ASA Associazione Stampa Agroalimentare

Newsletter 423
/ 08.05.2016

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La Patata del Fucino diventa Igp

E ufficiale: la famosissima patata del Fucino ora è anche IGP, acronimo che sta per Indicazione Geografica Protetta.
La nuova denominazione, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, è ora ufficialmente iscritta nel Registro europeo delle Dop e Igp e tutelata contro imitazioni e falsi in Europa.
“Si tratta di un importante riconoscimento – afferma l’assessore regionale alle Politiche agricole Dino Pepe – strategico per l’economia agricola fucense e più in generale per l’intero territorio regionale. L’Indicazione geografica protetta (IGP) – continua Pepe – indica quei prodotti agricoli e alimentari per i quali una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipendono dall’origine e la cui produzione, trasformazione e elaborazione, avviene in un’area geografica determinata, nel caso specifico il Fucino che con i suoi 13.500 ettari contribuisce a generare oltre il 30% del PIL agricolo regionale. Proprio a tutela dell’agricoltura Fucense, la Giunta Regionale ha ribadito il proprio no allo stabilimento Powercrop di Avezzano. Da qui al prossimo futuro – ha proseguito l’assessore – bisogna dare continuità per la promozione e la valorizzazione del prodotto e del relativo marchio, a partire dalle misure del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 che sostengono gli agricoltori Fucensi sia per i costi di adesione al disciplinare di produzione che per la promozione del prodotto nei mercati nazionali, comunitari e internazionali.
Con questo nuovo riconoscimento assegnato alla patata del Fucino, che entrerà in vigore il 19 maggio prossimo, salgono a oltre 1.330 le eccellenze già protette nell’Ue di cui l’Italia è leader. “Colgo l’occasione per ringraziare il comitato promotore – ha concluso Pepe – rappresentato dall’Associazione Marsicana Produttori Patate (AMPP), nelle persone del Presidente Rodolfo Di Pasquale e del Direttore Sante Del Corvo, di Battista Bianchi che ne ha seguito l’iter procedimentale e di Mario Nucci, referente per l’AMPP del Ministero”.

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Expo: un anno dopo brindano turismo e cibo

Un anno dopo l’inizio di Expo gli effetti si sono fatti sentire nel turismo con un positivo aumento delle spese e degli arrivi degli stranieri nel 2015 che ha fatto soprattutto  registrare il record storico delle esportazioni di alimenti e bevande a 36,9 miliardi, con un aumento dell’8% rispetto all'anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nell’anniversario dell’inizio di Expo, aperto il primo maggio 2015, dalla quale si evidenzia che ben un terzo della spesa degli stranieri in vacanza in Italia è oggi destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per acquistare prodotti enogastronomici. 
Le spese dei viaggiatori esteri in Italia - sottolinea la Coldiretti - sono cresciute nel 2015 del +3,8%, superando i 35,5 miliardi di Euro con benefici diffusi sull’economia nazionale. Tra i paesi di provenienza - precisa la Coldiretti - sono i francesi a registrare l’andamento più dinamico, seguiti dagli abitanti del Regno Unito e dai tedeschi ma molto positiva è stata anche la crescita della spesa degli statunitensi, secondo i dati del Ciset. Il cibo grazie ad Expo - continua la Coldiretti - si consolida come componente determinante della vacanza Made in Italy. Si tratta della principale voce del budget turistico che - precisa la Coldiretti - ha addirittura superato persino quella dell’alloggio. Un risultato reso possibile dal primato nell’enogastronomia conquistato dall’Italia e indubbiamente sostenuto dall’Esposizione Universale che ha fatto conoscere al mondo la realtà enogastronomica nazionale.
Dalla pizza alla baguette più lunghe del mondo fino alla collana di peperoncini più grande, ma anche il cooking show di frittata più piccolo con le uova quaglia o il primo porceddu sardo originale consumato fuori i confini dell’isola dopo 4 anni, fino al panino Dop più lungo del mondo, ma anche le giornate della frutta, del gelato, dei fiori, della birra,  del latte e della carne sono solo alcune delle iniziative realizzate dalla Coldiretti nei sei mesi di Expo dove è stato sempre attivo il Farmers Inn, l’unico punto di ristorazione gestito direttamente dagli agricoltori provenienti a rotazione da tutte le regioni italiane
L’Expo è stato infatti visitato – ricorda la Coldiretti – da   21,5 milioni di persone, un terzo dei quali stranieri, che hanno apprezzato l’esposizione ma anche colto l’opportunità di visitare luoghi turistici del Belpaese e di gustare i prodotti del territorio con il cibo che per quasi 2 turisti stranieri su 3 (62%) è in testa alla classifica degli acquisti in Italia secondo l’indagine Nielsen. Un gradimento che, grazie alla ampia copertura mediatica dell’appuntamento, si è anche trasferito all’estero dove non sono mai stati consumati così tanti prodotti alimentari italiani come nel 2015.
I cibi nazionali più apprezzati dagli stranieri sono il vino, che nel 2015 ha raggiunto un valore record delle esportazioni di 5,4 miliardi che lo colloca al primo posto tra i prodotti della tavola Made in Italy all’estero. Al secondo posto - precisa la Coldiretti - si posiziona l’ortofrutta fresca con un valore stimato in 4,4 miliardi nel 2015, mentre al terzo posto sul podio sale la pasta che raggiunge i 2,4 miliardi. Nella top five ci sono anche - continua la Coldiretti - i formaggi che hanno raggiunto un export stimato a 2,3 miliardi, mentre la classica "pummarola" fa salire la voce pomodori trasformati a 1,5 miliardi ed infine l’olio di oliva che raggiunge i 1,4 miliardi a pari merito con i salumi. L’agroalimentare - sottolinea la Coldiretti - svolge peraltro un effetto traino unico sull’intera economia per l’impatto positivo di immagine sui mercati esteri dove il cibo Made in Italy è sinonimo di qualità.
“L’Italia ha saputo cogliere l’opportunità di Expo per raccontare al mondo il modello agroalimentare e i suoi valori unici” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “l’agricoltura italiana è diventata la più green d’Europa con il primato europeo di 282 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) riconosciuti dall’Unione, 405 vini Doc/Docg, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico, la più vasta rete di aziende agricole e mercati di vendita a chilometri zero, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati”.
www.coldiretti.it


Maltempo: gelo fuori stagione distrugge ortaggi e vigne

Non solo ha rovinato il primo maggio a molti italiani ma il maltempo con il brusco abbassamento della temperatura e gelate tardive notturne ha distrutto vigneti, colture frutticole e orticole ma anche cereali e legumi colpendo a macchia di leopardo le campagne da nord a sud. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti sugli effetti di freddo, neve, violenti temporali e soprattutto gelo fuori stagione sui raccolti, il cui sviluppo è stato anticipato da un inverno che si era classificato come il terzo più caldo di sempre con temperature superiori di 1,76 gradi rispetto alla media. 
Se in Val d’Aosta, dove le temperature sono scese fino a 16 gradi sotto lo zero in alta montagna, sono a rischio - sottolinea la Coldiretti - le gemme dei vigneti più alti d’Europa di Morgex mentre nel fondovalle si registrano problemi per le piante in fiore e per le coltivazioni appena impiantate di zucchine e pomodori, in Campania ad Avellino a rischio è la prossima campagna vinicola dei pregiati Fiano, Greco e Taurasi, ma i viticoltori sperano ora che le piante possano reagire attraverso le cosiddette “gemme dormienti” che potrebbero prendere vita dopo la completa distruzione delle altre. Allarme - continua la Coldiretti - nelle campagne anche in Abruzzo per le gelate primaverili su vigneti, colture frutticole e orticole di centinaia di aziende agricole aquilane e nell'alto molisano per danni ai vigneti ma anche ai germogli degli olivi mentre nel Lazio a Frosinone si rilevano per il gelo danni ai vigneti di Cabernet nella Valle di Comino e alle orticole nella piana di Cassino e Pontecorvo.
Le temperature notturne che scendono fuori stagione di due o tre gradi sotto lo zero fanno cadere le gemme delle vigne con la conseguente perdita della produzione di uva e quindi di vino. Le piante da frutta - spiega la Coldiretti - si trovano in una fase di ripresa vegetativa particolarmente delicata e sono molto sensibili alle gelate tardive che pregiudicano i raccolti estivi. Il caldo inverno – continua la Coldiretti - ha anche anticipato l’arrivo di molte primizie nei campi che adesso sono state danneggiate dal maltempo. Si tratta degli effetti dei cambiamenti climatici che in Italia si manifestano con ripetuti sfasamenti stagionali ed eventi estremi anche con il rapido passaggio dalla siccità all’alluvione, precipitazioni brevi ed intense e un maggiore rischio per gelate tardive con pesanti effetti sull’agricoltura italiana che negli ultimi dieci anni - conclude la Coldiretti - ha subito danni per 14 miliardi di euro a causa delle bizzarrie del tempo.
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Il vino italiano pronto alla sfida dell’e-commerce

«Ai suoi tempi Marco Polo impiegò otto anni per andare e tornare dalla Cina, oggi voi potete portare i vostri vini ai consumatori cinesi in otto secondi». Con queste poche parole Jack Ma, fondatore del colosso cinese dell’e-commerce Alibaba qualche settimana fa ha infiammato la platea dei produttori italiani presenti al Vinitaly. E ha annunciato il Wine-Day, un giorno interamente dedicato da Alibaba alle vendite di vino su internet, che debutterà il prossimo 9 settembre.
L’e-commerce sarà la nuova frontiera per il mercato del vino, soprattutto all’estero? Molti lo pensano e iniziano ad attrezzarsi. Ma il canale digitale non è per tutti. «L’accordo del governo italiano con Alibaba è senz’altro una grande opportunità – conferma Denis Pantini, responsabile della sezione WineMonitor di Nomisma – ma non potrà essere colta in maniera generalizzata: la piattaforma online cinese sarà un ottimo veicolo per i vini “ad alta conoscibilità” o quelli di primo prezzo».
In ogni caso i produttori si stanno attrezzando. «C’è molto interesse ad affrontare il mercato cinese – sostiene Marilisa Allegrini, storica produttrice di Amarone – ed essere in gruppo ci avvantaggia». Allegrini è uno dei sette grandi marchi riuniti in Iswa (Italian Wines Signature Academy)che contano 250 milioni di fatturato, oltre 2.600 ettari vitati e 40 milioni di bottiglie prodotte, per il 60% destinate all’estero. Una massa critica importante per proporsi su mercati lontani e difficili. «È un buon portafoglio – prosegue Allegrini – rappresentativo di tutta l’Italia enoica, oltre a noi ci sono Fontanafredda, Arnaldo Caprai, Frescobaldi, Feudi di San Gregorio, Planeta e Villa Sandi. Abbiamo avviato il dialogo con Alibaba, che però fa solo da tramite, occorre attivare nuove piattaforme logistiche e ottenere licenze: i nostri attuali importatori in genere non sono attrezzati per le vendite online».
Mentre si esplorano le potenzialità di internet non vanno però trascurati i canali tradizionali. Il vino resta il prodotto più esportato dell’agroalimentare, con un giro d’affari all’estero di 5,7 miliardi (+4,7%). Merito del mercato Usa dove il 32% del vino importato è made in Italy e del vero e proprio boom del Prosecco. «Abbiamo subìto la profonda crisi economica russa – precisa Pantini – lo scorso anno il valore del nostro export di vino è stato di poco più di 71 milioni di euro (-30,4%) mentre negli Usa siamo cresciuti in valore del 13,9% e anche il dato cinese, nonostante la frenata dovuta alle leggi anti-corruzione, è positivo, con un +16,7 per cento». Nel complesso tuttavia, i cosiddetti Brics registrano un calo, in valore, del 10,2%.
Le politiche di promozione tentano di rispondere ai nuovi equilibri agevolando le aziende di dimensioni minori. Le nuove regole di utilizzo dei fondi comunitari hanno infatti allargato le maglie per facilitare le Pmi, abbassando da 100 a 50mila euro la soglia dei progetti finanziabili. «È importante mantenere alta la pressione sui mercati maturi – afferma Piero Mastroberardino, nuovo presidente dell’Istituto del vino Grandi marchi – abbiamo in programma eventi negli Stati Uniti e in Germania, allargando le nostre iniziative all’education, per rivolgerci ai giovani rinnovando il modello di informazione sul vino italiano».
Nonostante si continui a parlare di un mercato ormai globalizzato, in molte aree restano alte le barriere che siano dazi (14% in Cina ma ben il 28% in Brasile) o sistemi di accise poco armonizzati. «Paghiamo ancora purtroppo un gap strutturale legato ai diversi sistemi di imposizione delle accise sul vino praticati dai paesi Ue – spiega Costantino Charrère, storico produttore valdostano con il marchio Les Crêtes – e la questione interessa anche le vendite dirette ai privati. In Russia dal 2010 è in vigore la tassa Custom profile: sul vino italiano incide per poco più di 2 euro al litro portando a un aumento del costo finale della bottiglia del 30%, mentre sui vini francesi e spagnoli la tassa è solo di 1,22 euro al litro. Non è dato sapere perché».

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TtipLeaks: i testi segreti su cibo e ogm che l’Ue fa finta di non vedere

Sembra quasi seccata, la Commissario al Commercio Cecilia Malmstrom, a dover ribadire sul blog della Commissione “ancora e ancora, che nessun trattato commerciale sottoscritto dall’Ue abbatterà il nostro livello di protezione dei consumatori, della sicurezza alimentare o dell’ambiente”. Travolta dal TtipLeak di Greenpeace, che rimbalza in ogni coordinata del web e anche fuori, rammenta (innanzitutto a se stessa) di avere ricevuto dai 28 governi nell’Unione un “preciso mandato” che fissa per lei delle “linee rosse” da non oltrepassare.
Ce lo ricordiamo bene, quel mandato, pubblicato sotto la presidenza italiana dell’Unione, quando da oltre anno era liberamente consultabile anche sul sito della Campagna Stop Ttip Italia: uno dei primi documenti che abbiamo pubblicato per dire che era vago e insufficiente. E la dimostrazione è tutta lì: in quei 16 documenti negoziali che restituiscono l’incapacità della Commissione non soltanto di difendere i nostri diritti – alto obiettivo – ma anche i nostri banali interessi di bottega.
Il caponegoziatore europeo Ignacio Bercero, quando il 25 novembre scorso lo incontrammo al Ministero dello Sviluppo Economico su invito dell’allora viceministro Carlo Calenda, ci chiese di fidarci di lui, perché quello che avremmo letto nel testo del Ttip una volta che avessero concluso il loro lavoro, sarebbe risultato coerente con quello che chiedevamo. Non ci siamo fidati, e quelli che abbiamo sotto agli occhi ci fa dire che abbiamo fatto bene. E che ancora meglio sarà se saremo in tante e tanti sabato 7 maggio a manifestare a Roma contro gli errori/orrori che il trattato non nasconde.
Partiamo con gli interessi: gli Stati Uniti si sono ben guardati da abbattere dazi e tariffe sul settore in cui più si concentrano le nostre richieste “di valore”. Innanzitutto i veicoli a motore, macchine, bus e camion, sui quali gli Usa intendono mantenere le barriere di prima. E anche sul tessile non mollano molto. Poi resta protetto gran parte del loro agroalimentare: i formaggi (sì, proprio quelli che il nostro governo dava per sicuri, sono esclusi dal negoziato per 144 linee tariffarie), poi gli agrumi, le olive e l’olio d’oliva, i mangimi animali, altri preparati alimentari, vini e vini frizzanti, zucchero raffinato, tabacco grezzo. Noi proteggiamo quasi solo l’agroalimentare: abbiamo chiesto di tener fuori manzo, pollame e suini e alcuni selezionati preparati, alcune linee di latte, riso, mais alcol etilico. Per i preparati di carne, però, ci siamo mostrati possibilisti, come per gran parte delle farine, e poi per la chimica, auto e camion, bici e moto, vetri e ceramiche, a patto che ci sia reciprocità dall’altra parte dell’Oceano. Gli Usa, aprono su vetro, scarpe, accessori auto, ceramiche e ferro, invece, la maggior parte delle loro aperture avverrà “a sette anni” dall’entrata in vigore del trattato, e solo quei prodotti dove il commercio transatlantico al momento è difficile perché le regole di qualità (o la concorrenza storica) ci allontanano: tessile, pellame, gioielli e latte, pollame e prodotti della pesca per quanto riguarda l’alimentare. Un affare da non perdere?
Per quello che riguarda l’interesse nazionale, già andiamo davvero malino. Andiamo, allora, alle regole, e cominciamo con quelle di sicurezza sanitaria e fitosanitaria. (Capitolo sul SPS) E già qui vediamo che è l’Europa a proporre che “le parti assicurino che queste misure non creino una barriera non necessaria al commercio”. Il punto è: chi decide che una misura sia necessaria o meno? Al momento, le autorità nazionali, europee, e per quello che riguarda il commercio, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) e il Codex Alimentarius, più blando delle misure europee attualmente in vigore, custodito come perimetro internazionale presso l’agenzia delle nazioni Unite per l’alimentazione (Fao). Gli Stati Uniti chiedono che si attivino dei “Punti di contatto” transatlantici in ogni autorità regolatoria, che avvisino per tempo l’altra parte, se si vuole introdurre una regola che influenzi il commercio tra le due sponde dell’Oceano. L’Europa propone l’equivalenza di fatto tra i sistemi di sicurezza sanitaria e fitosanitaria tra Usa e Ue ma come misure d’equivalenza non pone il solo Codex, bensì anche l’International Standard for Phytosanitary Measures ISPM 24 Guidelines. E’ l’Unione europea che chiede che, su residui di pesticidi, erbicidi e simili nel cibo, “le parti assicurino che le tolleranze e i livelli massimi consentiti si allineino a quelli del Codex Alimentarius entro 12 mesi dall’entrata in vigore del trattato”, nonostante questi livelli siano da sempre giudicati troppo bassi dai principali esperti europei del settore, ma anche rispetto alle valutazione espresse dall’agenzia europea Efsa, in casi anche molto discussi come l’impatto sul consumatore della permanenza dell’ormone della crescita Ractopamina, nelle carni.
L’Ue, per di più, non si oppone al tentativo d’introdurre, da parte Usa, al posto del Principio di precauzione, l’analisi di valutazione dei rischi che mette a carico di chi vuole impedire un’importazione, o eventualmente venga ne danneggiato, l’onere della prova dell’eventuale danno, “con rilevante ed evidente evidenza scientifica, inclusi dati quantitativi e qualitativi”. A chi, eventualmente, volesse introdurre una nuova regola, si chiede di valutare “alla luce di una analisi dei rischi, ogni alternativa per raggiungere lo stesso livello di protezione, di renderla disponibile all’altra parte per commenti”, prima di farlo. Se anche i livelli regolatori nazionali o tecnici lo dovessero fare, debbono spiegare pubblicamente e rendere accessibili via internet le valutazioni che hanno preso in considerazione e perché abbiano scelto questa strada.
Si preme, da parte statunitense, per una surrettizia corsia preferenziale verso l’approvazione della messa in commercio e dell’importazione dei “prodotti della moderna tecnologia agricola”. Non li chiamano più Ogm, come è noto, ma con questa vaga definizione si chiede “che la parte importatrice indichi tempi e modi” per la loro approvazione, e se il prodotto non venisse approvato nei tempi previsti, si dovrebbe opporre un’analoga valutazione del rischio, e successivamente una nuova tempistica da rispettare obbligatoriamente. Con il Ttip si chiede a Usa, Ue e Stati annessi di aderire alla “Global Low Level Presence Initiative”, che spinge per moltiplicare quelle biotecnologie in cui la manipolazione genetica sia al livello minimo (i cosiddetti e ultra discussi Ogm di nuova generazione), perché i prodotti derivanti vengano trattati (e quindi non tracciati) come quelli naturali. Allo stesso tempo si istituisce, oltre alla Commissione Agricoltura del Ttip, uno specifico Comitato congiunto per la gestione delle questioni sanitarie e fitosanitarie che si dovrà occupare di “risolvere le dispute Usa-Ue sulla sicurezza alimentare”. Lo modererà un “facilitatore”, tutte le sue comunicazioni saranno “confidenziali” e sarà il luogo dove Usa e Ue ragioneranno se abbia senso commerciale – non sanitario, sociale o ambientale, autorizzare procedure attualmente bandite come la risciacquatura delle carcasse col cloro o il bando degli ormoni della crescita.
Secondo l’Ue, avremmo bisogno anche di un gruppo di lavoro sul Commercio dei prodotti delle tecnologie dell’agricoltura moderna, presieduti da “esperti delle agenzie commerciali” delle due parti, sottraendoli così alla regia scientifica, perché vengano diffuse e valutate solo alla luce della mera ragione commerciale. Su questo l’Unione europea tace e non contrappone nemmeno una parentesi vuota, dimostrando di camminare ben oltre e ben spedita oltre il mandato che le era stato affidato.

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La strada del biologico porta alla crescita

Nel franchising del cibo biologico sono certamente stati i pionieri. E ora, dopo la recentissima inaugurazione, in via Washington a Milano, del punto vendita numero 200, il gruppo EcorNaturaSì può guardare con soddisfazione al bilancio di un'avventura partita una trentina di anni fa con Ecor (divenuto nel tempo il maggior distributore all'ingrosso di prodotti biologici e biodinamici nel comparto specializzato) e proseguita poi, dal 2009, con la fusione tra Ecor e la catena di negozi del bio NaturaSì. Un “matrimonio” che ha portato il gruppo ad espandersi con nuovi punti vendita, in particolare al Nord, ma con presenze significative anche al Centro e al Sud.
I dati 2015 del gruppo EcorNaturaSì confermano il valore dell'intuizione avuta sul mercato del bio, settore che, in questi anni, ha mantenuto, nonostante la crisi, il segno più. Il fatturato consolidato 2015 del gruppo EcorNaturaSì si è attestato a 330 milioni di euro, con una crescita del 15% sull'anno precedente, mentre il fatturato della rete dei negozi NaturaSì ha raggiunto quota 258 milioni, con un crescita superiore al 15%. Dei 200 punti vendita di EcorNaturaSì, una parte è a gestione diretta, altri sono a gestione mista e una sessantina sono in franchising. Con molte richieste di nuova adesione.
Ora, forti del successo avuto e, come osserva il direttore generale Roberto Zanoni, anche con la consapevolezza di qualche errore fatto, le energie del gruppo vengono focalizzate in due direzioni: la qualità del prodotto da un lato, la formazione di titolari di negozio e addetti alla vendita e la selezione di aspiranti all'affiliazione dall'altro. «Abbiamo molte richieste - spiega Zanoni – ma vogliamo essere certi della convinzione profonda verso il biologico in chi lavora con noi, affiliati compresi».
Per gli affiliati, che per l'apertura di un negozio investono circa 300mila euro, è prevista una formazione tecnica di 2 mesi nei negozi del gruppo; se si tratta di addetti ai punti vendita, la formazione dura 6 settimane. Poi ci sono corsi specifici sui rapporti con i clienti, sulla gestione dei diversi banchi (frutta e verdura, formaggi eccetera). Infine, ci sono anche i corsi online.
Nella logica di offrire un servizio focalizzato sulla qualità e sulla tutela della salute, spiega il direttore generale, il gruppo punta poi a costruire “ponti” tra produttore e consumatore, al fine di avere una qualità certa e un giusto prezzo, più conveniente per il cliente, ma remunerativo per il produttore. «Così si va verso il vero biologico», osserva Zanoni. Una testimonianza di successo di questo corso è il negozio-ristorante aperto alla Zelata di Bereguardo (Pavia), nel Parco del Ticino, all'interno dell'azienda agricola biodinamica Cascine Orsine, che all'ingresso mette in bella mostra tutti i propri prodotti: farine, risi, pasta da grani vari, formaggi, verdure. E, nel negozio e al ristorante, si fa la fila.
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CONFERENZE STAMPA

Giovedì 12 maggio
Milano Marittima (RA)
– Rotonda Cadoran – ore 17
Presentazione della 44° edizione del Maggio in Fiore, la mostra floreale più grande d’Europa, che ha a che fare con i fiori e con la fantasia, ma anche con i migliori architetti del verde italiani ed internazionali.
Info e accrediti: Letizia Magnani, Giornalista e Comunicatrice - letiziamagnani@gmail.com - 348 7314189


EVENTI

Mercoledì 11 maggio
Grumello del Monte (BG)
– Tenuta Castello di Grumello – via Fosse 11 – ore 17.30
Serata dedicata all’incontro con il “Valcalepio en primeur: una degustazione presentata dal Prof. Attilio Scienza”. Dodici produttori, due vitigni, un taglio bordolese, il 2015 annata da ricordare e il  più grande esperto italiano di viticoltura.
E’ richiesto l’accredito.
Ufficio stampa
: Elena Miano, Ospiti a Tavola Comunicazione – 3491630364 - elena.miano@ospitiatavola.com

Giovedì 12 maggio
Castagnole Monferrato (Asti)
– Azienda Agricola Montalbera – via Montalbera 1 – ore 10
Convegno “Approvazione del Testo Unico del Vino. Le novità per il settore: vera semplificazione o ulteriore complicazione?” Finalizzato ad approfondire le novità del settore vitivinicolo alla luce dell’approvazione del Testo Unico del Vino e organizzato in collaborazione con Confagricoltura Asti e con il qualificato contributo di esperti del settore. Le conclusioni saranno affidate a Mario Guidi, presidente nazionale di Confagricoltura.
E’ richiesto l’accredito contattando: 0141.434943 – segreteria@confagriasti.com
Info: Ufficio Comunicazione e Immagine di Confagricoltura Asti: ufficiostampa@confagriasti.com - 0141.434943

Sabato 14 maggio
Santa Lucia di Piave (TV)
- Fiera di Santa Lucia - via Mareno 1 – ore 16
Negli spazi dell'ex Filanda di Santa Lucia di Piave, nell'ambito della prima edizione del salone Gourmandia – Le Terre Golose del Gastronauta, Davide Paolini ha chiamato a sedersi attorno allo stesso tavolo Gianluca Bisol (produttore di Valdobbiadene), Matilde Poggi (presidente FIVI) e i presidenti dei tre Consorzi di Tutela del Prosecco.
Info: http://gourmandia.gastronauta.it/ info@gastronauta.it
Ufficio Stampa: Studio Cru - Michele Bertuzzo, 347 9698760, michele@studiocru.it - Claudia Zigliotto, 340 7165858, claudia@studiocru.com

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