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Mozzarella
di bufala campana: positivi i risultati del Piano di Controllo
Boom all’estero
di frutta e verdura made in Italy
Apofruit
annuncia altri investimenti
Protocollo
d’intesa tra Ministero della Difesa e INRAN
Il week
end ideale dell’enoturista
Restaurant
Magazine” dà i voti alla ristorazione mondiale

Mozzarella
di bufala campana: positivi i risultati del Piano di Controllo
Si
è conclusa la seconda fase del Piano di controllo ufficiale
predisposto dal Ministero della salute, in collaborazione con la
Regione Campania, per la determinazione dell’ampiezza del
fenomeno di contaminazione da diossina della mozzarella di bufala
prodotta in detta regione. Il Programma di campionamento, approvato
dalla Commissione Europea, prevedeva:
· una prima fase il controllo degli allevamenti conferenti
il latte bufalino nei caseifici ubicati nelle province di Caserta,
Napoli ed Avellino,
una seconda fase: il controllo del latte bufalino nelle province
di Salerno e Benevento
· una terza fase, sulla base dei riscontri analitici, il
controllo di altre filiere produttive quali la bovina ed ovicaprina.A
conclusione di questo percorso, effettuato in tempi veramente brevi,
i risultati hanno evidenziato che il “problema diossina”
esiste in modo circoscritto e comunque in misura ridotta rispetto
a qualche anno fa, quando i riflettori dei mass-media, della comunità
nazionale e internazionale, non erano puntati sulla Regione Campania,
attirati dall’“emergenza rifiuti urbani”.Le attività
di controllo ufficiale, condotte in Campania, hanno permesso, grazie
alle negoziazioni condotte dal Ministero degli Affari Esteri, sulla
base delle informazioni e della documentazione fornita dal Ministero
della salute, di limitare, da subito, le ripercussioni negative
legate alla commercializzazione dei prodotti lattiero caseari provenienti
dall’intero territorio italiano, quali ad esempio Corea del
Sud, Cina, Giappone, Hong-Kong e Taiwan. Il Ministero della Salute
è intervenuto, inoltre, sulle Autorità di quei Paesi
terzi, nostri partner commerciali, con cui sono stati instaurati
rapporti improntati a reciproca fiducia, quali: Argentina, Australia,
Bielorussia, Brasile, Canada, Cile, Croazia, Emirati Arabi Uniti,
Federazione Russa, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Stati Uniti
d’America, per fornire tutte le informazioni disponibili;
ciò ha fatto si che detti Paesi non adottassero alcun provvedimento.
Grazie all’impegno profuso, da tutti i soggetti coinvolti
nella predisposizione ed attuazione del Piano (Ministero, Regione,
Servizi veterinari delle Aziende sanitarie della Campania) è
stato scongiurato il pericolo dell’applicazione della “clausola
di salvaguardia” nei confronti dell’Italia da parte
della Commissione Europea.
Non va dimenticato il ruolo svolto dagli Istituti zooprofilattici
sperimentali di Napoli e di Brescia e dell’Istituto Superiore
di Sanità e del Centro di referenza nazionale per le diossine
dell’Istituto di Teramo, nonché del Consorzio Interuniversitario
Nazionale “La chimica per l’ambiente” di Porto
Marghera e di un laboratorio privato di Amburgo, proposto dalla
stessa Commissione U.E., che hanno fornito la loro piena collaborazione
ai fini dell’attuazione di detto Piano favorendo il raggiungimento
degli obiettivi nel più breve tempo possibile.I risultati
Nel corso della prima fase, che ha coinvolto le province di Napoli,
Caserta e Avellino, sono stati prelevati in 173 caseifici 271 campioni
di latte, provenienti da 646 diversi allevamenti.Alla luce dell’interpretazione
degli esiti analitici, effettuata dall’Istituto Superiore
di Sanità e dall’IZS dell’Abruzzo e Molise, Laboratorio
Nazionale di referenza per le diossine, sono risultati conformi
232 campioni, pari all’85,6%, mentre 39 campioni (pari al
14,4% degli esaminati) sono risultati non rispondenti ai limiti
cautelativi fissati in via provvisoria dal piano concordato con
le autorità comunitarie .Ciò ha permesso di individuare
102 allevamenti potenzialmente contaminati che sono stati già
posti sotto sequestro sanitario. Nella seconda fase del piano di
campionamento, che ha interessato le province di Salerno e Benevento,
sono stati prelevati 116 campioni di latte da 67 diversi caseifici,
interessando 313 allevamenti. Tutti i campioni analizzati sono risultati
conformi. Ciò ha confermato che tali province non sono state
interessate dal fenomeno della contaminazione da diossina. Negli
allevamenti conferenti latte ai caseifici in cui è stato
riscontrato il superamento dei limiti fissati, sono in corso gli
opportuni approfondimenti che prevedono, tra l’altro, il prelievo
di campioni di latte e di alimenti zootecnici in ogni singolo allevamento
conferente, il divieto di cessione o commercializzazione, a qualsiasi
titolo di latte e prodotti lattiero-caseari da essi provenienti,
e il divieto di movimentazione degli animali di qualsiasi specie,
ivi presenti. Per quanto riguarda inoltre i controlli effettuati
sugli 83 allevamenti posti sotto sequestro, che avevano fornito
il latte ai 25 caseifici i cui prodotti erano risultati positivi
per diossina nel mese di marzo, n. 48 sono risultati negativi alle
analisi condotte su campioni di latte e mangime, 31 sono risultati
positivi alle analisi sul latte e 4 sono risultati positivi alle
analisi sul latte e mangimi Grazie a questa operazione di controllo,
effettuata in tempi rapidissimi, e che completa le verifiche già
effettuate nei mesi di febbraio e marzo, si sono ottenuti i seguenti
risultati: 1. l’isolamento degli allevamenti a rischio diossina
con il loro sequestro cautelativo; 2. l’identificazione degli
allevamenti contaminati dalla diossina, che consentirà di
avviare le bonifiche necessarie a rimuovere le cause della contaminazione;
3. la garanzia sul fatto che tutto il latte di bufala campano commercializzato
in ambito nazionale ed internazionale è in regola con le
norme sulla diossina; 4. la certezza che tutti prodotti derivati
dal latte di bufala campano commercializzati in ambito nazionale
ed internazionale sono in regola con le norme sulla diossina. In
conclusione, oggi, tutti i nostri prodotti lattiero-caseari, mozzarella
di bufala campana inclusa, possono essere commercializzati liberamente
sul mercato internazionale, senza sottostare a rafforzamenti di
controlli alle frontiere degli altri Paesi. Nei Paesi in cui sono
state fatte analisi per la ricerca di diossina in mozzarelle, come
ad esempio il Belgio, i prodotti sono risultati tutti conformi.
www.politicheagricole.gov.it
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Boom
all’estero di frutta e verdura made in Italy
Gli
italiani mangiano sempre meno frutta e verdura (i consumi domestici
sono scesi, rispettivamente, nel 2007 del 2,5 per cento e del 4,2
per cento), ma all’estero il “made in Italy” continua
ad essere apprezzato: nello scorso anno le esportazioni ortofrutticole
sono aumentate, per un valore dell’11,3 per cento, mentre
le importazioni sono scese dello 0,4 per cento. Il saldo export-import
è stato di oltre un miliardo di euro, con un incremento del
52 per cento rispetto al 2006. E’ quanto rileva la Cia-Confederazione
italiana agricoltori la quale evidenzia le due facce della stessa
medaglia. Da una parte la vitalità del settore sulle piazze
internazionali, dall’altra le difficoltà che si riscontrano
nel mercato interno, dovute anche ai pesanti rincari al dettaglio
che si sono registrati nell’ultimo anno e che hanno contribuito
al ”taglio” dei consumi.
La Cia sottolinea che nel 2007 sono stati spediti oltre confine
prodotti ortofrutticoli per un valore complessivo di 3 miliardi
e 366 milioni di euro. Un vero exploit si è avuto per gli
agrumi (più 17,5 per cento), per la frutta secca (più
17,8 per cento) e per la frutta fresca (più 12,9 per cento).
Molto bene anche i legumi e gli ortaggi che hanno messo a segno
una crescita pari al 7,7 per cento. Per quanto riguarda le singole
produzioni -rileva la Cia- si è avuto, oltre alla consistente
crescita dell’export di agrumi, un positivo andamento specialmente
per kiwi, uva da tavola, mele, pere, cavolfiori, broccoli e patate.
Mentre tra i mercati esteri che hanno fatto registrare gli incrementi
più significativi per il “made in Italy” spiccano
gli Usa, la Germania, la Russia e il Regno Unito. Nello specifico
-segnala la Cia- le esportazioni di legumi e di ortaggi sono state,
in valore, di circa 870 milioni di euro, quelle di agrumi di 135
milioni di euro, quelle di frutta fresca di circa 2 miliardi di
euro e quelle di frutta secca di 272 milioni di euro. Le importazioni,
sempre in valore, sono state di oltre 2 miliardi e 340 milioni di
euro. Tra esse spiccano i legumi e gli ortaggi (più 5,5 per
cento) e gli agrumi (più 16 per cento), mentre crollano quelle
di frutta secca (meno 14,3 per cento).
Di diverso tenore il trend dei consumi domestici nazionali che proseguono
la loro discesa. Complessivamente il settore dell’ortofrutta
-afferma la Cia- ha avuto un calo del 2,8 per cento. L’ unico
segmento che evidenzia una domanda in crescita è quello degli
ortaggi di IV e V gamma con un aumento che è risultato pari
al 2,5 per cento. www.cia.it
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Apofruit
annuncia altri investimenti
A
due anni dalla precedente ed analoga convention, e cogliendo nuovamente
l’occasione di Macfrut, Apofruit Italia ha di nuovo incontrato
a Cesena clienti, fornitori, istituzioni e partners per illustrare
i risultati ed i progetti di questi due anni impegnativi ma fruttiferi.
E che siano stati anni importanti (dopo due annate di profonda crisi
del comparto ortofrutticolo) lo dimostrano anche i dati che fotografano
l’attuale identikit della grande cooperativa che, partita
in Romagna 48 anni fa, ha saputo diventare una grande azienda italiana
con stabilimenti propri e soci diretti nelle zone strategiche della
nostra penisola. Un vero e proprio sistema a rete che permette alla
cooperativa, pur nelle complessità innescate dalle sue grandi
dimensioni, di mantenere una notevole flessibilità e soprattutto
di dare ad ogni produttore l’esatto risultato del mercato.
Un sistema che consente anche di fornire ai clienti un pacchetto
molto ampio di prodotti.
Oggi Apofruit Italia conta 4.300 soci, 11 stabilimenti e 6 centri
di ritiro, lavora annualmente 250 mila tonnellate di prodotto conferito
dai soci, ha un fatturato consolidato di 230 milioni di euro e un
patrimonio netto di 60 milioni di euro. Attualmente dà lavoro
a 160 dipendenti fissi e 2400 stagionali. Negli ultimi tre anni
ha investito 24,6 milioni di euro in strutture e nuove tecnologie.
In Metaponto, dove oggi opera con due stabilimenti, ha sviluppato
la produzione e potenziato le strutture. Ha portato a termine il
processo di fusione con Agra-Solemilia di Modena e ha avviato una
precisa politica di sviluppo in Sicilia. Cosicché oggi può
contare su 3 stabilimenti di lavorazione in Emilia (Vignola, S.Martino
in Spino, Altedo), 4 stabilimenti di lavorazione (Pievesestina,
Longiano, Forlì e S.Pietro in Vincoli) e 3 di ritiro e stoccaggio
(Russi, Piagipane, S.Pietro in Campiano) in Romagna, 1 stabilimento
di lavorazione ad Aprilia (in provincia di Latina), 2 a Scanzano
Ionico (provincia di Matera), due centri di ritiro (Catania e Delia)
e 1 stabilimento di lavorazione (Donnalucata in provincia di Ragusa)
in Sicilia. Per avere idea dello sviluppo di Apofruit Italia basta
evidenziare il trend di crescita nell’area di Cerignola (Foggia).
Qui nel 2004 la cooperativa contava 4 soci per 960 tonnellate di
conferimento, oggi ne annovera 65 per un conferimento previsto di
3.800 tonnellate che, nel 2010, in piena produzione, raggiungerà
le 6 mila tonnellate. “Ma abbiamo mantenuto la natura di azienda
cooperativa di primo grado – evidenzia Enzo Treossi, Presidente
di Apofruit Italia - che ci piace molto perché garantisce
un rapporto poco mediato tra produttore e mercato. Siamo molto orgogliosi,
inoltre, di essere una cooperativa, forma di impresa oggi più
che mai attuale, anche se pensiamo che nella cooperazione occorra
misurare di più le esperienze, le persone e i comportamenti”.
Tra i successi di Apofruit Italia in questi due anni c’è
da elencare anche il consolidamento della propria posizione sul
mercato del biologico: oltre 25 mila tonnellate di prodotto per
un fatturato di 40,5 milioni di euro. “Dopo 7 anni di intensa
attività promozionale - informa Renzo Piraccini, direttore
generale di Apofruit Italia (nella foto con il presidente della
cooperativa Enzo Treossi) - il nostro marchio Almaverde Bio è
leader nel mercato italiano dei prodotti biologici. Il marchio è
conosciuto e apprezzato dal 69,5% dei consumatori di bio nella moderna
distribuzione. Nel 2009 puntiamo a superare i 50 milioni di euro
di fatturato”. Nei prossimi tre anni la strategia di sviluppo
della marca Almaverde si allargherà, infatti, all’Europa.
Produttivo si è dimostrato anche l’impegno, con l’acquisizione
di nuovi brevetti, sul fronte delle nuove varietà ortofrutticole.
Negli ultimi tre anni Apofruit - che già partecipa ai progetti
più innovativi del settore quali Serenella, Pink Lady, Mela
Più e Zespri Gold - ha sottoscritto accordi con Sun World
per le nuove varietà di uva senza semi e susine, con Modì
Europa per sviluppare l’omonima mela e con Syngenta per il
pomodoro Dunnè e per Bibo, il mini cocomero senza semi.
E per il futuro? “Nel triennio 2008/2010 - conclude Renzo
Piraccini - abbiamo in programma altri investimenti per oltre 20
milioni di euro. I nostri obiettivi sono sempre gli stessi accentuare
le specializzazioni sui diversi prodotti, incentivare l’innovazione,
segmentare le diverse specie, aumentare l’efficienza e ridurre
i costi, aumentare l’export”. www.apofruit.it
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Protocollo
d’intesa tra Ministero della Difesa e INRAN
Il
29 aprile è stato firmato - presso la Sala Riunioni di Commiservizi
- il Protocollo d’Intesa tra il Ministero della Difesa –
Direzione Generale di Commissariato e dei Servizi Generali e l’I.N.R.A.N.
(Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione).
Firmatari il Direttore Generale, Dottor Michele Muras ed il Presidente,
Professor Carlo Cannella. Il documento costituisce una prestigiosa
ed ormai indifferibile innovazione nel mondo dell’alimentazione
destinata alla fruizione dei militari - in forza del quale le FF.AA.
italiane potranno avvalersi dell’alta consulenza scientifica
dell’I.N.R.A.N. – ed anche, nella sua novità,
un significativo esempio di sinergia fra due realtà istituzionali
dello Stato (FF.AA. e Mondo Scientifico). Il Protocollo viene a
suggellare l’attività di supporto scientifico che l’I.N.R.A.N.
sta svolgendo in favore del NATO Research Task Group 154, nel cui
ambito il Rappresentante Nazionale Italiano - Capitano di Fregata
Alessandro Pini, coadiuvato dall’esperto nutrizionista dell’Esercito,
Col. Vincenzo Barretta - opera insieme ai Rappresentanti di altre
dodici Nazioni nello studio e nell’identificazione di una
razione viveri speciali da combattimento per la NATO Response Force.
Tale Forza, ad elevata tecnologia e ad alta mobilità, dovrà
essere pronta ad essere proiettata in qualsiasi parte del Pianeta
con soli cinque giorni di preavviso e con un’autonomia di
trenta giorni, senza rifornimenti.
L’impegnativo lavoro, che prende in considerazione tutti i
fattori logistici, nutrizionali e sensoriali che possano garantire
una corretta alimentazione per militari impegnati in situazioni
climatiche e psicologiche molto particolari, garantirà non
solo l’identificazione di una razione idonea, ma costituirà
il punto di partenza per la revisione completa dell’attuale
razione viveri speciali da combattimento italiana che – in
uso da ormai 15 anni – necessita di essere adeguata alle più
moderne innovazioni tecnologiche. Oltre a questa importante attività,
il primo compito che vedrà le due Istituzioni collaborare
insieme sarà lo studio e l’identificazione di standard
nutrizionali appositamente attagliati alla comunità militare,
a similitudine dei L.A.R.N. (“Livelli di Assunzione Raccomandati
di energia e Nutrienti per la Popolazione Italiana”), già
esistenti per la popolazione civile, uno strumento scientifico ormai
indifferibile in un momento in cui le FF.AA. italiane si trovano
a collaborare quotidianamente con quelle di altre Nazioni.
Il Protocollo costituisce anche il momento iniziale di
studio per rivisitare tutto il settore del vettovagliamento militare,
con un approccio metodologico ormai cogente per le FF.AA., sia in
ambito nazionale che internazionale, per mezzo del quale ogni futuro
requisito stabilito per la nutrizione del militare sarà in
armonia con la migliore conoscenza scientifica possibile e, conseguentemente,
accreditato dalla certificazione del mondo accademico.La collaborazione
che oggi nasce permetterà di giungere ad una completa standardizzazione
della nutrizione militare nei suoi aspetti operativi, logistici
e sanitari, al fine di ottenere la migliore performance ed efficienza
operativa possibile con il miglior rapporto costo/beneficio e per
poter costruttivamente collaborare con le altre Nazioni chiamate
ad operare con le nostre truppe nei diversi Teatri Operativi.
Grazie alla firma del Protocollo, le FF.AA. italiane potranno usufruire
di tutto il “know how” scientifico e tecnico già
in possesso dell’I.N.R.A.N., conseguendo così, nell’ambito
della migliore ottimizzazione delle risorse disponibili, il raggiungimento
di quel modello nutrizionale tale da garantire la massima salubrità
e gradibilità degli alimenti, unitamente all’immancabile,
conseguente, economia di bilancio, derivante dall’ottimizzazione
e dalla corretta identificazione dei fabbisogni dell’utenza
militare. www.commiservizi.difesa.it
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Il
week end ideale dell’enoturista
Gli
elementi indispensabili per un perfetto week-end all’insegna
del buon bere? Le Langhe, il Chianti Classico o Montalcino come
destinazione, un budget medio di 200 euro a testa, il desiderio
e la curiosità di scoprire o riscoprire le cantine del territorio.
Parola degli enonauti - ovvero appassionati al mondo del vino e
di Internet - che hanno risposto al sondaggio di www.winenews.it,
uno dei siti di comunicazione sul vino più cliccati d’Italia,
condotto su 18.850 persone (con risposte da 1.930), realizzato per
conto dell’associazione Go Wine per Vinum 2008 (Alba, 1/4
maggio), uno degli eventi enoici più interessanti che si
tengono in Piemonte (www.gowinet.it). Gli eno-appassionati che partono
per un “fine settimana” nei grandi territori enoici
considerano il vino un elemento centrale del loro viaggio, ma non
l’unico; nella scelta delle loro destinazioni sono guidati
soprattutto dalla ricerca personale e dalla fama dei produttori,
non disdegnano il passaparola, Internet e una limitata influenza
dei media specializzati; per questa mini-vacanza sono disposti a
spendere, in media, dai 150 ai 250 euro, dimostrando grande oculatezza,
senza per questo rinunciare all’acquisto di “buone”
bottiglie; sanno riconoscere la qualità dell’accoglienza
e del contesto che visitano, considerando la bellezza del paesaggio
capace di influire sulla percezione qualitativa di un vino; bocciano
senza appello l’offerta enoturistica, giudicandola ancora
episodica e improvvisata.
Variegato il profilo che emerge dal sondaggio-inchiesta, fin dall’identikit
dell’enoturista medio: in assoluta maggioranza maschio, (82%),
il 54% di loro ha un’età compresa fra i 30 e i 45 anni;
hanno un elevato titolo di studio (l’85% ha conseguito il
diploma di scuola media superiore o la laurea), godono di un buono/ottimo
livello socio-economico (imprenditore, bancario, avvocato, commercialista,
ingegnere, medico, agente di commercio, architetto, commerciante
…). Nel 27% dei casi dichiara un’età compresa
tra i 35-45 (percentuale identica per chi dichiara un’età
fra i 45 e 55 anni), nel 25% un’età tra i 25 e i 34
anni; è del 14% la percentuale di enoturisti con un’età
di oltre 55 anni. Solo il 7% del campione rappresenta la giovane
generazione dell’enoturista, con un’età compresa
tra i 18 e i 24 anni. La regione di provenienza degli enoturisti
è nel 35% dei casi la Lombardia, nel 28% la Toscana, nel
15% l’Emilia Romagna, nel 12% la Campania, nel 5% Lazio, Umbria
e Veneto, nel 3% il Piemonte e nel 2% dei casi l’Abruzzo,
il Friuli, la Sicilia e il Trentino.
Il 34% degli enoturisti italiani dichiarano una disponibilità
di spesa, a persona, per un classico weekend enoturistico tutto
compreso (trasporto, soggiorno, musei, enogastronomia ...) da 200
a 250 euro; tanti anche quelli che dispongono di un budget da 150
a 200 euro (29%), da 250 a 500 euro (23%), da 100 a 150 euro (12%);
solo il 2% del campione intervistato può contare su oltre
500 euro. Un orientamento alla spesa tendenzialmente oculato, dove
sembra però evidente la presa d’atto del complessivo
e generalizzato aumento medio dei prezzi. Ma al di là della
portata dei rincari generalizzati, il 42% del campione dichiara
di aver aumentato negli ultimi tre anni la propria spesa in vino
e a favore di viaggi enoici, mentre il 38% dichiara di aver mantenuto
questa spesa costante e il 20% di averla diminuita.
Non stupisce, poi, il fatto che il vino rappresenti l’elemento
principale che stimola il viaggio nelle terre dove viene prodotto:
per il 53% degli enonauti il vino è centrale nella scelta
dell’itinerario da intraprendere, fondamentale per il 32%,
complementare per il 10% e marginale solo per il 5% degli intervistati.
Dal punto di vista dell’influenza sulla scelta della destinazione
da visitare, sembra privilegiata l’autonomia: il 37% sceglie
in base ad un mix all’insegna della soggettività, che
prevede curiosità, spirito di ricerca, desideri personali,
ma anche la concentrazione di produttori famosi che il territorio
prescelto offre; il 30% del campione si lascia influenzare dal passaparola,
il 23% da Internet; solo il 5% si affida alla casualità e
nella medesima percentuale alla pubblicità. L’influenza
dei mezzi di informazione specializzati risulta media per il 40%
del campione, poca per il 30%, molta per il 18% e nulla per il 12%.
Il campione sondato, in fatto di preferenze territoriali, ha stilato
una sorta di classifica delle regioni preferite, distinta da una
più circoscritta dedicata ai territori del vino in senso
stretto: nella prima il 38%, decreta la propria preferenza alla
Toscana, al Piemonte (30%), all’Alto Adige, Trentino, Umbria
e Friuli appaiate al terzo posto (12% delle indicazioni), seguite
da Veneto e Sicilia (10%), Sardegna e Abruzzo (8%), Lazio, Puglia
e Marche (2%). Nella seconda classifica, dedicata ai “distretti”
del vino, in testa fra le mete più gettonate troviamo le
Langhe (40%), il Chianti Classico (25%), Montalcino e la Borgogna
(15%), la Franciacorta (10%), Montefalco (8%), Collio, Bolgheri
e Champagne (2%). Una classifica da cui emerge un dato sintomatico:
Borgogna e Champagne non sono più percepite come luoghi “impossibili”;
un ampliamento “fuori confine” delle mete enoiche concretamente
raggiungibili che dipende non solo dalla sempre maggiore offerta,
per esempio, di voli low-cost, ma anche da una concorrenzialità
maggiormente aggressiva dei prezzi e dei servizi praticati all’estero.
Nell’immaginario degli enoturisti l’associazione mentale
più immediata al turismo del vino è quella dei prodotti
tipici (30%), naturalmente delle cantine storiche (22%), della ristorazione
(18%), di natura e relax (15%), degli eventi/manifestazioni che
nei territori del vino si svolgono (5%), delle attrattive culturali
(4%), dell’artigianato (3%), delle cantine firmate dai grandi
architetti (2%) e, infine, della presenza di hotellerie e wellness
(1%). Il vino, invece, che viene immediatamente ricondotto al suo
territorio d’origine dal campione è il Barolo (30%),
seguito dal Chianti Classico (22%), dal Brunello di Montalcino (18%),
dal Chianti (10%), dal Taurasi (8%), dal Franciacorta e dal Sagrantino
di Montefalco (5%), dal Nobile di Montepulciano, Nero d’Avola
di Sicilia, Amarone della Valpolicella e Sfurzat della Valtellina
(4%), e, infine, dai vini di Bolgheri, dal Prosecco, dal Barbaresco
e da quelli di Borgogna (3%).
Sempre in tema di associazioni mentali, per il 77% dei “sondati”,
la bellezza del paesaggio influisce direttamente sulla percezione
della qualità di un vino: un segnale inequivocabile di quanto
il paesaggio sia “entrato” ormai nella bottiglia, assumendo
quel ruolo evocativo necessario e determinante a completare il valore
aggiunto che da sempre accompagna un vino, uno dei pochi oggetti
di consumo capaci di regalare un’atmosfera o un’emozione
particolare. Ma coloro che vanno alla scoperta dei territori del
vino, non solo arrivano, guardano e assaggiano vino: nella stragrande
maggioranza (90%), tornano a casa anche con una piccola scorta di
bottiglie; per almeno tre “pezzi” da mettere in collezione,
o da bere con gli amici a cena nei giorni seguenti, i turisti del
vino sono disposti a spendere da 45 a 60 euro (nel 33% degli intervistati),
da 30 a 45 euro (27%), da 60 a 90 euro (18%), da 15 a 30 euro (12%);
oltre la soglia dei 90 euro, si spinge solo il 10%.
Nel sondaggio non manca anche un dato di segno negativo: l’offerta
del turismo del vino, secondo l’80%, è attualmente
in Italia caratterizzata da improvvisazione, individualismo ed episodicità.
Un po’ meglio per quanto riguarda il giudizio sull’accoglienza
offerta dalle cantine (in termini di accessibilità, orari,
servizi e cura del turista): è buona per il 40% degli intervistati,
sufficiente per il 30%, scarsa per il 25% ed eccellente solo per
il 5%. Un bilancio sconfortante che dà corpo a non pochi
problemi, ancora lontano dalla loro soluzione come, per esempio,
la mancanza di una logica di sistema per il turismo del vino o l’assenza
di una necessaria sinergia fra aziende, operatori turistici, istituzioni
ed enti locali. Al tirar delle somme, siamo, insomma, lontani anni
luce dai modelli francese e americano che hanno dimostrato sul terreno
e nel tempo un’efficacia a tutta prova. www.winenews.it
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Restaurant
Magazine” dà i voti alla ristorazione mondiale
Il
21 aprile scorso una giuria internazionale composta dai più
accreditati opinion maker della cucina (ristoratori, chef, giornalisti,
critici gastronomici) hanno votato i migliori 50 ristoranti del
mondo. Questo Award ideato dall’autorevole rivista Restaurant
Magazine è The S.Pellegrino World’s. A stilare la classifica
700 giurati riconducibili a 23 diverse aree del globo: ciascun area
era rappresentata da un presidente di commissione scelto per il
suo sapere della ristorazione nell’area di competenza che
a sua volta ha selezionato un numero di votanti variabile tra 16
e 31 secondo le dimensioni dell’area. Ogni votante (sempre
dell’ambito degli addetti ai lavori) esprimeva cinque preferenze,
di cui un massimo di due potevano riguardare ristoranti della propria
regione d’origine, ottenendo un totale di 3.000 voti che hanno
concorso a stilare la graduatoria finale.
Sorprese? Scorrendo la classifica direi proprio di si. L’Italia,
Paese dell’eccellenza culinaria e gastronomica che ad ogni
piè sospinto mette in vetrina (stampa,Tv, convegni, simposi,
kermesse, concorsi e balletti vari) i suoi guru dei fornelli che
elargiscono il loro sapere latitando, per contro, 5 giorni su 7
alla settimana dai propri costosissimi ristoranti, ha “conquistato”
ben 5 posti su 50. Vero è che il mondo è grande, e
questo contest non è l’olimpiade, però…
E veniamo alla classifica. Terza volta consecutiva per El Bulli
del discusso Ferran Adrià (nella foto) che si conferma leader
della classifica mondiale incalzato da The Fat Duck di Heston Blumenthal
e dal francese Pierre Gagnaire. Segue il basco Mugaritz di Andoni
Luis Aduriz, che conquista il quarto posto. Il ristorante Vendôme,
a Bergish Gladbach vicino a Colonia, del tedesco Joachim Wissler,
è la più sorprendente new entry che riporta in classifica
la Germania con i connazionali Hans Haas chef del Tantris di Monaco
di Baviera e Harald Wohlfahrt al timone della Schwarzwaldstube a
Baiersbronn. New entry anche per il ristorante basco Asador Etxebarri
il cui patron Victor Arguinzoniz è famoso per aver riportato
ai vertici l’arte della cucina alla griglia.
L’Italia è presente con cinque indirizzi (uno in meno
sul 2007, con l’uscita di Davide Scabin e del suo Combal.Zero).
Fulvio Pierangelini, con il suo Gambero Rosso di San Vincenzo (Li)
conferma la 12° posizione, Le Calandre di Rubano (Pd) scende
dal 16° posto al 36° preceduto dal ristorante Dal Pescatore
di Canneto sull’Oglio al 23° e dall’Enoteca Pinchiorri
di Firenze al 32°. Cracco Peck di Milano è in 43esima
posizione. Gualtiero Marchesi conquista il premio alla carriera.
La classifica 2008 conferma quindi la Francia capolista con 11 ristoranti
nelle prime 50 posizioni, seguita dagli Usa con 8, Spagna con 7,
Regno Unito con 6 e, come detto dall’Italia con 5. Gli altri
Paesi rappresentati in questa hit parade sono la Germania con 3
ristoranti fra le prime 50 posizioni, Australia con 2 e quindi Danimarca,
Svizzera, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Sud Africa e Brasile
con un ristorante in classifica. A due giorni dalla
pubblicazione di questi risultati si sono levate più o meno
velate polemiche tirando in ballo il peso dello sponsor (leggi Nestlé)
che ha la dichiarata mission di internazionalizzare al massimo la
presenza delle sue acque bergamasche S.Pellegrino e Panna affinché
appaiamo sulle tavole della miglior ristorazione mondiale. Da malizioso
non lo escludo; tuttavia condizionare 700 giurati di tutto il mondo
mi pare parecchio laborioso. Giuseppe Cremonesi
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