni fortemente contaminati dagli insetti.
I tenori di perdita di peso in mais OGM vanno da 0,6 a 1,3 mgr/kg in confronto a 1,1 e 3,1 mgr/kg per Kg di mais del non trattato. La norma europea impone una perdita massima di 4 mgr per kg, che sta entrando in vigore a partire dal prossimo ottobre.

Queste micotossine sono emesse in corso di fermentazioni di decomposizione alla superficie di varie derrate alimentari. Tra queste le aflatossine, presenti appunti nei cereali e nella frutta secca, sono particolarmente pericolose per l’uomo e per gli animali d’allevamento e sono tenute sotto stretta osservazione e controllo dall’ispettorato veterinario francese. Marc Mennessier, in un articolo sempre nel Le Figaro (25.07), si domanda come mai il principio di precauzione non venga adottato anche nei casi in cui l’uso andrebbe a favore dei fattori di rischio dei prodotti OGM...

Gli ettari destinati alla sperimentazione in Francia di mais OGM nel 2006 sono stati 4.520, passati a 21.200 nel 2007, rappresentando il 0,75% dei 2,9 milioni d’ettari seminati a mais (dato di AGPM, associazione generale dei produttori di mais), per una raccolta complessiva stimata in 13 milioni di tonnellate, di cui circa la metà è consumata dai produttori di mangimi animali.

Nei prossimi anni (ma forse mesi) si prospetta pertanto una tendenza all’allineamento d’opinione di AGPM con i produttori di mais del nord e sud America, dove la caratteristica che genera le insurrezioni dei seguaci di Bovè in Francia e delle associazioni verdi in Italia non è considerata negativamente.

Il presidente di AGPM, riporta il suo direttore generale Luc Esprit, rimprovera ai mass media di dare troppo spazio ai processi giudiziari contro i ribelli alla coltivazione OGM quale dimostrazione di coscienza “democratica” più che a proposte d’addebito diretto alle singole persone dei danni apportati, che in genere restano impuniti.

La posizione italiana

Ho avuto occasione di acquisire la convinzione, condivisa con docenti universitari di storia dell’agricoltura, di una carenza nazionale di impostazione di strategia agroalimentare almeno fino agli anni 70, ma del novecento.

Ci si barcamena stagionalmente con dibattiti quasi di piazza sul tema OGM e sospetti di nocività invece di dare fiato, con spazio e microfono, a quei ricercatori che operano professionalmente e scientificamente in silenzio coatto di campi e laboratori. Tutto accade senza una strategia magari anche da dibattere che tenga conto di ogni sinergia tra fortuna del territorio, eccellenti possibilità di scambio, favore della natura e buon livello di formazione scientifica iniziato ben prima della fondazione del Regno.

Tolto il ventennio dittatoriale che aveva messo per qualche lustro il dito nella piaga dell’improvvisazione e aveva sviluppato piani di ricupero di territori e tecnologie, il settore è rimasto solo con se stesso e alla mercè della burocratizzazione degli strumenti di sostegno che in Europa hanno elargito nominalmente importantissime risorse.

Forse prima del Regno eravamo più felici? Non pare. La storia dell’agricoltura del penultimo secolo, ricostruita con fedeltà, porta ad amare conclusioni. Da newsletter del settore, riprendo la sintesi dell’indagine svolta:

LA RIVOLUZIONE RURALE NELL’OTTOCENTO, OVVERO AGRICOLTURA COME MANIFATTURA, di Alberto Grimelli

Un progetto di ricerca durato più di un decennio, per due preziosissimi volumi che raccolgono dati e informazioni rare. Si ripercorrono le tappe dello sviluppo agricolo ma sono l’istruzione agraria e la nascita delle professioni il fulcro di un’opera senza precedenti, un compendio ricco di curiosità
(16 Aprile 2005 TN 15 Anno 3)

I contenuti e la struttura dei volumi risultano ricchi di curiosità, dati e informazioni che arricchiscono la cultura generale e forniscono un quadro sull’alba dell’agricoltura moderna che vede, tra le sue più solide basi, proprio l’istruzione tecnica e la nascita di nuove competenze.

“L’ottocento rappresenta un momento storico di grande rilievo, segna una svolta, l’industrializzazione, la caduta di modelli di società vigenti da secoli, la nascita di nuove filosofie e ideologie. Anche nel mondo rurale tra ‘700 e ‘800 esiste una discontinuità, “le innovazioni, nel settore agricolo, camminano di certo più lentamente che in quello industriale.”
Una delle rivoluzioni più profonde e durature dell’ottocento sono le prime esperienze dell’insegnamento agrario, il sorgere d’istituti e scuole superiori d’agricoltura, la nascita delle professioni tecniche.

“Nel corso della prima metà dell’ottocento non solo s’intensifica il dibattito sulle condizioni dell’agricoltura italiana, ma si assiste alla comparsa d’iniziative nuove, che coinvolgono le élite sociali ed intellettuali e che sfociano nella creazione di istituzioni formative. In particolare, i 15-20 anni che precedono il Quarantotto rappresentano il periodo nel quale nascono in Italia le prime scuole teoriche-pratiche d’agricoltura i cui promotori (privati o locali) si pongono esplicitamente il problema del rapporto tra istruzione, formazione e sviluppo agricolo.”.

L’opera fornisce un quadro generale di riferimento non solo per Italia ma anche per Francia e Inghilterra.

Nel 2000 il vantaggio dell’osservazione spaziale in grado di scuotere la pigrizia tradizionale - si dice che la terra sia bassa, per dire che solo a fatica si riesce a domare – è l’occasione per un approccio razionale e scientifico all’analisi dei punti di forza e debolezza del sistema europeo nella specificità delle singole nazioni. Non sono ammissibili finzioni né scuse di non conoscenza, di fattori di competitività imprevedibili, di richiesta d’elasticità, di qualità, di volumi, di scorte, d’economie di gestione del patrimonio, dalle biodiversità alle opportunità logistiche, proprio ad ogni territorio.

Il persistente disinteresse all’evoluzione scientifica, industriale, competitiva delle capacità produttive e della destinazione dei prodotti non solo destinati all’alimentazione umana ed animale deve cedere il passo a un quadro d’insieme collettivamente approfondito dal dibattito e dal confronto degli interessi con i protagonisti veri, i consumatori, non solo con quelli che fanno più chiasso.

Lo sguardo dall’alto allo stato d’abbandono medio di parti del territorio nazionale, non in tutte le regioni, ma che le tocca di fatto tutte per la varietà geologica e la dipendenza dai fattori esterni presenti nel pianeta, richiederebbe di prestare la massima attenzione agli strumenti esistenti, di cui si pagano anche i conto della spesa. I programmi d’osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea rappresentano uno strumento indispensabile per una gestione intelligente del pianeta, ma soprattutto del territorio di quest’Europa sempre pronta ad essere opportunisticamente furba a danno di stessa.

E’ altrettanto risibile che la preparazione dei comunicatori non venga anche preceduta ed accompagnata dalla preparazione alla strategia della comunicazione, per mettere le direzioni responsabili a confronto con il dovere servizio di formazione alla cultura e la promozione a medio lungo termine della comunicazione scientifica.

Anche trent’anni fa, con l’adozione de computer quale strumento di servizio non solo tecnico ma anche per uso della gestione, non solo fecevamo frequentare i corsi di formazione agli addetti ai lavori, in primis alle segretarie, ma anche ai dirigenti perchè si rendessero conto di quali strumenti l’uomo comune potesse usufruire per essere o diventare sempre più homo sapiens.

Enzo Lo Scalzo, ASA - AA
27 luglio 2007



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