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Newsletter 24 / 3.09.2007


Acque Minerali: il “cocktail” più bevuto dagli italiani. Elenco delle ditte sanzionate
Incendi: grave il bilancio dei danni econimi e ambientali
Il riso di Baraggia Biellese e Vercellese è la nuova DOP piemontese
Dop-Igp, con l'Arancia del Gargano siamo a quota 161
Ricerca: completata la sequenza del genoma della vite
Strumentale l'allarme sul latte? Il prezzo del latte alla stalla è oggetto di una campagna di disinformazione


Acque Minerali: il “cocktail” più bevuto dagli italiani. Elenco delle ditte sanzionate.

L’acqua minerale è la bevanda più diffusa in Italia. Lo dice un’indagine di GfK Eurisko commissionata da Mineracqua (www.mineracqua.it), associazione dei produttori di acqua minerale, che afferma che il 98% delle famiglie italiane acquista acqua minerale più o meno regolarmente per un consumo annuo pro capite di circa 180 litri. Dato questo che ci pone quale Paese, non solo europeo, con i consumi più elevati. Per contro, un’altra recente indagine effettuata dall’istituto Cresme per Aqua Italia (www.aquaitalia.it) racconta che 3mila famiglie bevono con frequenza acqua del rubinetto.
Tornando alle minerali, dette anche “oro blu”, sono prodotte, o meglio imbottigliate con un volume di 6,7 miliardi di litri, da 177 imprese che generano ben 287 marchi per un valore di mercato che sfiora gli 11 miliardi di euro. Al proposito è bene ricordare che i marchi più venduti che costituiscono una sorta di Eldorado liquido, sono di proprietà di multinazionali straniere: S.Pellegrino (gruppo Nestlè), San Benedetto (gruppo Danone) e la Co.Ge.Di che da sole coprono tre quarti del mercato nazionale. L’elevtica Nestlè e la francese Danone sono rispettivamente al primo e secondo posto a livello mondiale tra le imprese del settore. La prima possiede più di 260 brand in tutto il mondo tra cui figurano Vittel, Perrier, San Pellegrino, Levissima, Panna, San Bernardo, Pejo, Recoaro. Danone possiede invece, tra le altre, Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Vitasnella, Boario, Fonte Viva, ecc.
Precisazione: l’acqua minerale costa di media 26 centesimi al litro, (beninteso se consumata tra le mura domestiche, perché al bar o al ristorante ma anche al semplice chiosco il prezzo lievita sino a 100 volte) mentre l’acqua del rubinetto costa 0,001 euro al litro e in molte regioni manco viene pagata.
Siamo un popolo di disinformati o di scriteriati: in Sicilia si beve acqua minerale che proviene dalla Bergamasca e a Bolzano quella di Rionero in Vulture, trasportata da un via vai di camion che percorrono incessantemente lo Stivale intasando strade e autostrade, inquinando l’aria con tonnellate di gas di scarico e consumando un mare di carburante per la felicità dei petrolieri. Per tacere delle enormi quantità di plastica che sarà pure riciclabile ma è altrettanto inquinante. Ulteriore dettaglio che alla luce della quotidianità pare trascurabile, la fatica e il disagio di caricarsi sulle braccia pesantissime confezioni dal supermarket a casa di queste acque benedette. Anzi, acque sante. Non è un caso che la maggior parte delle nostre minerali hanno nomi di Santi e Sante. Alleluia!
A partire dagli Anni Novanta le acque minerali da semplice commodity sono diventate sofisticati prodotti di marketing assoggettate appunto a questa legge e da una comunicazione pubblicitaria enfatica, emozionale e bugiarda. Beviamo le minerali per dissetarci? Macché, la beviamo per fare “plin plin”, per digerire in un attimo persino una cofana di bagna càuda, per diventare più belli, per dimagrire, per avere la pelle più liscia e luminosa, per arrestare “gli inestetismi della cellulite”, in attesa dell’uccellino che cinguetti sulla nostra spalla come succede a Del Piero. Molti poi la bevono attratti da packaging d’alto design o originali, mica per quello che contiene. La panciuta bottiglietta della Perrier è ormai un must. E che dire di una bottiglia che è un caso di marketing da studiare all’Università. Mi riferisco alla T’ Nant una spring water proveniente dal Galles (praticamente sotto casa) che arriva in container da noi grazie all’intuito di Piero Biscaldi, un intelligente ancorché scaltro importatore genovese di bevande il quale, visto il grande successo dovuto all’originale bottiglia in vetro (ed ora in Pet) di un brillantissimo blu cobalto, si è comperato addirittura le fonti gallesi.
Ma allora le minerali sono più pure, naturali e genuine di quelle del rubinetto come la pubblicità e i padroni dell’”oro blu” lasciano intendere condizionando il consumatore? C’è più o meno sodio o manganese? Ci sono più residuati? Che caspita sono i residuati? Praticamente nessuno legge le etichette con le composizioni firmate da illustri docenti batteriologi che, quando va bene, sono referti di 5 o 10 anni addietro. E nel frattempo che succede? Nessun problema, il business è talmente ricco che qualora in alcune acque minerali ci fossero dosi eccessive di prodotti tossici o dannosi per la salute, ci pensa qualche Ministro della Sanità ad elevare per legge i dosaggi ammessi.
A tal riguardo occorre puntualizzare i seguenti aspetti. Essendo l’acqua minerale considerata a suo tempo dal legislatore come terapeutica, per anni è stato consentito a queste acque di contenere cinque volte la quantità di arsenico e quaranta volte quella di manganese ammesse nell’acqua di rubinetto. Sostanze che Fao e Oms hanno sempre denunciato come pericolose per la salute per chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale senza controllo medico. Un’acqua troppo ricca di arsenico e manganese può forse essere venduta in farmacia ma non certo nei supermercati in sostituzione della tanto bistrattata acqua dei rubinetti di casa nostra.
Nel 2003 una serie di inchieste di cui era titolare il procuratore di Torino Raffaele Guariniello accertavano (come è accaduto alla Guizza), contenuti di idrocarburi al benzene in quantità 10 volte superiore alla media. Alcune fonti, come è successo alla Fiuggi, vennero chiuse dopo la scoperta di sostanze nocive nelle bottiglie destinate a sciogliere i calcoli renali. In questo clima di scandali l’ineffabile ministro di allora, Sirchia, che non aveva ancora pensato di vietare in ogni dove il piacere delle sigarette, per non disturbare questo mercato, varò in piene festività natalizie del 2003, un decreto che innalzava la soglia di tolleranza per molti degli inquinanti trovati nelle griffatissime minerali (tra i quali tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, idrocarburi) facendo rientrare, come per magia, molte industrie nella legalità. Semaforo verde quindi alle minerali con eccesso di arsenico o manganese attutibili semmai con un trattamento di ozonizzazione, ossia tramite l’uso di ozono. Procedimento che potrebbe dar luogo a sostanze indesiderate, più pericolose di quelle che si intende limitare: i bromati fortemente cancerogeni.
Le aziende imbottigliatrici dovevano presentare entro il 31 ottobre 2004 i certificati di analisi che attestassero la conformità dell'acqua alla direttiva europea 2003/40 riguardo l'adeguamento ai parametri per antimonio, arsenico e manganese. 115 però non hanno inviato (uffa questi burocrati !) alcuna comunicazione mentre le 11 imprese lige al dispositivo hanno inviato le loro analisi che però dimostrarono il superamento dei limiti massimi. Il Ministero ha quindi sospeso l'autorizzazione a partire dal 1° gennaio 2005, con due distinti decreti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 305 del 30 dicembre 2004.
Laconico il commento di Mineraqua, che riunisce l'80% delle marche in commercio, che ha precisato trattarsi di prodotti che rappresentano una piccolissima quota del mercato. Il provvedimento ha trasversalmente toccato le fonti praticamente di tutte le regioni italiane. Per dovere di cronaca ecco di seguito l'elenco dei marchi delle acque interessate dai provvedimenti.
Per aver superato i limiti:
Diamante di Codrongianos (Ss), per arsenico; Fonte Garbarino di Lurisia di Roccaforte Mondovì (Cn), per arsenico;
FonteAlta di Roncegno (Tn), per arsenico; Giulia di Anguillara (Rm), per arsenico; La Francesca di Rionero in Vulture (Pt), per arsenico; Nevissima di Vinadio (Cn) per arsenico; San Lorenzo di Bognanco (No), per manganese; San Paolo di Roma, per manganese; San Pietro di Roma, per manganese; San Faustino di Massa Martana (Pg), per manganese;
Virginia di Prata Camportaccio (So), per arsenico.
Per non aver trasmesso le analisi:
Acqua della Grotta di Conversano (Ba); Acqua del Limbara di Tempio Pausania (Ss); Acqua Madonna delle Grazie - di San Vincenzo (Is); Acqua Terziana di Terzo d'Aquileia (Ud); Acquabaida (Pa); Acquevive di Rocchetta al Volturno (Is); Agabuna di Frisanco (Pd); Albaviva di Valli del Pasubio (Vi); Amica di Cerreto di Spoleto (Pg); Antica Fonte di Barbarano di Barbarano (Vi); Arvenis di Ovaro (Ud); Ativa di Transacqua (Tn); Augina di Scorzé (Ve); Aurora di Castelletto d'Orba (Al); Bagolino di Bagolino (Bs); Benaglia di Lazise (Vc); Bonora di Montefiora Conca (Rn); Camorei di Borgo San Dalmazzo (Cn); Canali di Carmiano (Le); Canay di Murialdo (Sv); Certosa Fonte Camarda di Polia (VV); Certosa Fonte Serrine di Polia (VV); Certosa Fonte Pietre Bianche di Polia (VV); Ciappazzi di Castroreale (Me); Cinciano di Poggibonsi (Si); Cinzia di Pennabilli (Rn); Cisano di Bardolino (Vr); Col de' Venti di Muccia (Mc); Corona di San Giuliano Terme (Pi); Faito di Castellammare di Stabia (Na); Fonte del Parco di Montefiorino (Mo); Fonte della Virtù di Pontermoli (Ms); Fonte Cerreto di Montecavallo (Mc); Fonte della Buvera di Anzolo d'Ossola (Vb); Fonte di Tito di Greve in Chianti (Fi); Fonte Geu di Forni Avoltri (Ud); Fonte Maddalena di Ardea (Rm); Fontemura (Ar); Fontenova di Fornovo di Taro (Pr); Fonte Napoleone di Marciana (Li); Fonti Feja di Castelletto d'Orba (Al); Fucoli di Chianciano (Si);
Futura di Pianipoli (Cz); Gajum di Canzo (Co); Gallo di Montefortino (Ap); Gemma di Monasterolo del Castello (Bg);
Generosa di San Miniato (Pi); Giada di Salerno (Sa); Giardinella di Fasano (Br); Goccia Azzurra di San Gregorio d'Ippona (Vv); Goccia Diamante di Cimadolmo (Tv); Idrea di Tonadico (Tn); La Vena d'Oro di Ponte nelle Alpi (Bl);
La Vittoria di Courmayeur (Ao); L'Aqua (Ar); Laurentina (Rm); Lavagello di Castelletto d'Orba (Al); Lentula di Cantagallo (Prato); Leona di Montevarchi (Ar); Levico Forte di Levico Terme (Tn); Le Grazie di Salzano (Ve); Lizzarda di Recoaro (Vi); Lyde di Vitulazzo (Cs); Madonna della Guardia di Ceranesi (Ge); Madonna dell'Ambro di Montefortino (Ap); Margherita della Sila di Spezzano (Cs); Maxim's di Stia (Ar); Mia di Scarperia (Fi); Montechiaro di Conversano (Ba); Monteferrante di Monteferrante (Ch); Monticello di Loro Ciuffenna (Ar): Montinverno di Medesano (Pr); Oropa di Biella; Paraviso di Lanzo d'Intelvi (Co); Perna della Certosa di Polia (V V); Piagge del Prete di Genga (An); Pieve di Calci (Pi); Pradicino Rio delle Ghiaie di Riolunate (Mo); Preistorica di Amandola (Ap); Preziosa di Stresa (No); Primia di Transacqua (Tn); Radiosa di Casteldeci (Pe); Riviana di Varano di Melegari (Pr); Rivivo di Pomarance (Pi); Roana di Ussita (Mc); Rocca Bianca di Novara di Sicilia (Me); Rocca Galgana di Fornovo di Taro (Pr); Rocche Valletti di Varese Ligure (Sp); Sacromonte di Varallo (Vc); San Donato di Napoli (Na); San Felice di Pistoia; San Germano di Vitulazzo (Ce); San Leopoldo di Casciana Terme (Pi); San Marco di Minturno (Lt) San Marino di Sassofeltrio (Pe); San Moderanno di Berceto (Pr); San Nicodemo di Mammola (Rc); San Pancrazio Trescore di Trescore Balneario (Bg); Santa di Chianciano (Si); Santhé di Mombaroccio (Pe); Santo Raggio di Assisi (Pg); Scheber di Macugnaga (Vb);Serenissima di Cornuda (Tv); Silvana di Galeata (Fo); Smeralda di Monasterolo del Castello (Bg); Sorgente degli Ontani di Arcidosso (Gr); Sorgente San Michele di Casal Martino di Celano (Aq); Tamerici di Montecatini Terme (Pt); Valle d'Itria di Martina Franca (Ta); Vallicelle di Montopoli Valdarno (Pi); Valviva di San Giorgio in Bosco (Pd); Varanina di Medesano (Pr); Verde di Riardo (Ce); Verna di Chiusi della Verna (Ar); Vesuvio di Ercolano (Na).
Onde capire meglio il peso condizionante della pubblicità ecco i risultati dell’indagine di Mineracqua cui si accennava. L’indagine ha consentito di confermare le aree su cui si basa il sistema valoriale percepito delle acque minerali nell’area gustativa e in quella salutista.
Questi due elementi, dice la ricerca, emergono soprattutto nel confronto con l’acqua del rubinetto.
Sul piano del gusto l’acqua minerale confezionata “ è più gradevole dell’acqua del rubinetto che risulta più pesante e con uno sgradevole gusto di cloro”. Sul piano salutistico l’acqua minerale confezionata è superiore a quella del rubinetto perché “ha un gusto migliore” (evidentemente l’arsenico piace!), “contribuisce maggiormente al benessere fisico” (culi e tette delle pin up sono argomenti indiscutibili) , “è sicura e controllata” (vedi elenco sopra citato).
Praticamente spudorato, infine, l’item riguardante l’etichettatura. L’etichetta - dicono i risultati dell’indagine - mantiene il suo ruolo di strumento primario di comunicazione: è il “biglietto da visita” dell’acqua minerale, un elemento chiave per comunicare informazioni e aiutare la scelta. La composizione chimica è infatti ritenuta l’informazione più importante da quasi il 50% di coloro che leggono l’etichetta prima di scegliere il prodotto.
Suvvia, un po’ di onestà: alzi la mano chi ha letto almeno una volta la composizione chimica dell’acqua minerale. E pur ammesso che qualcuno sia riuscito a decrittarla, cosa ne ha dedotto?
Vi sarebbero altre considerazioni da fare attorno al grasso business delle minerali di carattere politico e amministrativo (concessioni delle fonti a prezzo simbolico, controlli super parte degli impianti d’estrazione e d’imbottigliamento, ecc), prezzi al consumo, vessazioni di baristi e ristoratori che neppure se piangi ti danno un bicchiere d’acqua del Comune, e via lamentando.
Ma queste sono altre storie.
Per concludere ancora una curiosità calzante. Circa una decina d’anni fa il Comune di Milano ha dato corso ad un progetto (poi stoppato un po’ dai costi distributivi e pubblicitari, un po’ dal cambio della Giunta) per imbottigliare e vendere l’acqua comunale ritenuta ottima sotto ogni profilo. Già pronto il logo “Acqua Milano” per le etichette, pronta la descrizione della composizione chimica (come ovvio, esattamente la stessa dell’acqua erogata ai cittadini) e studiato il piano di marketing. Il concetto era: se i milanesi vogliono a tutti i costi bere “la minerale” spendendo fior di lirette che almeno i soldi rimangano in casa.
Giuseppe Cremonesi – rubrica “Percorrendo la Filiera” - www.asa-press.com
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Incendi: grave il bilancio dei danni econimi e ambientali

Alla drammatica perdita di vite umane si aggiungono danni economici e ambientali ben superiori al miliardo di Euro all’anno spesi dallo Stato per fronteggiare l’emergenza. E’ quanto scaturisce dal bilancio provvisorio dei danni tracciato dalla Coldiretti per il 2007 che fa segnare in Europa il record negativo per vastità della superficie percorsa dal fuoco che dall’inizio dell’anno ad oggi ha già superato i 3.585 chilometri quadrati andati in fumo nell’intero anno 2006 e, secondo il sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi (Effis), si classifica come l’anno peggiore da quando si è cominciato a raccogliere sistematicamente i dati sugli incendi boschivi negli Stati membri (ovvero dal 1995 in Italia, Spagna, Francia e Grecia). Una grave emergenza che ha provocato la dura condanna delle ''azioni criminose'' dei piromani, che ''mettono a rischio l'incolumita' delle persone e distruggono il patrimonio ambientale, bene prezioso dell'intera umanita''', da parte del Papa al quale va anche la riconoscenza delle Coldiretti. Gli incendi - sostiene la Coldiretti - hanno provocato danni incalcolabili dal punto di vista ambientale dovuti alla perdita di biodiversità (distrutte piante e uccisi animali) e alla distruzione di ampie aree di bosco che sono i polmoni verdi del paese e concorrono ad assorbire l'anidride carbonica responsabile dei cambiamenti climatici. Per ogni ettaro di macchia mediterranea andato in fumo sono morti in media secondo la Lipu 400 animali tra mammiferi, uccelli e rettili e considerando che - stima la Coldiretti - dall’inizio dell’anno sono già andati in cenere circa 40mila ettari, la perdita della fauna ammonta a 16 milioni di animali. Ma sono migliaia le varietà vegetali danneggiate dagli incendi come i boschi di querce, di faggio, di castagno, di cerro, ma anche i funghi e le erbe aromatiche con il fuoco che ha colpito anche secondo il Corpo Forestale oltre 19mila ettari di aree protette ognuna delle quali ha proprie specificità. Nelle foreste andate a fuoco - sostiene la Coldiretti - saranno impedite anche tutte le attività umane tradizionali del bosco come la raccolta della legna, dei tartufi e dei piccoli frutti, ma anche quelle di natura hobbistica come i funghi che coinvolgono a settembre decine di migliaia di appassionati. Insieme alle disdette provocate in molti agriturismi sono gravi anche i danni diretti registrati alle coltivazioni agricole, le perdite di animali con la distruzione di numerosi fabbricati rurali. Anche specialità alimentari tradizionali - precisa la Coldiretti - sono andate perse come parte della produzione degli oliveti Dop e degli aranceti, del tartufo nero e dello zafferano. La perdita di superficie forestale dovuta agli incendi ha fatto anche diminuire il risparmio stimato in un miliardo di Euro che il patrimonio boschivo italiano, di 10,47 milioni ettari pari al 34,7 della superficie nazionale, potrebbe garantire nei prossimi cinque anni per effetto del contenimento di 10,2 milioni di tonnellate di CO2 (11% delle emissioni da tagliare secondo il protocollo di Kyoto nel periodo tra il 2008 e il 2012). In questo caso è stimato in circa 4,3 milioni di euro il danno economico subito dall'Italia nell'applicazione del Protocollo di Kyoto per il periodo 2008 – 2012 in conseguenza degli incendi accesi nel 2007. Di fronte ad un fenomeno ormai strutturale bisogna lavorare sulla prevenzione e creare le condizioni affinché si contrasti l'allontanamento dalle campagne e si valorizzino quelle funzioni di sorveglianza, manutenzione e gestione del territorio svolte dagli imprenditori agricoli. Occorre cogliere - precisa la Coldiretti - le opportunità offerte dalla legge di orientamento che invita le pubbliche amministrazioni a stipulare convenzioni con gli agricoltori per lo svolgimento di attività funzionali "alla salvaguardia del paesaggio agrario e forestale" anche attraverso l'utilizzo di mezzi meccanici agricoli”.
I danni degli incendi
1) Costo degli interventi per emergenza stimato in un miliardo su base annua.
2) Perdita della fauna ammonta a 16 milioni di animali tra mammiferi, uccelli e rettili.
3) Attraversate dal fuoco 19mila ettari a aree protette con perdita di boschi di querce, di faggio, di castagno, di cerro ma anche funghi ed erbe aromatiche.
4) Sono impedite nelle aree a fuoco tutte le attività umane tradizionali del bosco come la raccolta della legna, dei tartufi e dei piccoli frutti, ma anche quelle di natura hobbistica come i funghi che coinvolgono a settembre decine di migliaia di appassionati.
5) Difficoltà per turismo e agriturismo per calo delle presenze nelle aree coinvolte.
6) Danni diretti alle coltivazioni, perdite di animali, distruzione di numerosi fabbricati rurali con perdita anche di specialità alimentari tradizionali come oliveti, agrumeti, tartufi nero e zafferano.
www.coldiretti.it – fonte Corpo Forestale dello Stato e WWF
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Il riso di Baraggia Biellese e Vercellese è la nuova DOP piemontese

Con il regolamento CE n. 982/2007, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Unione Europea, la Commissione delle Comunità Europee ha approvato la Denominazione di Origine Protetta (DOP) per il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese.
La DOP costituisce la più importante certificazione di valore europeo a protezione e valorizzazione dei prodotti tipici agroalimentari per i quali tutto il processo produttivo, dalla coltivazione alla lavorazione e trasformazione, avviene esclusivamente in un territorio delimitato e riconosciuto ufficialmente.
Sono 28 i comuni che compongono la zona delimitata per la DOP Riso di Baraggia Biellese e Vercellese, situati nelle Province di Biella e di Vercelli: Albano Vercellese, Arborio, Balocco, Brusnengo, Buronzo, Carisio, Casanova Elvo, Castelletto Cervo, Cavaglià, Collobiano Dorzano, Formigliana, Gattinara, Ghislarengo, Gifflenga, Greggio, Lenta, Massazza, Masserano, Mottalciata, Oldenico, Rovasenda, Roasio, Salussola, San Giacomo Vercellese, Santhià, Villanova Biellese, Villarboit. In tutto si tratta di circa 25.000 ettari di superficie coltivata a riso.
Le varietà di riso riconosciute in questa DOP sono: Arborio, Baldo, Balilla, Carnaroli, S. Andrea, Loto,Gladio.
“Sono particolarmente soddisfatto per questo prestigioso riconoscimento europeo che riguarda una delle produzioni più importanti del Piemonte - ha dichiarato l’assessore regionale all’Agricoltura, Mino Taricco - un risultato che corona un lungo e difficile lavoro per il quale ringrazio tutti coloro che, assieme alla Regione Piemonte, si sono impegnati, dai produttori, ai comuni e alle Province interessate, alle organizzazioni professionali agricole, in particolare l’Associazione Riso di Baraggia Biellese e Vercellese, quale soggetto referente nell’iter di riconoscimento.
“Il riso è un prodotto simbolo del Piemonte, – ha aggiunto l’assessore Taricco - che rappresenta 2.300 aziende, 30 riserie, 115.000 ettari di superficie, dove si producono circa 8 milioni di quintali di riso,il 60% della produzione italiana e il 30 % di quella europea; un comparto che ha in sé anche forti elementi e valori ambientali paesaggistici e in cui sono sempre più diffusi i sistemi di coltivazione e lavorazione ecocompatibili, sostenuti da accordi di filiera e per la tracciabilità delle produzioni. Un comparto che esprime eccellenti varietà di riso, tradizionali dei nostri territori, quali: Baldo, Balilla, Carnaroli.S.Andrea, Arborio, all’origine di una gamma di piatti e specialità che hanno reso celebre la gastronomia piemontese.”
“Questa nuova DOP – conclude l’assessore - è anche il riconoscimento del grande valore aggiunto del riso di quei territori, che sarà apprezzato dai consumatori e che rappresenta un altro importante tassello nel ricco mosaico delle qualità del nostro Piemonte agricolo e agroalimentare, da tutelare e valorizzare”.
www.newsfood.com
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Dop-Igp, con l'Arancia del Gargano siamo a quota 161

A quasi 10 giorni dall'ultima iscrizione con il "Riso di Baraggia Biellese e Vercellese" ecco arrivare una nuova entrata nel Registro europeo delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette. Il 30 agosto la Commissione europea ha infatti iscritto anche l'Arancia del Gargano Igp in tale blasonato albo. Nell'elenco risultavano già altri quattro agrumi: l'Arancia Rossa di Sicilia e tre varietà di limoni: il Limone Costa d'Amalfi , di Sorrento e il Femminello del Gargano.
Il paniere dei prodotti Dop e Igp con registrazione comunitaria sale quindi a quota 161, suddiviso in 108 Dop e 53 Igp . Eccolo dunque il variegato drappello delle eccellenze nostrane con tanto di marchio comunitario: 51 prodotti ortofrutticoli, 38 oli extravergini di oliva, 33 formaggi, 28 prodotti a base di carne, 3 prodotti da panetterie, 3 spezie o essenze, 2 aceti, 2 prodotti di carne e di frattaglie fresche e 1 miele).
L'Arancia del Gargano si produce e viene confezionata in provincia di Foggia in un territorio compreso tra i comuni di Vico del Gargano, Ischitella e Rodi Garganico, in pratica il tratto costiero e sub-costiero settentrionale del promontorio del Gargano. La particolarità del prodotto è data dal suo periodo di maturazione che avviene a fine aprile-maggio e talvolta anche agosto, in netta controtendenza con l'epoca di altre aree agrumicole italiane. Altra caratteristica del prodotto, sottolinea la Coldiretti, è data dalla sua spiccata serbevolezza che, in tempi passati, le consentiva di viaggiare anche per 30-40 giorni verso gli Stati Uniti in perfetto stato.
La produzione non supera le 30 tonnellate per ettaro per la tipologia "Biondo comune del Gargano" e le 25 tonnellate per ettaro per la tipologia "Duretta del Gargano".
Perla Tolima - www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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Ricerca: completata la sequenza del genoma della vite

"Una grande conquista è stata raggiunta da ricercatori italiani nel campo della biologia vegetale: la prima analisi dettagliata del genoma della vite è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature" ha dichiarato il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, on. Paolo De Castro.
"Il rilascio pubblico della sequenza del genoma della vite – ha dichiarato De Castro - è di per se un risultato fondamentale, ma allo stesso tempo esso rappresenta il punto di partenza per capire la funzione dei geni, valutare con precisione la variabilità genetica naturale di questa specie e determinarne l'importanza nell'influenzare lo sviluppo della pianta e la qualità del prodotto, anche in risposta agli stimoli ambientali. Queste conoscenze potranno essere utilizzate efficacemente in progetti applicativi, volti ad esempio allo sviluppo di viti resistenti alle malattie, contribuendo all'affermarsi di pratiche colturali compatibili con l'ambiente e riducendo l'impiego di fitofarmaci". Lo sforzo concertato di ricercatori di varie università italiane, riunite nel Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Biologia Molecolare delle Piante, dell'Istituto di Genomica Applicata (IGA), di ricercatori del centro nazionale di sequenziamento francese (Génoscope) e dell'Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) in Francia ha prodotto la prima bozza di elevata qualità della sequenza nucleotidica del genoma di Vitis vinifera, la prima relativa ad una specie da frutto, coltivata sia per il consumo fresco sia per la trasformazione. I risultati di questa analisi contribuiscono significativamente alla comprensione dell'evoluzione delle piante e dei geni coinvolti nelle caratteristiche aromatiche del vino. I dettagli sono pubblicati nell'articolo di Nature del 26 Agosto 2007. La vite si unisce quindi alle altre tre specie vegetali sequenziate finora: la specie modello Arabidopsis thaliana, il riso e il pioppo. Il progetto volto alla caratterizzazione strutturale e funzionale del genoma della vite è stato lanciato nel 2005 nell'ambito di un accordo di cooperazione scientifica tra il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e il Ministero dell'Agricoltura francese, con il coinvolgimento del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) e INRA.La scelta di un particolare clone pressoché omozigote, derivato da Pinot Noir in seguito a ripetuti cicli di autofecondazione, ha permesso al consorzio franco-italiano di utilizzare in modo efficiente una strategia di sequenziamento che ha consentito di ricostruire i circa 480 milioni di paia di basi che costituiscono l'intero genoma della vite e di scoprire alcuni dei segreti della sua costituzione. "La ricerca – ha concluso De Castro – consente di capire l'evoluzione delle piante superiori e di pervenire ad una conoscenza migliore degli aromi dei vini". Questi risultati sono disponibili liberamente a tutti i ricercatori attraverso banche dati pubbliche. Di fatto il consorzio di ricerca pubblico franco-italiano ha offerto un accesso libero e completo ai risultati del sequenziamento già a partire da Ottobre 2006 mediante i tre siti pubblici www.vitisgenome.it, www.appliedgenomics.org e www.genoscope.cns.fr/vitis, i cui strumenti di ricerca sono stati ampiamente utilizzati da ricercatori di tutto il mondo.
Questo progetto è stato finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (progetto VIGNA-CRA), dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e da un consorzio di ditte private e di banche (IGA), dal Consortium National de Recherche en Génomique, l'Agence Nationale de la Recherche, l'INRA (Francia).
www.politicheagricole.it
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Strumentale l'allarme sul latte? Il prezzo del latte alla stalla è oggetto di una campagna di disinformazione

L’offensiva mediatica sul fronte dei prezzi dei prodotti alimentari continua, scatenando allarmi. Forse per preparare rincari al consumo che non trovano giustificazione reale alla produzione: né nell’andamento pluriennali dei prezzi pagati agli agricoltori, né nell’incidenza di tali prezzi su quelli al consumo. Lo ribadisce Confagricoltura, ora che il “fronte” pare estendersi prepotentemente al latte.
Già nelle scorse settimane l’organizzazione degli imprenditori agricoli aveva diffuso un dossier che illustra come l’andamento delle quotazioni all’origine non sia tale da giustificare rincari con percentuali “a due cifre”.
La documentazione – già disponibile sul sito internet www.confagricoltura.it – si va ad arricchire del capitolo latte, in risposta ai nuovi ingiustificati attacchi. Una premessa: le intese sul prezzo – quando si riesce a firmarle – sono regionali; e i prezzi sono da tempo depressi, rispetto ai costi. Se così non fosse, non si spiegherebbe l’emorragia di allevamenti bovini, nel nostro Paese.
Alla produzione il latte viene pagato molto poco. Confagricoltura l’ha testimoniato in questi giorni sul territorio: dal Piemonte alla Lombardia, alla Puglia. Ad esempio, se attualizzassimo il prezzo delle regioni del nord del 1983, otterremmo un prezzo di 58 centesimi di euro il litro. Oggi, il prezzo riconosciuto ai produttori alla stalla è di 32,85 centesimi il litro per partite di almeno 4.000 kg al giorno. Il prezzo del latte al consumo è di 1,40 €. Il prezzo della materia prima incide dunque sul costo finale per il 23,5%. L’incidenza era del 35% nel 1997, addirittura oltre il 60% nel 1976.
Se si aumentasse l’attuale prezzo all’origine del 10% (vale a dire di 3,3 centesimi di euro al litro, per un recupero dei maggiori costi produttivi sostenuti dagli allevatori), il prezzo finale del prodotto al consumo, mantenendo inalterati i margini dell’industria e della grande distribuzione, aumenterebbe di circa il 2,5% e non del 15%. I rincari ipotizzati su alcuni media non possono essere mascherati dietro l’alibi dei rincari della materia prima.
Confagricoltura denuncia inoltre che la “campagna di disinformazione”, che parte dai prezzi, trova un altro obiettivo nella questione “quote latte”. Il sistema delle quote produttive, in vigore dagli anni ’80, sinora non ha dato luogo ad alcun problema per i consumatori. Gli allevatori rispettosi delle leggi hanno investito notevoli risorse, per acquistare quote sul libero mercato e dare corpo all’indispensabile processo di adeguamento organizzativo e strutturale delle aziende. Chi vuole rientrare nella legalità, può farlo ancora.
La lotta ai “fenomeni commerciali paralleli”, lo sviluppo di un rapporto di filiera equilibrato, che risponda alla domanda di latte di qualità di produzione locale e assicuri le forniture ad un’industria di trasformazione che produce formaggi conosciuti in tutto il mondo sono le strade per assicurare un giusto reddito ai produttori e ai consumatori un prodotto, fresco o trasformato, rispondente ai migliori standard di salubrità e di gusto.
www.confagricoltura.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei Comunicatori del settore





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