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Fisica
e chimica nel caffè
Clima:
gestione boschi con certificati verdi ad agricoltori
Dop e Igp:
volano i consumi a più 2,2 per cento
L'imprenditore
agricolo schiacciato dalla burocrazia
Icq, prodotti
agroalimentari sempre più tutelati
Quant’è
trendy la pagnotta

Fisica
e chimica nel caffè
Può
sembrare esagerato ma, in realtà, la fisica e la chimica
sono le due scienze che possono aiutare ad ottenere sempre un “espresso
perfetto”. La fisica infatti aiuta a scegliere la giusta granulometria
nella macinatura del caffè: come? Semplice: dato per certo
il quantitativo di caffè necessario per un espresso (7 gr),
la pressione dell’acqua (9 atm) ed il quantitativo della nervina
bevanda (25 ml, il segno presente sulla tazzina Carlotta), si sa
che con una corretta macinatura l’espresso deve essere estratto
in 25 secondi (tolleranza di 2-3 secondi in più,meglio nessuno
in meno), calcolando il tempo dal momento in cui viene premuto il
bottone per l’erogazione.
Immaginando che lo strato di caffè macinato sia un secchiello
pieno di sassi e sabbia (che possibilmente deve sempre essere pressato
con la medesima forza, 7-14 kg), nel momento in cui il caffè
scende più rapidamente, colmando la tazzina in meno di 20
secondi, ecco che viene indicato che ci sono troppi “sassi”,
e cioè che è necessario stringere, andare verso il
“fine” indicato sulla ghiera, la macinatura. Se invece
si superano i 30 secondi, e magari il caffè si presenta anche
con i bordi scuri, lasciando spesso un residuo sul fondo della tazzina,
è necessario agire all’opposto, allargando la macinatura.
Seguendo la chimica, invece, viene insegnato che per l’ottenimento
di un buon espresso occorre che il caffè sia macinato di
recente in modo da avere ancora una grande quantità di anidride
carbonica (CO2), che si unisce all’acqua (H2O) durante il
passaggio attraverso il pannello del caffè formando migliaia
di minuscole bollicine.
Queste, trattenute dai grassi del caffè, vanno a creare la
famosa e profumatissima “crema dell’espresso”.
Ma perché ciò possa avvenire è necessario che
il macinino sia mantenuto costantemente pulito dal grasso che si
deposita sulla campana, il quale irrancidisce dopo una settimana;
che il caffè non solo sia macinato di recente (massimo 4
ore) ma che sia stato anche tolto dalla sua confezione da non più
di 2 giorni e che sia sempre stato conservato al fresco, altrimenti
si rischia di ottenere l’effetto “prosciutto sudato”,
con i grani di caffè lucidi, che hanno fatto fuoriuscire
parte degli oli in esso contenuti e conseguentemente degli aromi.…
ed ora, buon caffè a tutti!
Fabio verona - fabio.verona@costadoro.it
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Clima:
gestione boschi con certificati verdi ad agricoltori
Occorre
assegnare appositi certificati verdi per riconoscere e incentivare
l’impegno degli imprenditori agricoli nella gestione dei boschi
la cui superficie è quasi raddoppiata negli ultimi cinquanta
anni per effetto di una crescita spontanea, dovuta principalmente
all'abbandono delle aree rurali da parte dell'uomo, che mette a
rischio la sostenibilità del territorio per frane e incendi.
E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare il contributo
economico e ambientale offerto dai boschi all’Italia che potrebbe
risparmiare fino ad un miliardo di Euro di bolletta energetica nei
prossimi cinque anni per effetto del contenimento di 10,2 milioni
di tonnellate di CO2 (11 per cento delle emissioni da tagliare secondo
il protocollo di Kyoto nel periodo tra il 2008 e il 2012). Si tratta
di un obiettivo raggiungibile solo se, come previsto, verrà
colmato il ritardo nella realizzazione del Registro Nazionale dei
Serbatoi di carbonio agroforestali, per la certificazione delle
quantità di carbonio sequestrato nei serbatoi dei sistemi
agroforestali nazionali, da detrarre dal bilancio nazionale delle
emissioni di gas serra. Una necessità - continua la Coldiretti
- che comporta l’assegnazione di un valore all’assorbimento
di carbonio realizzato dalle superfici forestali da scambiare in
un mercato creato ad hoc che generi valore ai proprietari della
superficie forestale-agricola che concorrono a realizzare l’assorbimento
nazionale, ovvero i proprietari e i conduttori forestali agricoli,
offrendo così l’opportunità di diversificare
le fonti di reddito. Peraltro - precisa la Coldiretti – con
una più corretta gestione delle foreste può essere
prelevata, quasi senza alterarne la sostenibilità, una quantità
di 23,7 milioni di tonnellate/anno di combustibile che riduce i
consumi attuali di petrolio di ulteriori 5,4 milioni di tonnellate.
Esiste - conclude la Coldiretti - una forte integrazione tra agricoltura
e silvicoltura: il 40 per cento delle aziende agricole italiane
possiede un bosco, ma negli ultimi 20 anni, a causa dei fenomeni
di progressivo abbandono dell’agricoltura di montagna, il
numero di queste aziende si è ridotto progressivamente e
oggi, nel Paese, una superficie forestale di circa 1,5 milioni ettari,
su un totale di dieci milioni di ettari, si trova senza un imprenditore
che possa svolgere attività di custodia, di valorizzazione,
di protezione e di sorveglianza, anche nei confronti dei piromani.
www.coldiretti.it
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Dop
e Igp: volano i consumi a più 2,2 per cento
Una
crescita del 2,2 per cento per cento. E’ questo l’aumento
che hanno fatto registrare nel 2006, rispetto all’anno precedente,
gli acquisti di prodotti agroalimentari a denominazione di origine
da parte delle famiglie italiane, mettendo così a segno un
valore alla produzione stimato in circa 4,6 miliardi di euro ed
un fatturato al consumo che si avvicina ai 9,3 miliardi di euro.
Lo sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale
ricorda che l’Italia è da tempo leader incontrastata
in Europa nelle Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione
geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita)
e che, nonostante rappresentino ancora un settore di nicchia e facciano
i conti con il continuo assalto da parte dell’agropirateria
internazionale, questi prodotti sono un vero “fiore all’occhiello”
per il “made in Italy”, visto che nello scorso anno
le vendite oltre frontiera hanno raggiunto la cifra di 1,8 miliardi,
registrando una crescita tra il 4 e il 5 per cento nei confronti
del 2005.
La Cia rileva che i prodotti italiani a denominazione d’origine
sono 159 (71 sono in lista d’attesa), il 21,5 per cento del
totale di quelli europei (741 prodotti, con 245 domande di riconoscimento).
Primeggiamo precedendo la nostra rivale storica in gastronomia,
la Francia, con 152 prodotti a denominazione d’origine, mentre
gli altri paesi sono distanziati in maniera notevole. Ai primi posti
troviamo Portogallo e Spagna con 104 prodotti, Grecia, Germania
e Regno Unito, rispettivamente con 84, 67 e 29 prodotti.
Gli aumenti più marcati negli acquisti domestici -afferma
la Cia- sono stati conseguiti dai formaggi (più 6,7 per cento),
dai salumi (più 5,4 per cento) e dai prosciutti (più
3,6 per cento) e dagli oli extravergini (più 2,5). Dati che
dimostrano che le famiglie italiane, dopo la flessione del 2003
(meno 4,4 per cento) e i lievi aumenti del 2004 (1,1 per cento)
e del 2005 (più 1,6 per cento), sono tornate ad acquistare
in maniera consistente prodotti tipici e di qualità.
Tra i 159 prodotti italiani riconosciuti dall’Ue (107 Dop
e 52 Igp) troviamo -sottolinea la Cia- 49 ortofrutticoli, 38 oli,
33 formaggi, 28 a base di carne (in particolare prosciutti, salumi,
insaccati) e 11 di altre categorie, come panetteria, spezie e non
alimentari.
Per quanto riguarda le singole categorie di prodotti tipici a denominazione
di origine, la spesa -sostiene la Cia- è così ripartita:
65 per cento i formaggi, 16 per cento i salumi, 18,4 per cento i
vini, 0,3 gli oli extravergine d’oliva, 0,3 gli altri (ortofrutticoli,
pane, miele).
Tra i formaggi -segnala la Cia- spiccano, nella graduatoria in valore
degli acquisti domestici, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano,
la Mozzarella di bufala campana; tra le carni troviamo, invece,
i Prosciutti di Parma e San Daniele, lo Speck dell’Alto Adige.
Meno brillante è stato l’andamento per alcuni prodotti
ortofrutticoli e di panetteria.
La Cia evidenzia che gli acquisti di tali prodotti sono concentrati
per il 65,5 per cento negli iper e supermercati, il 18,5 nei negozi
tradizionali e il 16,0 per cento negli altri canali di vendita.
Quello italiano non è, quindi, un primato europeo soltanto
simbolico e di immagine, pur rilevante, ma è anche economico.
L’intero “pianeta” delle Dop, Igp e Stg italiane
-ribadisce la Cia- dà lavoro, tra attività dirette
e indotte, a più di 300 mila persone e rappresenta una risorsa
insostituibile per l’economia locale, in particolare per alcune
zone marginali di montagna e di collina che, altrimenti, non avrebbero
molte altre possibilità di sviluppo.
Tra le regioni italiane, in testa -sostiene la Cia- è l'Emilia
Romagna con 25 prodotti tipici, seguita dal Veneto (21 prodotti),
dalla Lombardia (20 prodotti), dalla Toscana (19 prodotti), dalla
Sicilia (15 prodotti), dal Piemonte, dal Lazio e dalla Campania
(12 prodotti), dalla Puglia (11 prodotti) e dalla Calabria (10 prodotti).
Un numero di riconoscimenti che è destinato, comunque, ad
aumentare, in considerazione del fatto che sono in lista d’attesa
per i marchi Dop e Igp molte produzioni.
C’è poi il problema delle falsificazioni e delle imitazioni.
Ogni anno il nostro Paese perde più di 2,5 miliardi di euro
a causa del crescente assalto dell’agropirateria sui mercati
internazionali. Dai prosciutti all’olio d’oliva, dai
formaggi ai vini, ai salumi è un continuo di “tarocchi”
che provocano conseguenze rilevanti alle nostre Dop, Igp e Stg,
che rappresentano la punta di diamante del “made in Italy”
nel mondo. Per questa ragione il presidente della Confederazione
Giuseppe Politi insiste molto sull’esigenza della difesa multilaterale
delle indicazioni d’origine nell’ambito delle trattative
Wto. “Essa -ha detto- è una priorità assoluta;
è una questione centrale per paesi come quelli europei, in
particolare l’Italia, le cui produzioni agricole hanno nella
qualità, nella tipicità e nel legame con il territorio
le loro prerogative essenziali”.
www.cia.it
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L'imprenditore
agricolo schiacciato dalla burocrazia
Mille
istituzioni pubbliche, a livello comunitario, centrale e locale,
tra Commissione, ministeri, assessorati, enti e società regionali,
province, comunità montane (e senza contare i singoli comuni
… ), si occupano a vario titolo di agricoltura. Una gigantesca
macchina burocratica, che occupa centinaia di migliaia di dipendenti,
e che si traduce, per l’imprenditore agricolo, in una mole
insostenibile di carte, timbri, procedure che, in ultima analisi,
significano tempo. Dunque costi.
Confagricoltura ha fatto una stima: 100 giornate lavorative di 8
ore ciascuna, un impegno medio di 2 giornate alla settimana, da
dedicare alla burocrazia.
Per questo Confagricoltura ha commissionato ad un team di esperti
un “rapporto” sulla semplificazione in agricoltura,
di cui è stata presentata una prima parte, con l’obiettivo
di avviare un dibattito positivo con il mondo della politica, le
amministrazioni e tutte le componenti che vorranno partecipare a
questo sforzo.
Lo studio prende in considerazione, a titolo esemplificativo, le
procedure relative a due adempimenti, importanti, a cui è
soggetto l’imprenditore agricolo: quelle per l’accesso
ai pagamenti della Pac, e quelle relative alla assunzione/gestione
dei dipendenti, inclusa la sicurezza del lavoro.
Contestualmente è stato avviato l’approfondimento di
alcune procedure, a gestione regionale, comparando tre diverse realtà,
Veneto, Toscana, Campania. Perché l’agricoltore, a
causa della complessità del sistema istituzionale italiano
e della quantità di strutture pubbliche che si occupano più
o meno direttamente del comparto, deve confrontarsi con situazioni
locali diverse, che spesso diventano elementi di distorsione della
concorrenza.
Il tema della semplificazione è particolarmente rilevante
per la Politica agricola comune. La stessa Unione europea lo ha
individuato come uno degli obiettivi guida del nuovo modello di
sviluppo sostenibile.
Confagricoltura ha elaborato un suo Piano di azione, che si basa
su due principi:
- la semplificazione del quadro giuridico perseguita da Bruxelles,
con la creazione di una Ocm unica al posto delle attuali di settore,
non deve però modificare l’impianto degli strumenti
di intervento della Politica agricola comune;
- sono necessarie alcune modifiche ai vari regolamenti della Pac
per ridurre gli oneri amministrativi imposti agli agricoltori.
Ancora più complesse sono le procedure di assunzione/gestione
della forza lavoro, che comportano una quantità notevolissima
di adempimenti, che diventano ancora più complessi nel caso
dei lavoratori extracomunitari, o stagionali, che in agricoltura
rappresentano una parte rilevante.
Confagricoltura chiede di rivedere l’intero procedimento,
evitando la duplicazione degli adempimenti, limitando il numero
di enti coinvolti e prevedendo forme semplificate per alcune tipologie
di rapporti di lavoro, come quello stagionale. Cominciando dallo
snellimento della comunicazione dell’assunzione e della denuncia
aziendale. E per alcune categorie di lavoratori non professionali
e per alcune tipologie di lavorazioni di breve durata, l’Organizzazione
agricola propone, come già avviene in altri Paesi europei,
un “buono”, una sorta di ticket, il cui valore dovrebbe
essere comprensivo di tutti gli elementi del costo (retribuzione,
contribuzione, assistenza).
L’ultimo aspetto preso in considerazione dalla ricerca condotta
da Confagricoltura riguarda la sicurezza sul lavoro. Premesso che
la riduzione degli infortuni nel settore agricolo registrata negli
ultimi anni dimostra la validità della politica della prevenzione
e l’impegno in questo senso degli imprenditori, le procedure,
gli obblighi e le responsabilità disciplinati dalla vigente
normativa sono pensati per grandi aziende industriali, la cui organizzazione
è spesso molto distante dalle realtà del settore agricolo.
In questo quadro Confagricoltura ritiene sia possibile migliorare
la legislazione, prevedendo una reale semplificazione degli adempimenti,
che tenga conto delle specificità e delle differenti condizioni
territoriali in cui si opera.
In conclusione. Le discrasie organizzative della Pubblica Amministrazione,
centrale e locale, la farraginosità delle procedure, i costi
altissimi che tutto ciò comporta, dimostrano che la semplificazione
in agricoltura è una necessità improcrastinabile per
la competitività del sistema agroalimentare italiano.
Confagricoltura chiede che questo argomento passi dai tavoli degli
studiosi, ai tavoli di confronto, divenendo un preciso obiettivo
politico che coinvolga i diversi livelli di governo, Stato, Regioni
e enti locali.
www.confagricoltura.it
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Icq,
prodotti agroalimentari sempre più tutelati
36.000
ispezioni a carico di oltre 27.000 operatori, più di 90.000
prodotti controllati ed oltre 11.000 campioni sottoposti a verifiche
analitiche. Questi alcuni dei numeri relativi all'azione di controllo
svolta nel 2006 dall'Ispettorato centrale per il controllo della
qualità dei prodotti agroalimentari
Una capillare azione di controllo lungo tutta la filiera dei prodotti
agroalimentari e dei mezzi tecnici per l'agricoltura che ha portato
ad accertare irregolarità sia nel corso dei controlli ispettivi
( 3.400 operatori , pari al 13% del totale) che dei controlli analitici
( 953 campioni circa il 9% dei campioni analizzati) comportando
come risultato 4.094 contestazioni amministrative, 458 notizie di
reato e 520 sequestri.
"L'azione svolta nel 2006 dall'Ispettorato - ha commentato
il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Paolo
De Castro - riveste notevole importanza, non solo per l'utile servizio
reso ai cittadini attraverso la lotta alle frodi ed ai fenomeni
di sleale concorrenza, ma anche più in generale per il contributo
fornito alla tutela e valorizzazione delle produzioni agroalimentari
nazionali"
Una quota significativa dei controlli, circa il 20% dei prodotti
complessivamente controllati e dei campioni prelevati per le successive
analisi, è stata riservata dall'Ispettorato alle produzioni
di qualità registrata: vini a denominazione d'origine e a
Igt, prodotti a Dop e a Igp (soprattutto formaggi, oli extravergini
di oliva, carni trasformate, ortofrutticoli) e produzioni da agricoltura
biologica
Ecco di seguito i principali campi operativi dell'Ispettorato:
-nel settore vitivinicolo, le contraffazioni di vini DOC o IGT con
comuni vini da tavola; il sequestro di ingenti quantitativi di prodotti
vitivinicoli detenuti in cantina e privi dei necessari riscontri
documentali per garantirne la tracciabilità;
-nel comparto oleario, l'accertamento di diverse frodi relative
ad oli dichiarati extravergini di oliva e risultati all'analisi
oli di semi o miscele di oli di oliva con oli di semi;
-relativamente ai prodotti a Dop, l'accertamento di vari casi di
commercializzazione di prodotti generici che evocavano illecitamente
denominazioni registrate (formaggi, prosciutti, ortofrutticoli,
oli extravergini di oliva);
-riguardo ai mezzi tecnici, il sequestro di ingenti quantitativi
di concimi risultati all'analisi sottotitolati e, nei casi più
gravi, privi degli elementi della fertilità dichiarati.
In particolare sono stati condotti programmi mirati riguardanti
il controllo dei sistemi d'etichettatura, presentazione e pubblicità
dei prodotti alimentari; il rispetto delle modalità di commercializzazione
degli oli di oliva destinati al consumo; l'eventuale presenza di
Ogm nelle sementi di mais e soia destinate alla semina nella campagna
2005/2006; i controlli nel settore dei mangimi per la verifica sia
della qualità merceologica che della sicurezza; le verifiche
sulla conformità dei fertilizzanti e dei biostimolanti sotto
il profilo della composizione, della commercializzazione e dell'etichettatura.
Con riferimento ai singoli settori merceologici, i controlli hanno
riguardato principalmente il vitivinicolo (19% delle ispezioni)
gli oli e grassi (13%) il lattiero-caseario (11%), l'ortofrutta
(8%), l'etichettatura delle carni bovine ed avicole (5%).
www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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Quant’è
trendy la pagnotta
Crackers,
fette biscottate, crostini integrali, pani industriali o surgelati?
No, grazie. Gli italiani riscoprono la bontà del vecchio
caro pane fresco artigianale: che non sarà più quello
di una volta (almeno non sempre), ma in fatto di gusto e qualità
sbaraglia facilmente una concorrenza che pure negli ultimi anni
si era fatta sempre più agguerrita e penetrante. Di più:
è in atto un boom del consumo del pane fresco artigianale,
almeno a giudicare i numeri dell’indagine demoscopica commissionata
ad Astra Ricerche dal Siab, il Salone Internazionale dell’Arte
Bianca, di scena dal 5 al 9 maggio a Veronafiere. Gli italiani che
dichiarano come in famiglia si acquisti pane fresco artigianale
sono il 96%, con un consumo è sostanzialmente trasversale.
I due concorrenti diretti sono il pane industriale, che non supera
il 28%, e il pane surgelato/congelato che arriva al 7%. Ma anche
i cracker col 63%, le fette biscottate col loro 66%, i grissini
col 46% e i granetti col 17% si tengono a grande distanza dalla
pagnotta appena sfornata. Di più: mentre fino alla fine degli
anni ’90 il prodotto artigianale appariva in calo a favore
di quello industriale o surgelato/congelato e specialmente dei cosiddetti
prodotti sostitutivi, con l’aprirsi del nuovo millennio la
diffusione del pane “doc” è tornata a crescere:
più del pane industriale e specialmente più dei prodotti
sostitutivi, di cui si registra un calo generalizzato (specie per
i grissini e le fette biscottate). Oltretutto gli acquirenti di
questi ultimi prodotti lo fanno perlopiù per questioni di
salute o intolleranza alimentare, oppure per l’impossibilità
o la scomodità nell’approvvigionarsi di pane fresco,
mentre solo quattro consumatori su dieci che snobbano la pagnotta
fresca dichiarano espressamente una preferenza per il prodotto industriale.
Insomma, una piccola minoranza oggi tallonata da vicino anche dai
tanti che consumano pane auto-prodotto in casa sia in forni tradizionali
che moderni: costoro non sono affatto vecchi contadini o montanari
ma - all’opposto - giovani men che 35enni, più residenti
nei comuni minori, specie studenti e appartenenti al ceto medio
impiegatizio e autonomo, con 0-14enni in famiglia.
Insomma, siamo di fronte a un consumo consapevole e rivolto a un
prodotto in funzione della sua qualità intrinseca. Il tutto
poi è favorito da un modello commerciale che, pur a fronte
di un peso crescente della moderna distribuzione alimentare (in
tal caso il pane smerciato perlopiù è industriale
e/o surgelato) si caratterizza soprattutto per la straordinaria
leadership del dettaglio tradizionale, che serve l’81% degli
italiani, con particolare forza delle panetterie dotate di forno
proprio (da sole servono il 70% degli acquirenti di pane di ogni
tipo e il 90% degli acquirenti di pane fresco artigianale).
Le ragioni di questo successo? Il pane fresco artigianale non è
considerato un alimento vecchio e superato (lo pensa il 4%) e neppure
un prodotto consumato prevalentemente dai poveri (una tesi propria
solo del 12% del campione): al contrario, esso è ridiventato
un alimento che corrisponde pienamente ai più moderni stili
alimentari e di vita, con un eccellente rapporto qualità/prezzo,
pilone portante del “made in Italy” ma nello stesso
tempo capace di riflettere le mille sfaccettature delle nostre tradizioni
regionali o locali. Infine, viene anche considerato uno degli alimenti
più sicuri, semplice e genuino, senza rischi di truffe o
sofisticazioni (specie quello artigianale, of course). Per il 60%
degli italiani addirittura “fa bene alla salute”. Insomma,
un successone. Tanto che la ricerca voluta dal Siab conclude trionfalmente:
non esiste alcun altro alimento e probabilmente alcun prodotto che
sia giudicato contemporaneamente esempio di tradizionalità
positiva (dal 77% del campione) e di modernità (89%), di
trasversalità democratica (84%) e di prestigio sociale (71%).
Carlo Passera - passera.web@asa-press.com
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare
Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei
Comunicatori del settore


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