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Acque Minerali:
il “cocktail” più bevuto dagli italiani. Elenco
delle ditte sanzionate
Incendi:
grave il bilancio dei danni econimi e ambientali
Il riso
di Baraggia Biellese e Vercellese è la nuova DOP piemontese
Dop-Igp,
con l'Arancia del Gargano siamo a quota 161
Ricerca:
completata la sequenza del genoma della vite
Strumentale
l'allarme sul latte? Il prezzo del latte alla stalla è oggetto
di una campagna di disinformazione

Acque
Minerali: il “cocktail” più bevuto dagli italiani.
Elenco delle ditte sanzionate.
L’acqua
minerale è la bevanda più diffusa in Italia. Lo dice
un’indagine di GfK Eurisko commissionata da Mineracqua (www.mineracqua.it),
associazione dei produttori di acqua minerale, che afferma che il
98% delle famiglie italiane acquista acqua minerale più o
meno regolarmente per un consumo annuo pro capite di circa 180 litri.
Dato questo che ci pone quale Paese, non solo europeo, con i consumi
più elevati. Per contro, un’altra recente indagine
effettuata dall’istituto Cresme per Aqua Italia (www.aquaitalia.it)
racconta che 3mila famiglie bevono con frequenza acqua del rubinetto.
Tornando alle minerali, dette anche “oro blu”, sono
prodotte, o meglio imbottigliate con un volume di 6,7 miliardi di
litri, da 177 imprese che generano ben 287 marchi per un valore
di mercato che sfiora gli 11 miliardi di euro. Al proposito è
bene ricordare che i marchi più venduti che costituiscono
una sorta di Eldorado liquido, sono di proprietà di multinazionali
straniere: S.Pellegrino (gruppo Nestlè), San Benedetto (gruppo
Danone) e la Co.Ge.Di che da sole coprono tre quarti del mercato
nazionale. L’elevtica Nestlè e la francese Danone sono
rispettivamente al primo e secondo posto a livello mondiale tra
le imprese del settore. La prima possiede più di 260 brand
in tutto il mondo tra cui figurano Vittel, Perrier, San Pellegrino,
Levissima, Panna, San Bernardo, Pejo, Recoaro. Danone possiede invece,
tra le altre, Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Vitasnella, Boario,
Fonte Viva, ecc.
Precisazione: l’acqua minerale costa di media 26 centesimi
al litro, (beninteso se consumata tra le mura domestiche, perché
al bar o al ristorante ma anche al semplice chiosco il prezzo lievita
sino a 100 volte) mentre l’acqua del rubinetto costa 0,001
euro al litro e in molte regioni manco viene pagata.
Siamo un popolo di disinformati o di scriteriati: in Sicilia si
beve acqua minerale che proviene dalla Bergamasca e a Bolzano quella
di Rionero in Vulture, trasportata da un via vai di camion che percorrono
incessantemente lo Stivale intasando strade e autostrade, inquinando
l’aria con tonnellate di gas di scarico e consumando un mare
di carburante per la felicità dei petrolieri. Per tacere
delle enormi quantità di plastica che sarà pure riciclabile
ma è altrettanto inquinante. Ulteriore dettaglio che alla
luce della quotidianità pare trascurabile, la fatica e il
disagio di caricarsi sulle braccia pesantissime confezioni dal supermarket
a casa di queste acque benedette. Anzi, acque sante. Non è
un caso che la maggior parte delle nostre minerali hanno nomi di
Santi e Sante. Alleluia!
A partire dagli Anni Novanta le acque minerali da semplice commodity
sono diventate sofisticati prodotti di marketing assoggettate appunto
a questa legge e da una comunicazione pubblicitaria enfatica, emozionale
e bugiarda. Beviamo le minerali per dissetarci? Macché, la
beviamo per fare “plin plin”, per digerire in un attimo
persino una cofana di bagna càuda, per diventare più
belli, per dimagrire, per avere la pelle più liscia e luminosa,
per arrestare “gli inestetismi della cellulite”, in
attesa dell’uccellino che cinguetti sulla nostra spalla come
succede a Del Piero. Molti poi la bevono attratti da packaging d’alto
design o originali, mica per quello che contiene. La panciuta bottiglietta
della Perrier è ormai un must. E che dire di una bottiglia
che è un caso di marketing da studiare all’Università.
Mi riferisco alla T’ Nant una spring water proveniente dal
Galles (praticamente sotto casa) che arriva in container da noi
grazie all’intuito di Piero Biscaldi, un intelligente ancorché
scaltro importatore genovese di bevande il quale, visto il grande
successo dovuto all’originale bottiglia in vetro (ed ora in
Pet) di un brillantissimo blu cobalto, si è comperato addirittura
le fonti gallesi.
Ma allora le minerali sono più pure, naturali e genuine di
quelle del rubinetto come la pubblicità e i padroni dell’”oro
blu” lasciano intendere condizionando il consumatore? C’è
più o meno sodio o manganese? Ci sono più residuati?
Che caspita sono i residuati? Praticamente nessuno legge le etichette
con le composizioni firmate da illustri docenti batteriologi che,
quando va bene, sono referti di 5 o 10 anni addietro. E nel frattempo
che succede? Nessun problema, il business è talmente ricco
che qualora in alcune acque minerali ci fossero dosi eccessive di
prodotti tossici o dannosi per la salute, ci pensa qualche Ministro
della Sanità ad elevare per legge i dosaggi ammessi.
A tal riguardo occorre puntualizzare i seguenti aspetti. Essendo
l’acqua minerale considerata a suo tempo dal legislatore come
terapeutica, per anni è stato consentito a queste acque di
contenere cinque volte la quantità di arsenico e quaranta
volte quella di manganese ammesse nell’acqua di rubinetto.
Sostanze che Fao e Oms hanno sempre denunciato come pericolose per
la salute per chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale
senza controllo medico. Un’acqua troppo ricca di arsenico
e manganese può forse essere venduta in farmacia ma non certo
nei supermercati in sostituzione della tanto bistrattata acqua dei
rubinetti di casa nostra.
Nel 2003 una serie di inchieste di cui era titolare il procuratore
di Torino Raffaele Guariniello accertavano (come è accaduto
alla Guizza), contenuti di idrocarburi al benzene in quantità
10 volte superiore alla media. Alcune fonti, come è successo
alla Fiuggi, vennero chiuse dopo la scoperta di sostanze nocive
nelle bottiglie destinate a sciogliere i calcoli renali. In questo
clima di scandali l’ineffabile ministro di allora, Sirchia,
che non aveva ancora pensato di vietare in ogni dove il piacere
delle sigarette, per non disturbare questo mercato, varò
in piene festività natalizie del 2003, un decreto che innalzava
la soglia di tolleranza per molti degli inquinanti trovati nelle
griffatissime minerali (tra i quali tensioattivi, oli minerali,
antiparassitari, idrocarburi) facendo rientrare, come per magia,
molte industrie nella legalità. Semaforo verde quindi alle
minerali con eccesso di arsenico o manganese attutibili semmai con
un trattamento di ozonizzazione, ossia tramite l’uso di ozono.
Procedimento che potrebbe dar luogo a sostanze indesiderate, più
pericolose di quelle che si intende limitare: i bromati fortemente
cancerogeni.
Le aziende imbottigliatrici dovevano presentare entro il 31 ottobre
2004 i certificati di analisi che attestassero la conformità
dell'acqua alla direttiva europea 2003/40 riguardo l'adeguamento
ai parametri per antimonio, arsenico e manganese. 115 però
non hanno inviato (uffa questi burocrati !) alcuna comunicazione
mentre le 11 imprese lige al dispositivo hanno inviato le loro analisi
che però dimostrarono il superamento dei limiti massimi.
Il Ministero ha quindi sospeso l'autorizzazione a partire dal 1°
gennaio 2005, con due distinti decreti pubblicati sulla Gazzetta
Ufficiale n. 305 del 30 dicembre 2004.
Laconico il commento di Mineraqua, che riunisce l'80% delle marche
in commercio, che ha precisato trattarsi di prodotti che rappresentano
una piccolissima quota del mercato. Il provvedimento ha trasversalmente
toccato le fonti praticamente di tutte le regioni italiane. Per
dovere di cronaca ecco di seguito l'elenco dei marchi delle acque
interessate dai provvedimenti.
Per aver superato i limiti:
Diamante di Codrongianos (Ss), per arsenico; Fonte Garbarino di
Lurisia di Roccaforte Mondovì (Cn), per arsenico;
FonteAlta di Roncegno (Tn), per arsenico; Giulia di Anguillara (Rm),
per arsenico; La Francesca di Rionero in Vulture (Pt), per arsenico;
Nevissima di Vinadio (Cn) per arsenico; San Lorenzo di Bognanco
(No), per manganese; San Paolo di Roma, per manganese; San Pietro
di Roma, per manganese; San Faustino di Massa Martana (Pg), per
manganese;
Virginia di Prata Camportaccio (So), per arsenico.
Per non aver trasmesso le analisi:
Acqua della Grotta di Conversano (Ba); Acqua del Limbara di Tempio
Pausania (Ss); Acqua Madonna delle Grazie - di San Vincenzo (Is);
Acqua Terziana di Terzo d'Aquileia (Ud); Acquabaida (Pa); Acquevive
di Rocchetta al Volturno (Is); Agabuna di Frisanco (Pd); Albaviva
di Valli del Pasubio (Vi); Amica di Cerreto di Spoleto (Pg); Antica
Fonte di Barbarano di Barbarano (Vi); Arvenis di Ovaro (Ud); Ativa
di Transacqua (Tn); Augina di Scorzé (Ve); Aurora di Castelletto
d'Orba (Al); Bagolino di Bagolino (Bs); Benaglia di Lazise (Vc);
Bonora di Montefiora Conca (Rn); Camorei di Borgo San Dalmazzo (Cn);
Canali di Carmiano (Le); Canay di Murialdo (Sv); Certosa Fonte Camarda
di Polia (VV); Certosa Fonte Serrine di Polia (VV); Certosa Fonte
Pietre Bianche di Polia (VV); Ciappazzi di Castroreale (Me); Cinciano
di Poggibonsi (Si); Cinzia di Pennabilli (Rn); Cisano di Bardolino
(Vr); Col de' Venti di Muccia (Mc); Corona di San Giuliano Terme
(Pi); Faito di Castellammare di Stabia (Na); Fonte del Parco di
Montefiorino (Mo); Fonte della Virtù di Pontermoli (Ms);
Fonte Cerreto di Montecavallo (Mc); Fonte della Buvera di Anzolo
d'Ossola (Vb); Fonte di Tito di Greve in Chianti (Fi); Fonte Geu
di Forni Avoltri (Ud); Fonte Maddalena di Ardea (Rm); Fontemura
(Ar); Fontenova di Fornovo di Taro (Pr); Fonte Napoleone di Marciana
(Li); Fonti Feja di Castelletto d'Orba (Al); Fucoli di Chianciano
(Si);
Futura di Pianipoli (Cz); Gajum di Canzo (Co); Gallo di Montefortino
(Ap); Gemma di Monasterolo del Castello (Bg);
Generosa di San Miniato (Pi); Giada di Salerno (Sa); Giardinella
di Fasano (Br); Goccia Azzurra di San Gregorio d'Ippona (Vv); Goccia
Diamante di Cimadolmo (Tv); Idrea di Tonadico (Tn); La Vena d'Oro
di Ponte nelle Alpi (Bl);
La Vittoria di Courmayeur (Ao); L'Aqua (Ar); Laurentina (Rm); Lavagello
di Castelletto d'Orba (Al); Lentula di Cantagallo (Prato); Leona
di Montevarchi (Ar); Levico Forte di Levico Terme (Tn); Le Grazie
di Salzano (Ve); Lizzarda di Recoaro (Vi); Lyde di Vitulazzo (Cs);
Madonna della Guardia di Ceranesi (Ge); Madonna dell'Ambro di Montefortino
(Ap); Margherita della Sila di Spezzano (Cs); Maxim's di Stia (Ar);
Mia di Scarperia (Fi); Montechiaro di Conversano (Ba); Monteferrante
di Monteferrante (Ch); Monticello di Loro Ciuffenna (Ar): Montinverno
di Medesano (Pr); Oropa di Biella; Paraviso di Lanzo d'Intelvi (Co);
Perna della Certosa di Polia (V V); Piagge del Prete di Genga (An);
Pieve di Calci (Pi); Pradicino Rio delle Ghiaie di Riolunate (Mo);
Preistorica di Amandola (Ap); Preziosa di Stresa (No); Primia di
Transacqua (Tn); Radiosa di Casteldeci (Pe); Riviana di Varano di
Melegari (Pr); Rivivo di Pomarance (Pi); Roana di Ussita (Mc); Rocca
Bianca di Novara di Sicilia (Me); Rocca Galgana di Fornovo di Taro
(Pr); Rocche Valletti di Varese Ligure (Sp); Sacromonte di Varallo
(Vc); San Donato di Napoli (Na); San Felice di Pistoia; San Germano
di Vitulazzo (Ce); San Leopoldo di Casciana Terme (Pi); San Marco
di Minturno (Lt) San Marino di Sassofeltrio (Pe); San Moderanno
di Berceto (Pr); San Nicodemo di Mammola (Rc); San Pancrazio Trescore
di Trescore Balneario (Bg); Santa di Chianciano (Si); Santhé
di Mombaroccio (Pe); Santo Raggio di Assisi (Pg); Scheber di Macugnaga
(Vb);Serenissima di Cornuda (Tv); Silvana di Galeata (Fo); Smeralda
di Monasterolo del Castello (Bg); Sorgente degli Ontani di Arcidosso
(Gr); Sorgente San Michele di Casal Martino di Celano (Aq); Tamerici
di Montecatini Terme (Pt); Valle d'Itria di Martina Franca (Ta);
Vallicelle di Montopoli Valdarno (Pi); Valviva di San Giorgio in
Bosco (Pd); Varanina di Medesano (Pr); Verde di Riardo (Ce); Verna
di Chiusi della Verna (Ar); Vesuvio di Ercolano (Na).
Onde capire meglio il peso condizionante della pubblicità
ecco i risultati dell’indagine di Mineracqua cui si accennava.
L’indagine ha consentito di confermare le aree su cui si basa
il sistema valoriale percepito delle acque minerali nell’area
gustativa e in quella salutista.
Questi due elementi, dice la ricerca, emergono soprattutto nel confronto
con l’acqua del rubinetto.
Sul piano del gusto l’acqua minerale confezionata “
è più gradevole dell’acqua del rubinetto che
risulta più pesante e con uno sgradevole gusto di cloro”.
Sul piano salutistico l’acqua minerale confezionata è
superiore a quella del rubinetto perché “ha un gusto
migliore” (evidentemente l’arsenico piace!), “contribuisce
maggiormente al benessere fisico” (culi e tette delle pin
up sono argomenti indiscutibili) , “è sicura e controllata”
(vedi elenco sopra citato).
Praticamente spudorato, infine, l’item riguardante l’etichettatura.
L’etichetta - dicono i risultati dell’indagine - mantiene
il suo ruolo di strumento primario di comunicazione: è il
“biglietto da visita” dell’acqua minerale, un
elemento chiave per comunicare informazioni e aiutare la scelta.
La composizione chimica è infatti ritenuta l’informazione
più importante da quasi il 50% di coloro che leggono l’etichetta
prima di scegliere il prodotto.
Suvvia, un po’ di onestà: alzi la mano chi ha letto
almeno una volta la composizione chimica dell’acqua minerale.
E pur ammesso che qualcuno sia riuscito a decrittarla, cosa ne ha
dedotto?
Vi sarebbero altre considerazioni da fare attorno al grasso business
delle minerali di carattere politico e amministrativo (concessioni
delle fonti a prezzo simbolico, controlli super parte degli impianti
d’estrazione e d’imbottigliamento, ecc), prezzi al consumo,
vessazioni di baristi e ristoratori che neppure se piangi ti danno
un bicchiere d’acqua del Comune, e via lamentando.
Ma queste sono altre storie.
Per concludere ancora una curiosità calzante. Circa una decina
d’anni fa il Comune di Milano ha dato corso ad un progetto
(poi stoppato un po’ dai costi distributivi e pubblicitari,
un po’ dal cambio della Giunta) per imbottigliare e vendere
l’acqua comunale ritenuta ottima sotto ogni profilo. Già
pronto il logo “Acqua Milano” per le etichette, pronta
la descrizione della composizione chimica (come ovvio, esattamente
la stessa dell’acqua erogata ai cittadini) e studiato il piano
di marketing. Il concetto era: se i milanesi vogliono a tutti i
costi bere “la minerale” spendendo fior di lirette che
almeno i soldi rimangano in casa.
Giuseppe Cremonesi – rubrica “Percorrendo la Filiera”
- www.asa-press.com
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Incendi:
grave il bilancio dei danni econimi e ambientali
Alla
drammatica perdita di vite umane si aggiungono danni economici e
ambientali ben superiori al miliardo di Euro all’anno spesi
dallo Stato per fronteggiare l’emergenza. E’ quanto
scaturisce dal bilancio provvisorio dei danni tracciato dalla Coldiretti
per il 2007 che fa segnare in Europa il record negativo per vastità
della superficie percorsa dal fuoco che dall’inizio dell’anno
ad oggi ha già superato i 3.585 chilometri quadrati andati
in fumo nell’intero anno 2006 e, secondo il sistema europeo
di informazione sugli incendi boschivi (Effis), si classifica come
l’anno peggiore da quando si è cominciato a raccogliere
sistematicamente i dati sugli incendi boschivi negli Stati membri
(ovvero dal 1995 in Italia, Spagna, Francia e Grecia). Una grave
emergenza che ha provocato la dura condanna delle ''azioni criminose''
dei piromani, che ''mettono a rischio l'incolumita' delle persone
e distruggono il patrimonio ambientale, bene prezioso dell'intera
umanita''', da parte del Papa al quale va anche la riconoscenza
delle Coldiretti. Gli incendi - sostiene la Coldiretti - hanno provocato
danni incalcolabili dal punto di vista ambientale dovuti alla perdita
di biodiversità (distrutte piante e uccisi animali) e alla
distruzione di ampie aree di bosco che sono i polmoni verdi del
paese e concorrono ad assorbire l'anidride carbonica responsabile
dei cambiamenti climatici. Per ogni ettaro di macchia mediterranea
andato in fumo sono morti in media secondo la Lipu 400 animali tra
mammiferi, uccelli e rettili e considerando che - stima la Coldiretti
- dall’inizio dell’anno sono già andati in cenere
circa 40mila ettari, la perdita della fauna ammonta a 16 milioni
di animali. Ma sono migliaia le varietà vegetali danneggiate
dagli incendi come i boschi di querce, di faggio, di castagno, di
cerro, ma anche i funghi e le erbe aromatiche con il fuoco che ha
colpito anche secondo il Corpo Forestale oltre 19mila ettari di
aree protette ognuna delle quali ha proprie specificità.
Nelle foreste andate a fuoco - sostiene la Coldiretti - saranno
impedite anche tutte le attività umane tradizionali del bosco
come la raccolta della legna, dei tartufi e dei piccoli frutti,
ma anche quelle di natura hobbistica come i funghi che coinvolgono
a settembre decine di migliaia di appassionati. Insieme alle disdette
provocate in molti agriturismi sono gravi anche i danni diretti
registrati alle coltivazioni agricole, le perdite di animali con
la distruzione di numerosi fabbricati rurali. Anche specialità
alimentari tradizionali - precisa la Coldiretti - sono andate perse
come parte della produzione degli oliveti Dop e degli aranceti,
del tartufo nero e dello zafferano. La perdita di superficie forestale
dovuta agli incendi ha fatto anche diminuire il risparmio stimato
in un miliardo di Euro che il patrimonio boschivo italiano, di 10,47
milioni ettari pari al 34,7 della superficie nazionale, potrebbe
garantire nei prossimi cinque anni per effetto del contenimento
di 10,2 milioni di tonnellate di CO2 (11% delle emissioni da tagliare
secondo il protocollo di Kyoto nel periodo tra il 2008 e il 2012).
In questo caso è stimato in circa 4,3 milioni di euro il
danno economico subito dall'Italia nell'applicazione del Protocollo
di Kyoto per il periodo 2008 – 2012 in conseguenza degli incendi
accesi nel 2007. Di fronte ad un fenomeno ormai strutturale bisogna
lavorare sulla prevenzione e creare le condizioni affinché
si contrasti l'allontanamento dalle campagne e si valorizzino quelle
funzioni di sorveglianza, manutenzione e gestione del territorio
svolte dagli imprenditori agricoli. Occorre cogliere - precisa la
Coldiretti - le opportunità offerte dalla legge di orientamento
che invita le pubbliche amministrazioni a stipulare convenzioni
con gli agricoltori per lo svolgimento di attività funzionali
"alla salvaguardia del paesaggio agrario e forestale"
anche attraverso l'utilizzo di mezzi meccanici agricoli”.
I danni degli incendi
1) Costo degli interventi per emergenza stimato in un miliardo su
base annua.
2) Perdita della fauna ammonta a 16 milioni di animali tra mammiferi,
uccelli e rettili.
3) Attraversate dal fuoco 19mila ettari a aree protette con perdita
di boschi di querce, di faggio, di castagno, di cerro ma anche funghi
ed erbe aromatiche.
4) Sono impedite nelle aree a fuoco tutte le attività umane
tradizionali del bosco come la raccolta della legna, dei tartufi
e dei piccoli frutti, ma anche quelle di natura hobbistica come
i funghi che coinvolgono a settembre decine di migliaia di appassionati.
5) Difficoltà per turismo e agriturismo per calo delle presenze
nelle aree coinvolte.
6) Danni diretti alle coltivazioni, perdite di animali, distruzione
di numerosi fabbricati rurali con perdita anche di specialità
alimentari tradizionali come oliveti, agrumeti, tartufi nero e zafferano.
www.coldiretti.it
– fonte Corpo Forestale dello Stato e WWF
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Il
riso di Baraggia Biellese e Vercellese è la nuova DOP piemontese
Con
il regolamento CE n. 982/2007, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale
della Unione Europea, la Commissione delle Comunità Europee
ha approvato la Denominazione di Origine Protetta (DOP) per il Riso
di Baraggia Biellese e Vercellese.
La DOP costituisce la più importante certificazione di valore
europeo a protezione e valorizzazione dei prodotti tipici agroalimentari
per i quali tutto il processo produttivo, dalla coltivazione alla
lavorazione e trasformazione, avviene esclusivamente in un territorio
delimitato e riconosciuto ufficialmente.
Sono 28 i comuni che compongono la zona delimitata per la DOP Riso
di Baraggia Biellese e Vercellese, situati nelle Province di Biella
e di Vercelli: Albano Vercellese, Arborio, Balocco, Brusnengo, Buronzo,
Carisio, Casanova Elvo, Castelletto Cervo, Cavaglià, Collobiano
Dorzano, Formigliana, Gattinara, Ghislarengo, Gifflenga, Greggio,
Lenta, Massazza, Masserano, Mottalciata, Oldenico, Rovasenda, Roasio,
Salussola, San Giacomo Vercellese, Santhià, Villanova Biellese,
Villarboit. In tutto si tratta di circa 25.000 ettari di superficie
coltivata a riso.
Le varietà di riso riconosciute in questa DOP sono: Arborio,
Baldo, Balilla, Carnaroli, S. Andrea, Loto,Gladio.
“Sono particolarmente soddisfatto per questo prestigioso riconoscimento
europeo che riguarda una delle produzioni più importanti
del Piemonte - ha dichiarato l’assessore regionale all’Agricoltura,
Mino Taricco - un risultato che corona un lungo e difficile lavoro
per il quale ringrazio tutti coloro che, assieme alla Regione Piemonte,
si sono impegnati, dai produttori, ai comuni e alle Province interessate,
alle organizzazioni professionali agricole, in particolare l’Associazione
Riso di Baraggia Biellese e Vercellese, quale soggetto referente
nell’iter di riconoscimento.
“Il riso è un prodotto simbolo del Piemonte, –
ha aggiunto l’assessore Taricco - che rappresenta 2.300 aziende,
30 riserie, 115.000 ettari di superficie, dove si producono circa
8 milioni di quintali di riso,il 60% della produzione italiana e
il 30 % di quella europea; un comparto che ha in sé anche
forti elementi e valori ambientali paesaggistici e in cui sono sempre
più diffusi i sistemi di coltivazione e lavorazione ecocompatibili,
sostenuti da accordi di filiera e per la tracciabilità delle
produzioni. Un comparto che esprime eccellenti varietà di
riso, tradizionali dei nostri territori, quali: Baldo, Balilla,
Carnaroli.S.Andrea, Arborio, all’origine di una gamma di piatti
e specialità che hanno reso celebre la gastronomia piemontese.”
“Questa nuova DOP – conclude l’assessore - è
anche il riconoscimento del grande valore aggiunto del riso di quei
territori, che sarà apprezzato dai consumatori e che rappresenta
un altro importante tassello nel ricco mosaico delle qualità
del nostro Piemonte agricolo e agroalimentare, da tutelare e valorizzare”.
www.newsfood.com
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Dop-Igp,
con l'Arancia del Gargano siamo a quota 161
A
quasi 10 giorni dall'ultima iscrizione con il "Riso di Baraggia
Biellese e Vercellese" ecco arrivare una nuova entrata nel
Registro europeo delle denominazioni di origine protette e delle
indicazioni geografiche protette. Il 30 agosto la Commissione europea
ha infatti iscritto anche l'Arancia del Gargano Igp in tale blasonato
albo. Nell'elenco risultavano già altri quattro agrumi: l'Arancia
Rossa di Sicilia e tre varietà di limoni: il Limone Costa
d'Amalfi , di Sorrento e il Femminello del Gargano.
Il paniere dei prodotti Dop e Igp con registrazione comunitaria
sale quindi a quota 161, suddiviso in 108 Dop e 53 Igp . Eccolo
dunque il variegato drappello delle eccellenze nostrane con tanto
di marchio comunitario: 51 prodotti ortofrutticoli, 38 oli extravergini
di oliva, 33 formaggi, 28 prodotti a base di carne, 3 prodotti da
panetterie, 3 spezie o essenze, 2 aceti, 2 prodotti di carne e di
frattaglie fresche e 1 miele).
L'Arancia del Gargano si produce e viene confezionata in provincia
di Foggia in un territorio compreso tra i comuni di Vico del Gargano,
Ischitella e Rodi Garganico, in pratica il tratto costiero e sub-costiero
settentrionale del promontorio del Gargano. La particolarità
del prodotto è data dal suo periodo di maturazione che avviene
a fine aprile-maggio e talvolta anche agosto, in netta controtendenza
con l'epoca di altre aree agrumicole italiane. Altra caratteristica
del prodotto, sottolinea la Coldiretti, è data dalla sua
spiccata serbevolezza che, in tempi passati, le consentiva di viaggiare
anche per 30-40 giorni verso gli Stati Uniti in perfetto stato.
La produzione non supera le 30 tonnellate per ettaro per la tipologia
"Biondo comune del Gargano" e le 25 tonnellate per ettaro
per la tipologia "Duretta del Gargano".
Perla Tolima - www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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Ricerca:
completata la sequenza del genoma della vite
"Una
grande conquista è stata raggiunta da ricercatori italiani
nel campo della biologia vegetale: la prima analisi dettagliata
del genoma della vite è stata pubblicata sulla prestigiosa
rivista Nature" ha dichiarato il Ministro delle Politiche agricole
alimentari e forestali, on. Paolo De Castro.
"Il rilascio pubblico della sequenza del genoma della vite
– ha dichiarato De Castro - è di per se un risultato
fondamentale, ma allo stesso tempo esso rappresenta il punto di
partenza per capire la funzione dei geni, valutare con precisione
la variabilità genetica naturale di questa specie e determinarne
l'importanza nell'influenzare lo sviluppo della pianta e la qualità
del prodotto, anche in risposta agli stimoli ambientali. Queste
conoscenze potranno essere utilizzate efficacemente in progetti
applicativi, volti ad esempio allo sviluppo di viti resistenti alle
malattie, contribuendo all'affermarsi di pratiche colturali compatibili
con l'ambiente e riducendo l'impiego di fitofarmaci". Lo sforzo
concertato di ricercatori di varie università italiane, riunite
nel Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Biologia Molecolare
delle Piante, dell'Istituto di Genomica Applicata (IGA), di ricercatori
del centro nazionale di sequenziamento francese (Génoscope)
e dell'Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) in Francia
ha prodotto la prima bozza di elevata qualità della sequenza
nucleotidica del genoma di Vitis vinifera, la prima relativa ad
una specie da frutto, coltivata sia per il consumo fresco sia per
la trasformazione. I risultati di questa analisi contribuiscono
significativamente alla comprensione dell'evoluzione delle piante
e dei geni coinvolti nelle caratteristiche aromatiche del vino.
I dettagli sono pubblicati nell'articolo di Nature del 26 Agosto
2007. La vite si unisce quindi alle altre tre specie vegetali sequenziate
finora: la specie modello Arabidopsis thaliana, il riso e il pioppo.
Il progetto volto alla caratterizzazione strutturale e funzionale
del genoma della vite è stato lanciato nel 2005 nell'ambito
di un accordo di cooperazione scientifica tra il Ministero delle
Politiche Agricole e Forestali e il Ministero dell'Agricoltura francese,
con il coinvolgimento del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione
in Agricoltura (CRA) e INRA.La scelta di un particolare clone pressoché
omozigote, derivato da Pinot Noir in seguito a ripetuti cicli di
autofecondazione, ha permesso al consorzio franco-italiano di utilizzare
in modo efficiente una strategia di sequenziamento che ha consentito
di ricostruire i circa 480 milioni di paia di basi che costituiscono
l'intero genoma della vite e di scoprire alcuni dei segreti della
sua costituzione. "La ricerca – ha concluso De Castro
– consente di capire l'evoluzione delle piante superiori e
di pervenire ad una conoscenza migliore degli aromi dei vini".
Questi risultati sono disponibili liberamente a tutti i ricercatori
attraverso banche dati pubbliche. Di fatto il consorzio di ricerca
pubblico franco-italiano ha offerto un accesso libero e completo
ai risultati del sequenziamento già a partire da Ottobre
2006 mediante i tre siti pubblici www.vitisgenome.it,
www.appliedgenomics.org
e www.genoscope.cns.fr/vitis,
i cui strumenti di ricerca sono stati ampiamente utilizzati da ricercatori
di tutto il mondo.
Questo progetto è stato finanziato dal Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali (progetto VIGNA-CRA), dalla Regione Autonoma
Friuli Venezia Giulia e da un consorzio di ditte private e di banche
(IGA), dal Consortium National de Recherche en Génomique,
l'Agence Nationale de la Recherche, l'INRA (Francia).
www.politicheagricole.it
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Strumentale
l'allarme sul latte? Il prezzo del latte alla stalla è oggetto
di una campagna di disinformazione
L’offensiva
mediatica sul fronte dei prezzi dei prodotti alimentari continua,
scatenando allarmi. Forse per preparare rincari al consumo che non
trovano giustificazione reale alla produzione: né nell’andamento
pluriennali dei prezzi pagati agli agricoltori, né nell’incidenza
di tali prezzi su quelli al consumo. Lo ribadisce Confagricoltura,
ora che il “fronte” pare estendersi prepotentemente
al latte.
Già nelle scorse settimane l’organizzazione degli imprenditori
agricoli aveva diffuso un dossier che illustra come l’andamento
delle quotazioni all’origine non sia tale da giustificare
rincari con percentuali “a due cifre”.
La documentazione – già disponibile sul sito internet
www.confagricoltura.it – si va ad arricchire del capitolo
latte, in risposta ai nuovi ingiustificati attacchi. Una premessa:
le intese sul prezzo – quando si riesce a firmarle –
sono regionali; e i prezzi sono da tempo depressi, rispetto ai costi.
Se così non fosse, non si spiegherebbe l’emorragia
di allevamenti bovini, nel nostro Paese.
Alla produzione il latte viene pagato molto poco. Confagricoltura
l’ha testimoniato in questi giorni sul territorio: dal Piemonte
alla Lombardia, alla Puglia. Ad esempio, se attualizzassimo il prezzo
delle regioni del nord del 1983, otterremmo un prezzo di 58 centesimi
di euro il litro. Oggi, il prezzo riconosciuto ai produttori alla
stalla è di 32,85 centesimi il litro per partite di almeno
4.000 kg al giorno. Il prezzo del latte al consumo è di 1,40
€. Il prezzo della materia prima incide dunque sul costo finale
per il 23,5%. L’incidenza era del 35% nel 1997, addirittura
oltre il 60% nel 1976.
Se si aumentasse l’attuale prezzo all’origine del 10%
(vale a dire di 3,3 centesimi di euro al litro, per un recupero
dei maggiori costi produttivi sostenuti dagli allevatori), il prezzo
finale del prodotto al consumo, mantenendo inalterati i margini
dell’industria e della grande distribuzione, aumenterebbe
di circa il 2,5% e non del 15%. I rincari ipotizzati su alcuni media
non possono essere mascherati dietro l’alibi dei rincari della
materia prima.
Confagricoltura denuncia inoltre che la “campagna di disinformazione”,
che parte dai prezzi, trova un altro obiettivo nella questione “quote
latte”. Il sistema delle quote produttive, in vigore dagli
anni ’80, sinora non ha dato luogo ad alcun problema per i
consumatori. Gli allevatori rispettosi delle leggi hanno investito
notevoli risorse, per acquistare quote sul libero mercato e dare
corpo all’indispensabile processo di adeguamento organizzativo
e strutturale delle aziende. Chi vuole rientrare nella legalità,
può farlo ancora.
La lotta ai “fenomeni commerciali paralleli”, lo sviluppo
di un rapporto di filiera equilibrato, che risponda alla domanda
di latte di qualità di produzione locale e assicuri le forniture
ad un’industria di trasformazione che produce formaggi conosciuti
in tutto il mondo sono le strade per assicurare un giusto reddito
ai produttori e ai consumatori un prodotto, fresco o trasformato,
rispondente ai migliori standard di salubrità e di gusto.
www.confagricoltura.it
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