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Prezzi
in salita, consumi alimentari in discesa
Il clima
provoca due miliardi di danni in Cina e provoca tensioni sui prezzi
mondiali degli alimenti
Vini di
qualità nel 2007
Criminalità:
un agricoltore su tre ne subisce le conseguenze
Caro carne:
aumenta di 20 volte da stalla a tavola
L'acqua
si riscalda e l'oceano diventa un deserto

Prezzi
in salita, consumi alimentari in discesa
Rispetto
a dieci anni fa la spesa alimentare è cresciuta del 28%,
avvicinandosi ad un quinto del reddito familiare ed oggi tre famiglie
su cinque hanno cambiato le proprie abitudini alimentari a causa
dei forti rincari che si sono registrati nei prezzi al consumo,
anche di prodotti di prima necessità come il pane, la pasta
e il latte.
A delineare questo quadro e' il presidente della Cia-Confederazione
italiana agricoltori, Giuseppe Politi, che oggi ha tenuto la conferenza
stampa di inizio anno.
Sulla base dei dati forniti dalla Cia, in media ogni famiglia spende
per l'alimentazione circa 460 euro al mese, per un totale di 135
miliardi di euro di spesa alimentare complessiva. Gli aumenti stanno
incidendo pesantemente sulle abitudini degli italiani, che comprano
sempre meno pane, pasta, frutta, verdure e vino, al punto che nel
2007 proprio i prodotti principe della dieta mediterranea hanno
avuto un vero e proprio tracollo.
"I prodotti agroalimentari che hanno risentito in maniera significativa
della maggiore attenzione del consumatore a contenere e razionalizzare
gli acquisti - ha detto Politi - sono i cosiddetti prodotti di base,
vale a dire, prodotti radicati nella tradizione italiana, ma caratterizzati
da livelli saturi di consumo''. Al contrario, secondo la Cia, il
consumatore esprime una domanda più dinamica nei confronti
di quei prodotti che, oltre a soddisfare il bisogno alimentare,
presentano componenti aggiuntive che determinano la preferenza da
parte dell'acquirente, in particolare riguardo ai prodotti ad alto
valore salutistico e a quelli con elevato contenuto di servizio.
La ripartizione della spesa alimentare mostra al primo posto carne,
salumi e uova (23,4%), latte e derivati (18,2%), ortofrutta (16,8%),
derivati dei cereali (14,8%), prodotti ittici (8,9%), bevande analcoliche
(5,7%), bevande alcoliche (5,5%), olio e grassi (3,9%), zucchero,
sale, caffè, tè (2,8%). Come forse era prevedibile,
la percentuale di coloro che hanno ridotto le spese per l'alimentazione
si trova principalmente nelle fasce di età superiori ai 55
anni, con picchi elevati soprattutto negli over 70, e in quelle
con redditi più bassi.
Sabrina Menichetti - www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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Il
clima provoca due miliardi di danni in Cina e provoca tensioni sui
prezzi mondiali degli alimenti
La
peggiore ondata di maltempo degli ultimi 50 anni ha colpito le regioni
centrali della Cina dove si produce la maggior parte di frutta e
verdura provocando danni stimabili fino ad ora in due miliardi di
Euro con il rischio che vengano interessate presto le regioni del
nord dove sono localizzate le produzioni di grano e altri cereali.
Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che la situazione viene
definita catastrofica dalla Autorità cinesi e rischia non
solo ad avere un impatto sulla popolazione del paese asiatico ma
sull'andamento mondiale dei prezzi e sull' intera economia globale.
Ad essere danneggiati sono state anche altre colture e allevamenti
di pollame e agnelli mentre preoccupa la situazione nelle città
come Beijing dove le disponibilità di ortofrutta sono al
20 per cento mentre nella città di Zhengzhou è raddoppiato
il prezzo dei pomodori.
La crescente domanda di prodotti alimentari sul mercato mondiale
da parte della Cina, che potrebbe aumentare a causa del taglio nelle
produzioni locali a seguito del maltempo, viene considerata dagli
operatori economici uno dei fattori critici della crescita. Secondo
il World Economic Forum (WEF) di Davos - ricorda la Coldiretti -
la riduzione della disponibilità alimentare con l'aumento
dei prezzi è insieme alla crisi del petrolio, alla recessione
Usa e alla globalizzazione dei rischi tra le minacce per l'economia
mondiale da qui a dieci anni. Una analisi coerente con l' International
Food Policy Research Institute per il quale - riferisce la Coldiretti
- è finito il tempo dei prodotti agricoli a buon mercato
e, dopo un lungo periodo con prezzi in continua riduzione, si sta
registrando una inversione di tendenza strutturale per effetto dei
cambiamenti climatici che provocano una riduzione delle terre coltivate
e un calo delle rese produttive, della domanda crescente di prodotti
alimentari a base di latte e carne da parte di paesi emergenti come
India e Cina, ma anche nello sviluppo dei biocarburanti ottenuti
dalle coltivazioni agricole.
In netta controtendenza rispetto ai mercati finanziari mondiali
le quotazioni del grano e degli altri cereali - riferisce la Coldiretti
- stanno crescendo al Chicago Board of Trade che rappresenta il
punto di riferimento del commercio internazionale delle materie
prime agricole. Il consumo di frutta in Cina è passato dai
40 ai 70 chili in media per persona negli ultimi dieci anni e tende,
con lo sviluppo, ad avvicinarsi rapidamente ai livelli europei come
l'Italia dove si acquistano 132 chili a testa anche se - sottolinea
la Coldiretti - esiste una rilevante forbice nei consumi di frutta
tra la popolazione cinese in funzione del reddito con valori di
quasi 80 chili a testa per le classi più benestanti rispetto
agli appena 32 chili per i più poveri, secondo i dati Robobank.
Il risultato è che con tassi di aumento nei consumi di frutta
a due cifre percentuali l'anno, la Cina - precisa la Coldiretti
- si sta trasformando da paese esportatore a paese importatore per
effetto dell'impetuosa crescita economica.
Le mele - continua la Coldiretti - sono il frutto preferito dai
cinesi ma nonostante il pesante deficit commerciale con il paese
asiatico, attualmente l'esportazione italiana di mele in Cina, come
anche quella di kiwi, è pari a zero per il mancato superamento
degli ostacoli di carattere burocratico, sanitario ed amministrativo,
che hanno sino ad ora impedito le spedizioni. Un paradosso nonostante
le molteplici missioni diplomatiche nel paese asiatico se si considera
conclude - la Coldiretti - che la Cina esporta quantità sempre
crescenti di prodotti ortofrutticoli verso l'Unione europea e l'Italia
(mele, aglio, concentrato di pomodoro, castagne, funghi, semilavorati
di ortofrutta).
www.coldiretti.it
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Vini
di qualità nel 2007
Sono
352 le Denominazioni di origine dei vini in Italia, riconosciute
al 31 dicembre 2007, delle quali 36 Denominazioni di origine controllata
e garantita e 316 Denominazioni di origine controllata di cui 8
interregionali. Rispetto al 2006 si rileva l'esistenza di 3 Denominazioni
di origine controllata in più.
I relativi disciplinari di produzione di tali vini a Doc sono stati
riconosciuti ed approvati con appositi Decreti ministeriali. Decreti
regolarmente pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana nel corso dell'anno 2007 secondo il seguente dettaglio:
- "Terracina" o "Moscato di Terracina" - Doc
(Lazio), riconosciuta con D.m. 25 maggio 2007 pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale - Serie Generale - n° 128 del 5 giugno 2007;
- "Terre di Casole" - Doc (Toscana), riconosciuta con
D.m. 28 maggio 2007 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie
Generale- n° 129 del 6 giugno 2007;
- "San Ginesio" - Doc (Marche), riconosciuta con D.m 25
luglio 2007 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale
- n° 180 del 4 agosto 2007.
Sempre nel corso dell'anno 2007 è stata attribuita la Denominazione
di origine controllata e garantita alla tipologia spumante, elaborata
con il metodo classico, dei vini a Doc. "Oltrepò Pavese"
che ha, quindi, assunto il nome di "Oltrepò Pavese"
metodo classico - Docg - (D.m. 27 luglio 2007 - G.U. n°183 del
8 agosto 2007).
Nel corso del 2007 i disciplinari di produzione che hanno subito
modifiche, sempre con appositi Decreti ministeriali, sono stati
18 e precisamente quelli delle seguenti Denominazioni di origine:
"Chianti Classico" - Docg; "Barbaresco" - Docg;
"Colli Tortonesi" - Doc, "Bianco della Valdinievole"
- Doc; "Verduno Pelaverga" o "Verduno" - Doc;
"Oltrepò Pavese" - Doc; "Bianco di Custoza"
o "Custoza" - Doc; "Piemonte" - Doc; "Collio
Goriziano" o "Collio" - Doc; "Conegliano Valdobbiadene"
- Doc; "Valpolicella" - Doc; "Alto Adige" o
dell' "Alto Adige" (Südtirol o Südtiroler) -
Doc; "Cinque Terre" e "Cinque Terre Sciacchetrà"
- Doc; "Controguerra" - Doc; "Montepulciano d'Abruzzo
Colline Teramane" - Docg; "Montepulciano d'Abruzzo"
- Doc; "Trebbiano d'Abruzzo" - Doc; "Sforzato di
Valtellina" o "Sfursat di Valtellina" - Docg.
Per quanto riguarda i vini ad Indicazione geografica tipica il numero
degli stessi, al 31 dicembre 2007, era di 118; inoltre, sempre nel
corso dell'anno 2007, sono state apportate modifiche ai disciplinari
di produzione dei seguenti vini ad Indicazione geografica tipica.:
"Rubicone"; "Ravenna"; "Modena" o
"di Modena" o "Provincia di Modena"; "Forlì"
.
Andrea Squarcia -
www.politicheagricole.it
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Criminalità:
un agricoltore su tre ne subisce le conseguenze
Un
agricoltore su tre ha subito e subisce gli effetti della criminalità,
il cui giro d’affari nel settore agricolo è ormai pari
a 15 miliardi di euro l’anno, praticamente un terzo della
produzione lorda vendibile in agricoltura (45 miliardi di euro).
Insomma, siamo in presenza di oltre cento reati al giorno. La denuncia
è venuta dal presidente della Cia-Confederazione italiana
agricoltori Giuseppe Politi nel corso della conferenza stampa d’inizio
anno svoltasi oggi a Roma.
Furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket, abigeato,
estorsioni, il cosiddetto “pizzo”, discariche abusive,
macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni,
truffe nei confronti dell’Unione europea, “caporalato”.
L’agricoltura italiana è sempre più terrorizzata
dalla criminalità organizzata. Un fenomeno che prima si riscontrava
solo al Sud, ma che adesso si sta espandendo in tutta Italia. Molti
produttori agricoli sono nelle mani della mafia, della camorra,
della ‘ndrangheta, della sacra corona unita, ma anche preda
di una malavita violenta e spregiudicata. E così sono soggetti
a pressioni, minacce e a ogni forma di sopruso.
Sono elementi che si riscontrano in diversi dossier, fra i quali
quelli della Fondazione Cesar (che dopo il rapporto del 2003, predisposto
per conto della Cia, ne sta elaborando uno più aggiornato),
della Direzione nazionale antimafia e della Confesercenti “Sos
imprese”. Prima erano la Campania, Puglia, Basilicata, Calabria,
Sicilia e Sardegna le regioni in cui l’attività delle
organizzazioni malavitose concentravano la loro azione ai danni
dell’agricoltura. Adesso la malavita ha allargato il suo giro
d’azione. Altre regioni del Centro e del Nord sono finite
nel mirino dei criminali e gli agricoltori ne pagano le spese.
Al primo posto, per numero, fra i reati troviamo i furti di attrezzature
e di mezzi agricoli. Il racket è il secondo reato -sempre
per numeri di crimini commessi- che si registra. Segue a debita
distanza l’abigeato. Reato che si concentra, soprattutto,
in alcune zone della Campania (in particolare gli allevamenti di
bufale). Anche i furti di prodotti agricoli sono, di poco, meno
frequenti dell’abigeato. Ma non si tratta di occasionali furtarelli.
Siamo in presenza di massicce sottrazioni del prodotto (spesso direttamente
dalla pianta), che prevede una scientifica, organizzata operazione
di raccolta.
Tra i reati si segnalano, inoltre, il danneggiamento alle colture
e le aggressioni nei confronti delle persone. Reati tipici dell’avvertimento
mafioso a chi si dimostra restio a cedere ai ricatti. Più
distinti, fenomeni di usura e il pascolo abusivo.
Non meno grave è il fenomeno odioso del “caporalato”,
con lo sfruttamento, da parte della criminalità organizzata,
soprattutto di extracomunitari, molti dei quali irregolari. Meno
frequenti, ma presenti, sono i furti di centraline per l’irrigazione,
soprattutto nelle regioni dove c’è il problema cronico
della carenza d’acqua. Per le stesse ragioni, si verificano
allacciamenti abusivi ed estrazione dell’acqua da pozzi non
regolari.
Crescente è anche la minaccia di cedere i raccolti dei prodotti
a prezzi “stracciati”. Non vi sono scrupoli che tengano
e il coltivatore si trova costretto a scegliere o di accettare l’infame
avvertimento o di correre il rischio di vedere compromesso l’intero
raccolto e con esso il lavoro di tanti anni, poiché tale
è la sorte di chi si vede distruggere il campo.
Vengono riscontrati anche fenomeni come la macellazione clandestina
e le discariche abusive, ambedue presenti in tutte le regioni meridionali.
Reati che travalicano gli interessi diretti dell’agricoltura,
colpendo l’intera collettività e, più precisamente,
la qualità dei prodotti e, conseguentemente, la salute pubblica.
Per quanto riguarda le discariche abusive e il traffico illecito
dei rifiuti, il fenomeno, sempre più in espansione, si riscontra
in quasi tutte le regioni, assumendo dimensioni nazionali e transnazionali.
Come è stato affermato dall’apposita Commissione parlamentare,
i rifiuti non si muovono solo dal Nord verso il Mezzogiorno, dove
vengono smaltiti in discariche non autorizzate, cave dismesse, sprechi
d’acqua o nel sottosuolo di fondi a destinazione agricola.
Oggi si registrano anche le rotte che dal Nord-Ovest vanno a Nord-Est,
che dal Nord arrivano al Centro e anche quelle che dal Sud portano
a Nord, con la nascita di veri e propri cartelli di trafficanti
che operano sia a livello regionale che interregionale.
La criminalità impone anche i prezzi per i prodotti agricoli,
pesature dei prodotti inferiori a quelle reali, fa estorsioni attuate
mediante previo furto di mezzi destinati alla coltivazione, esercita
il controllo del mercato fondiario, compie furti di grano, con devastazione
dei campi coltivati, commerci illegali e intromissioni nell’acquisto
dei prodotti.
Per quanto concerne le singole regioni, in Campania si segnalano
agricoltori vittime di incendi, furti, vandalismi e minacce. Sono
costretti a pagare riscatti per riavere i propri beni. Molta la
presenza di criminalità straniera (nigeriani, marocchini
e albanesi) che controlla la manodopera in nero in agricoltura,
specie per la raccolta del pomodoro.
In Puglia è interessato tutto il territorio regionale, con
zone dove la criminalità si manifesta in modo particolarmente
odioso, colpendo non solo i beni degli agricoltori, ma la loro stessa
incolumità. Infatti, sono numerose le aggressioni in campagna
subite dagli imprenditori e dai lavoratori agricoli.
I furti di mezzi agricoli (16 per cento), l'abigeato (12 per cento),
i furti di prodotti agricoli (11 per cento), il racket (9 per cento),
sono i principali reati che colpiscono l'attività agricola
in Puglia.
Stesso il discorso per la Calabria e la Sicilia, dove la ’ndrangheta”
e la mafia controllano in larghissima misura il commercio agricolo
e il mercato fondiario. Ma anche in queste regioni gli agricoltori
finiscono per subire ogni tipo di angheria che in molti casi -come
rileva la stessa Direzione nazionale antimafia- generano omertà.
In Basilicata si hanno reati specialmente in zone economicamente
più avvantaggiate, mentre in Sardegna vi è una criminalità
evoluta, pericolosa e profondamente radicata nel territorio.
Tuttavia, la criminalità colpisce anche altre regioni. Fenomeni
crescenti si registrano in alcune zone del Centro e del Nord Italia,
dove diviene sempre più frequente il furto di attrezzature
agricole che vengono rivendute o riconsegnate ai proprietari dietro
il pagamento di somme di denaro. Soprattutto nel Nord siamo in presenza
di bande straniere rumeni o albanesi che si dedicano anche alle
rapine di cui gli agricoltori che vivono in zone isolate sono sempre
più soggetti.
La criminalità in campagna è autoctona, che può
servirsi anche di extracomunitari (per lo più clandestini),
ma che adopera per lavori di semplice manovalanza (raccolta, carico
e scarico di merce). Non si è in presenza di semplici banditi
rurali, ma la loro spietata arroganza, la spregiudicatezza delle
azioni confermano che siamo di fronte ad una vera e propria criminalità
organizzata, o, comunque, a persone strettamente collegate a forti
organizzazioni malavitose che provvedono a trasformare in pingui
affari il risultato delle azioni criminose.
Infatti, una parte consistente del ricavato mette in moto una serie
di mercati illeciti che hanno bisogno, per essere sostenuti, di
un’organizzazione efficiente, disposta a tutto e spesso legata,
a sua volta, ad altre organizzazioni per assicurarsi la copertura
dell’intero territorio nazionale e anche quello, per alcuni
prodotti, internazionale. In alcune regioni si sta espandendo il
furto della strumentazione agricola, legato ad un’attività
di esportazione del ricavato verso i paesi balcani a fronte, verosimilmente,
di partite di droga.
In altre zone, i mezzi agricoli vengono trasformati in pezzi di
ricambio che hanno necessariamente bisogno di altri mercati. Per
non parlare del bestiame che, sia se dirottato alla macellazione
clandestina che verso viaggi che lo portano al di là dell’Adriatico,
deve essere “affidato” ad organizzazioni pronte allo
smercio.
La gravità della pesante presenza della criminalità
nelle campagne è ben presente nell’autorità
giudiziaria e di polizia. Sta di fatto che, a suo tempo, è
stato istituito, nell’ambito della Direzione nazionale antimafia,
uno specifico servizio per combattere l’allarmante fenomeno.
L’istituzione del servizio è importante soprattutto
perché, a differenza della criminalità nei centri
urbani dove c’è un preciso punto di riferimento che
sono le forze dell’ordine, nelle campagne l’agricoltore
è spesso solo, disarmato, inerme, per cui, quando gli va
bene, non gli rimane che scendere a patti. La paura, l’insicurezza,
le preoccupazioni, nel mondo agricolo, hanno un altro sapore. Il
bersaglio è bene individuale, non può nascondersi,
pararsi. Non si corre il pericolo di coinvolgere estranei nell’oppressione
violenta. Solo la capacità imprenditoriale, la fatica, il
lavoro sono a rischio. Oggetti di azioni criminali che, molte volte,
la cronaca trascura o, peggio, ignora, con un atteggiamento colpevole
che non tiene conto quanto esse incidono sulla produttività
delle aziende agricole e sullo stesso sistema di vita dei produttori.
www.cia.it
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Caro
carne: aumenta di 20 volte da stalla a tavola
E'
significativo che il primo intervento del garante per la sorveglianza
sui prezzi avvenga nel settore delle carni dove è diventata
insostenibile la forbice tra i prezzi alla produzione e quelli al
consumo con i prezzi dalla stalla alla tavola che aumentano di oltre
cinque volte per il coniglio fino a venti volte dal maiale al prosciutto.
E' quanto denuncia la Coldiretti , in riferimento alla convocazione
della categorie produttive della filiera carne da parte di Mr prezzi,
nell'annunciare una mobilitazione che domenica 3 febbraio porterà
maiali e conigli nel centro di una grande città come Torino.
La manifestazione si svolgerà nella piazza palazzo di Città,
davanti al Municipio, e vuole evidenziare la situazione di crisi
dell'attività di allevamento mentre i consumatori sono costretti
a sopportare costi insostenibili che mettono a rischio di consumi
con cali del 4,2 per cento per la carne bovina e del 2,3 per cento
per quella di maiale. Tra l'altro alla carne vengono destinati 106
euro dei 467 spesi in media ogni mese dalle famiglie per l'alimentazione.
Questo significa che è necessario lavorare per rendere piu'
trasparente e diretto il percorso del prodotto con l'etichetta di
provenienza, ma che è anche necessario intervenire - continua
la Coldiretti - sulle filiere inefficienti che perdono valore senza
ritardare le necessarie ristrutturazioni .
Per il maiale - sostiene la Coldiretti - si è verificato
un crollo del 10 per cento del compenso riconosciuto agli allevatori
nelle stalle al quale non ha fatto seguito una analoga riduzione
dei listini per i consumatori. Il prezzo dei salumi per i cittadini
è aumentato (+ 2,7 per cento) nonostante che - sottolinea
la Coldiretti - i maiali cresciuti in Italia vengano pagati agli
allevatori ad un valore attorno a 1 ,25 euro al chilo che non riesce
nemmeno a coprire i costi di produzione. Il risultato è che
il prezzo del maiale dalla stalla alla tavola moltiplica per cinque
se si acquista la braciola, per dieci se si compra il salame e per
oltre venti volte se è il prosciutto a finire nella busta
della spesa, con l'effetto che gli acquisti familiari di carne suina
e salumi si sono ridotti del 2,3 per cento nel 2007.
Non cambia la situazione - continua la Coldiretti - per il prezzo
del coniglio che aumenta del 430 per cento dalla stalla alla tavola
a causa delle distorsioni nella distribuzione commerciale che mettono
a rischio i consumi, ma anche il primato nell'allevamento dell'Italia
che è il primo produttore europeo e il secondo a livello
mondiale dopo la Cina. Il prezzo medio pagato dai consumatori si
avvicina agli 8 euro al chilo mentre agli allevatori è riconosciuto
un importo - sottolinea la Coldiretti - di circa 1,5 euro al chilo
che mette a rischio la sopravvivenza dei circa 5mila allevamenti
presenti in Italia.
In difficoltà anche il settore dell'allevamento bovino dove
nonostante la forte dipendenza dall'estero con un grado di approvvigionamento
della carne, che è attualmente sceso addirittura al di sotto
del 50 per cento, il Ministro delle Politiche Agricole Paolo De
Castro è intervenuto sulla Commissione Europea per favorire
l'importazione di carne brasiliana nonostante l'allarme di natura
sanitaria lanciato dall'Unione Europea che per la mancanza di garanzia
ha deciso forti limitazioni per evitare che nei piatti dei cittadini
europei finiscano carni provenienti da zone a rischio di malattie
come l'afta epizootica. Un comportamento grave che rischia di aumentare
la già difficile situazione di mercato con i prezzi in calo
negli allevamenti ed in aumento sul mercato con una riduzione nei
consumi del 4,2 per cento nei primi dieci mesi del 2007 secondo
i dati Ismea Ac Nielsen. Un discorso a parte - conclude la Coldiretti
- merita il settore della carne di pollo che, dopo la forte crisi
attraversata a seguito dell'emergenza aviaria che ha provocato una
psicosi nei consumi, è tornata su livelli precedenti la crisi
con consumi in aumento dell'11 per cento.
www.coldiretti.it
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L'acqua
si riscalda e l'oceano diventa un deserto
Il
blu è il colore del deserto, dove né alghe né
pesci trovano cibo per nutrirsi, l'acqua è un brodo caldo
e insipido e tutto ciò che è vita preferisce restare
alla larga. Questo tipo di vuoto si trova sempre più spesso
negli oceani, in aree che diventano più vaste con il progredire
del riscaldamento climatico. Il satellite della Nasa "SeaWiFs"
ha calcolato che dal '96 a oggi le superfici marine prive di vita
sono aumentate del 15 per cento: l'equivalente di 6,6 milioni di
chilometri quadri in più. Tra acque e terre emerse, i deserti
coprono ora il 40 per cento della superficie del pianeta. "Abbiamo
osservato questo fenomeno in tutti i grandi oceani" spiega
Jeffrey Polovina del National Marine Fisheries Service statunitense,
autore di uno studio sulla salute degli oceani in via di pubblicazione
sulla rivista Geophysical Research Letters.
Visto dallo spazio, il mare senza vita assume un colore blu cupo,
di contro al verde-clorofilla delle aree nelle quali la catena alimentare
prospera in tranquillità. Al paradosso del deserto in mezzo
all'acqua, si aggiunge quello del pianeta diventato troppo azzurro,
privo di quel verde da cui traggono nutrimento pesci e cetacei.
Il fenomeno del riscaldamento delle acque superficiali che blocca
la circolazione delle correnti e lo scambio di sostanze nutritive
tra gli strati dell'oceano non è scoperta di oggi. "Ma
nessuno dei nostri calcoli aveva previsto un progresso così
rapido" scrive Polovina. "Negli ultimi 9 anni i deserti
si sono estesi con una rapidità 10 volte superiore al previsto".
Nei mari italiani la situazione è ancora più grave:
"L'estensione delle aree desertiche nel Tirreno e nell'Adriatico
si aggira intorno al 20 per cento" spiega Silvio Greco, ricercatore
dell'Icram, Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica
applicata al mare. "L'interruzione della circolazione dell'acqua
agisce su un ecosistema già compromesso da pesca eccessiva
e inquinamento".
La mancanza di inverni rigidi impedisce all'acqua di superficie
di raffreddarsi e quindi di sprofondare verso gli strati bassi degli
oceani. Dagli abissi, normalmente, è l'acqua tiepida a risalire,
portando in superficie i nutrienti di cui è ricca. La decomposizione
degli organismi marini riempie infatti i fondali di sali come nitrati
e fosfati: sostanze che negli abissi sono destinate a rimanere inutilizzate,
mentre in superficie, unite al calore e alla luce del sole, permettono
alla fotosintesi clorofilliana di innescarsi all'interno di alcune
minuscole alghe unicellulari. Ed è proprio con la trasformazione
di sostanze inorganiche come i sali in elementi organici che ha
inizio il fenomeno della vita.
Ciò che accade sulla terra con la catena di erba, animali
erbivori e carnivori predatori, si ripete (o almeno dovrebbe) negli
oceani. Nelle aree che appaiono verdi agli occhi del satellite,
le alghe unicellulari nutrono esseri viventi sempre più grandi
e complessi, fino alle balene. Ma al centro dei grandi oceani, lontano
dalle foci dei fiumi che rilasciano comunque una qualche forma di
sostanza nutriente, ancorché drogata dall'inquinamento, il
satellite della Nasa di anno in anno ha trovato zone verdi sempre
più striminzite. L'assenza di clorofilla ha tranciato di
netto la catena alimentare, allontanando una dopo l'altra tutte
le specie viventi dalle zone blu. "L'estensione dei deserti
negli oceani - scrive Polovina - è correlata all'aumento
della temperatura superficiale. Il fenomeno si sta espandendo rapidamente,
soprattutto nell'Atlantico settentrionale. Ma nessun bacino si salva,
a eccezione dell'Oceano Indiano meridionale".
Ogni anno, in media, l'area dei deserti blu si amplia di 800mila
chilometri quadrati. E dire che una delle strategie escogitate per
combattere l'effetto serra consiste proprio nell'aumentare la popolazione
delle alghe unicellulari, gettando ferro e altri sali nutrienti
nell'oceano. Accelerando la fotosintesi clorofilliana, infatti,
gli scienziati sperano di aumentare l'assorbimento di anidride carbonica
da parte delle alghe, ripulendo l'atmosfera dal gas serra che rimane
l'indiziato numero uno per il fenomeno del riscaldamento climatico.
Sempre più convinti che i cambiamenti in atto siano opera
dell'uomo e delle sue attività industriali sono anche gli
scienziati della Geological Society of America. Negli ultimi due
secoli, tanto profonde sono state le cicatrici inferte alla Terra
e alla sua atmosfera dalla nostra specie, che i geologi statunitensi
hanno proposto di ribattezzare l'era attuale "Antropocene":
età dell'uomo. Caratterizzata da alte concentrazioni di piombo
nell'aria e nell'acqua, un'inondazione di anidride carbonica e altri
gas serra nell'atmosfera, dighe che imbrigliano i fiumi e impediscono
ai sedimenti fertilizzanti di riversarsi nel mare, oceani più
poveri di vita e di un blu sempre più intenso.
Elena Dusi – www.repubblica.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare
Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei
Comunicatori del settore

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