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Sicurezza
alimentare con l’agricoltura organica
Giallo
noir culinario: la scomparsa del soffrito
Un
nuovo mercato si apre al Prosciutto di Parma: la Cina
Ocm
ortofrutta, il parere del Cese
Dolci
visite in Canton Ticino
Negoziato
Wto: la difesa delle indicazioni geografiche è una priorità
irrinunciabile per l’agroalimentare “made in Italy"

Sicurezza
alimentare con l’agricoltura organica
Maggiore
integrazione del biologico nelle politiche nazionali
“L’agricoltura organica non è più un fenomeno
che riguarda solo i paesi sviluppati, ma è oggi praticata
commercialmente in 120 paesi, con 31 milioni di ettari coltivati
ed un mercato di oltre 40 miliardi di dollari nel 2006”, si
legge in un rapporto della FAO presentato oggi all’apertura
dei lavori della conferenza internazionale su Agricoltura organica
e sicurezza alimentare (3-5 maggio 2007).
Il rapporto FAO “Agricoltura organica e sicurezza alimentare”
identifica i punti di forza e di debolezza dell’agricoltura
organica ed il suo contributo al raggiungimento della sicurezza
alimentare, analizza le caratteristiche della catena alimentare
biologica nell’ambito del diritto al cibo e propone iniziative
politiche e di ricerca per migliorarne i risultati a livello nazionale,
internazionale ed istituzionale.
“Gli elementi di maggior forza dell’agricoltura organica
sono la sua indipendenza dai combustibili fossili ed il suo fare
affidamento su mezzi di produzione disponibili localmente. Intervenendo
con processi naturali incrementa l’efficacia dei costi e la
resistenza degli ecosistemi agricoli nei confronti di condizioni
climatiche difficili", si legge nel rapporto.
“Gestendo la biodiversità nel tempo (rotazione delle
colture) e nello spazio (sistema delle colture miste) gli agricoltori
biologici usano il loro lavoro ed i loro servizi ambientali per
intensificare la produzione in modo sostenibile. L’agricoltura
organica inoltre rompe il circolo vizioso dell’indebitamento
a cui sono costretti i piccoli agricoltori per acquistare i mezzi
di produzione agricoli, che ha causato un allarmante numero di suicidi”.
Lo studio riconosce che “la maggior parte della produzione
certificata dei paesi in via di sviluppo è destinata ai mercati
d’esportazione” ed aggiunge che “quando coltivazioni
commerciali certificate sono collegate con migliorie agro-ecologiche
e maggiori redditi per i contadini poveri, questo porta ad una maggiore
autosufficienza alimentare ed una generale rivitalizzazione dell’agricoltura
su piccola scala”.
Conoscenza e manodopera
intensiva
Il rapporto però fa anche notare che per la conversione agricoltura
organica sono necessarie conoscenze agro-ecologiche ed una certa
disponibilità di manodopera. “La gestione organica
è un approccio basato sulla conoscenza, richiede la comprensione
dei processi agro-ecologici ed incontra difficoltà quando
la manodopera è scarsa, come per esempio succede nelle comunità
decimate dall’HIV/AIDS".
Tuttavia, secondo l'esperta FAO Nadia Scialabba,
proprio la maggiore richiesta di manodopera che il settore richiede
ed i migliori compensi offrono opportunità occupazionali
laddove questa risorsa è più abbondante, contribuendo
così a salvaguardare le condizioni di vita rurali.
Nello studio si fa riferimento a studi recenti su alcune produzioni
biologiche che indicano che l’agricoltura organica potrebbe
produrre cibo a sufficienza per il fabbisogno della popolazione
mondiale.
“Questi modelli indicano che l’agricoltura organica
ha il potenziale di assicurare cibo a tutta la popolazione mondiale,
come l’agricoltura tradizionale fa oggi, solo con un minore
impatto ambientale”.
Nel documento si fa appello ai governi affinché “destinino
maggiori risorse all’agricoltura organica ed integrino i suoi
obiettivi ed interventi all’interno delle strategie nazionali
di sviluppo e di riduzione della povertà, con un’enfasi
particolare ai bisogni dei gruppi più vulnerabili”.
Inoltre, si insiste sulla necessità di investire nello sviluppo
delle risorse umane e nella formazione sul biologico come parte
delle strategie di sviluppo di lungo periodo.
Secondo la Commissione del Codex Alimentarius, e tutte le normative
nazionali esistenti, “l’agricoltura organica è
un sistema di produzione olistico che evita l’impiego di fertilizzanti
sintetici, di pesticidi e di organismi geneticamente modificati
(OGM), che minimizza l’inquinamento dell’aria, del suolo
e delle risorse idriche ed ottimizza la salute e la produttività
delle comunità interdipendenti di piante, animali e persone”.
La Conferenza internazionale su Agricoltura organica e sicurezza
alimentare è organizzata dalla FAO in collaborazione con
l’Associazione Italiana Agricoltura Biologica, il Centro Internazionale
di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo (CIHEAM), la Federazione
Internazionale dei Movimenti di Agricoltura Organica, il RAFI (Rural
Advancement Foundation International), il WWF, il Third World Network,
l’Istituto di ricerca di agricoltura biologica (FiBL) ed il
Worldwatch Institute.
Pierre Antonios - Ufficio stampa FAO – www.fao.org
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Giallo
noir culinario: la scomparsa del soffritto
Il
magico, delicato battuto, definito in termini professionali, "fondo
di cottura"* che, con il suo penetrante profumo ha deliziato
i nostri delicati nasi e ci ha fatto fantasticare su questo o quell'altro
piatto, sta per essere messo in congedo anticipato o, ancor peggio,
in alcuni casi è già stato ostracizzato e sepolto
nella fredda e desolata tundra della cucina "senza fondi e
senza grassi", con un beffardo epitaffio: qui giace il povero
soffritto che tanto regalò alla cucina tradizionale, seppur
tra puzza e miasmi vari a gustosi piatti e deliziose leccornie.
Cipolla, sedano e carote, messi assieme, sembrano tre stoici soldatini
di piombo in assetto da guerra, una sorta di grottesca armata Brancaleone,
pronta a dar battaglia in una verosimile crociata del gusto contro
idee e soluzioni che lo vorrebbero sminuito o vilipeso, mandando
così in pensione con lui anche i suoi naturali "alleati
storici", quali coltelli, coltellini, mezzaluna e possenti
taglieri di legno ereditati da amorevoli nonnine, appassionate del
battuto a guisa d'ancien regime!
Invece di procedere secondo i canoni riconducibili alla cucina classica
e, in altre parole, preparare il soffritto battuto al coltello,
si preferisce spesso fargli fare una triste fine dentro un asettico
macinaverdure, ma bastasse solo questa cattiveria! Con ardore e
sfrontatezza, già s'incomincia a fare a meno del suo sapore
e inimitabile effetto, preferendo, talvolta introdurre il nostro
trio aromatico a crudo e a fine cottura, scelta questa eretica,
giacché, in tal modo, se ci accingiamo ad esempio a preparare
una salsa di pomodoro, che gusto mai potrà avere la "Nostra"
frullandovi dentro le verdure alla fine? Oltre al fatto, che gli
ortaggi non potrebbero cucinarsi bene e non arricchirebbero di bontà
il sughetto!
Per preparare un umile soffritto, scusate, fondo di cottura, ci
vuole tecnica, amore e passione ma anche occhio a non tagliarsi
le dita! In ogni caso, le verdure da tritare o affettare, vanno
lavate bene, con largo anticipo e lasciate asciugare qualche minuto
prima di "procedere all'esecuzione capitale" a colpi di
Trinciante*. Grossolano errore poi, tritare tutto assieme, ma è
invece meglio, prima affettare la carota che è la verdura
più coriacea, poi il sedano ed infine la preziosa cipolla.
Vuole la tradizione, che durante il taglio della cipolla, il malcapitato
cuoco, versi pietose lacrime a causa delle forti esalazioni prodotte
e le stesse, arricchiscano di sapore e bontà il battuto ed
il piatto che poi sarà cotto e servito! In realtà,
alcuni piangono per rendere tributo alla triste fine cui è
costretta la nobile cipolla, protagonista d'infinite ricette e regina
assoluta del regno dei soffritti che si estende dall'Europa all'Asia,
dalle Americhe ai Poli e dove nessuna porta di una qualsiasi cucina,
non le sarà mai chiusa in faccia.
La Cucina che non c'è, è una rubrica certamente dissacrante,
di rottura e petulante, ma relativamente ad alcuni canoni d'esecuzione
culinaria, siamo e sempre saremo fiscali, zelanti e un po' reazionari.
Il fondo di cottura, detto alla povera, soffritto, fa parte del
DNA culinario, spesso è stato tramandato da generazione in
generazione, ed è quindi importante non tralasciarlo, se
non altro in ricette in cui è parte strutturale di un piatto.
Giammai; né Calvinisti né dediti al puritanesimo de
cuisine, non è la nostra forma mentis e ciò sembra
che si evinca molto bene da questo mio spazio ma, nel nostro piccolo,
siamo anche rispettosi del buono e delle tradizioni, specie se consolidato
da secoli.
Come, nel ragù di carne, che è di una bontà
senza precedenti specie se accompagnato a due tagliatelle all'uovo
fatte fresche; sarebbe immorale, da stolti, non usare il soffritto
per cucinare (rosolare*) la carne prima di bagnarla con il vino
e terminare la cottura con delicatezza sino alla degustazione finale.
Insomma, se è vero che dobbiamo dare a Cesare quel che appartiene
a Cesare, diamo ad ogni soffritto la certezza di finir rosolato
in una comoda teglia, soffocato senz'altro da un morbido e generoso
strato di burro o manto d'ottimo olio e, se proprio fosse necessario,
ci mobiliteremo anche con una raccolta di firme pro - soffritto…naturalmente
con le mani sporche di cipolla tritata, mi sembra il minimo.
Stefano Buso – www.tigulliovino.it
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Un
nuovo mercato si apre al Prosciutto di Parma: la Cina
Per
la naturalità e la genuinità che lo contraddistinguono,
il Prosciutto di Parma è sempre uno dei primi prodotti della
salumeria ad ottenere l'OK all'esportazione in nuovi mercati. Così
è accaduto anche in Cina.
L’apertura si è resa possibile a seguito della definitiva
approvazione dell’Ente autorizzativo cinese (Cnca) della lettera
di garanzia di conformità degli stabilimenti italiani ai
parametri sanitari, fornita dal Ministero italiano della Salute.
L’Ambasciata italiana a Pechino ha comunicato al Ministero
della Salute l’approvazione da parte delle Autorità
cinesi dei 36 stabilimenti italiani (situati nell’area di
produzione dei due prodotti, in Emilia Romagna e in Friuli Venezia
Giulia) che sono autorizzati ad esportare in Cina i propri prodotti
suini stagionati Ora sono oltre 60 i paesi dove è possibile
esportare il Prosciutto di Parma. Le aziende del Consorzio producono
9,5 milioni di prosciutti l'anno, di questi, circa due milioni finiscono
sulle tavole dei consumatori stranieri.
"Siamo estremamente soddisfatti. La Cina rappresenta un mercato
importante, uno degli ultimi traguardi per il Prosciutto di Parma
che è oggi presente in oltre 60 paesi del mondo. Crediamo
molto nell'export e stiamo investendo risorse e energie affinché
la quota delle nostre esportazioni - che é oggi pari al 20%
- continui a crescere. Ringraziamo il Ministero della Salute, degli
Esteri e delle Politiche Agricole e Forestali per essersi adoperati
strenuamente per ottenere questo importante risultato" commenta
Stefano Tedeschi, presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma.
Fabrizio Raimondi - Ufficio Stampa - Consorzio del Prosciutto
di Parma
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Ocm
ortofrutta, il parere del Cese
La
Sezione Agricoltura e sviluppo rurale del Comitato economico e sociale
europeo, nella seduta che si è tenuta l'8 maggio, ha discusso
gli emendamenti e votato il progetto di Parere alla proposta di
Regolamento di riforma della OCM ortofrutta della Commissione, ed
ha fissato la seduta plenaria del Cese per l'esame definitivo del
parere, per i giorni del 30-31 maggio. Ne dà notizia un comunicato
della Legacoop agroalimentare.
Il dibattito nell'ambito della sezione del Cese, prosegue la nota,
è stato molto intenso e si è protratto fino a sera,
con 11 emendamenti presentati. Al termine dei lavori, il progetto
è stato approvato con 27 voti a favore, 3 astenuti e 2 contrari.
Il relatore del parere del Cese, Mario Campli, del Gruppo III (nonché
responsabile Politiche europee di Legacoop) ha così commentato
la decisione "il testo definitivo dei pareri, sia quello del
Parlamento europeo (che proprio l'8 maggio ha esaminato la proposta
di riforma Ocm ortofrutta) sia quello del Cese, saranno acquisiti
dal Consiglio". Campli ha inoltre precisato che la plenaria
del Parlamento europeo si terrà il 6 giugno, ed "è
possibile prevedere che il Consiglio agricolo dell'11 e 12 giugno,
l'ultimo sotto la presidenza tedesca, possa approvare definitivamente
la Riforma OCM ortofrutta".
Per quanto riguarda il progetto esaminato dal Cese, continua la
nota "i punti essenziali e qualificanti", indicati da
Campli, sono i seguenti:
-conferma della centralità della Organizzazione di produttori;
-aumento della percentuale di finanziamento sul fatturato dei Programmi
Operativi (oltre, quindi l'attuale 4,1%), per tutte la azioni con
cofinanziamento comunitario al 60%; tra cui una particolare attenzione
dovrà essere dedicata alle azioni congiunte tra due o più
O.P., per incentivare la integrazione tra le organizzazioni di produttori;
-definizione di un adeguato periodo di transizione - tenendo conto
sia della specificità degli stati membri sia dei diversi
prodotti - per quanto riguarda la introduzione del disaccoppiamento
degli aiuti agli ortofrutticoli trasformati.)
-"gestione delle crisi" all'esterno dei Programmi Operativi
(quindi da non contabilizzare nel massimale complessivo), da parte
delle OP per i propri associati.
-conferma delle norme di commercializzazione, con riferimento alla
sicurezza e all'origine del prodotto;
-applicazione delle norme della concorrenza che tenga conto del
dimensionamento europeo del mercato ortofrutticolo;
-costituzione di un Osservatorio dei prezzi e delle pratiche commerciali".
www.agricolturaitalianaonline.gov.it/
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Dolci
visite in Canton Ticino
Il
Choko Land Museum di Caslano, fondato nel 1991, è diventato
una delle massime attrazioni della Svizzera italiana e, con circa
30 mila presenze all’anno, è il museo più visitato
del Canton Ticino. Fondato dall’azienda Chocolat Alprose,
accoglie i visitatori con una fontanella da cui sgorga continuamente
cioccolata calda. Dopo una buona tazza, si passa alla sezione storica.
Con grandi pannelli fotografici e spiegazioni scritte, il museo
narra innanzitutto la straordinaria storia del frutto del cacao,
già apprezzato dai popoli antichi dell'America centrale,
come i Maya e gli Aztechi. In queste regioni le fave di cacao vengono
coltivate ancora oggi, prima di essere esportate e utilizzate per
la produzione di cioccolato. Si passa poi al racconto della produzione
svizzera e dei suoi protagonisti. La particolarità più
interessante è la possibilità, unica in Svizzera,
di seguire da vicino la produzione. Da un corridoio aereo i visitatori
vedono scorrere chilometri di cioccolato in quasi tutte le fasi.
Si conclude con abbondanti acquisti nello spaccio dell’ìazienda.
Un vero e proprio museo da mangiare.
L’oro bruno – Cioccolato e cioccolatieri delle terre
ticinesi, è una manifestazione golosa che si tiene nell’ex
fabbrica di cioccolato di Cima Norma nella Valle di Blenio fino
al 2 novembre. Ripercorre le tappe della storia del cioccolato nel
Canton Ticino, illustra le fasi della produzione, la letteratura
e le fiabe sull’argomento e si conclude con l’atelier
del cioccolato. Sempre nella ex Cima Norma si tiene dal 16 al 20
maggio il Salone dei profumi e dei Sapori, rassegna biennale dei
prodotti del territorio ticinese. Per abbinare al cioccolato le
altre specialità della gastronomia locale. L'obiettivo del
Salone dei Profumi e Sapori è infatti quello di mantenere
vivo il piacere di due sensi in particolare, l'olfatto e il gusto,
senza dimenticare anche quello della vista. La Valle di Blenio offre
ai turisti, svizzeri e stranieri, un ambiente e un paesaggio incontaminati.
L'identità regionale, alcune pregevoli particolarità
della tavola tradizionali vi sono mantenute. L'ex fabbrica di cioccolato
Cima Norma fu celebre, per oltre 70 anni, grazie alla sua produzione
che aveva raccolto l'eredità professionale d'insigni cioccolatieri
bleniesi resisi famosi nella Svizzera e in diverse nazioni europee.
L'edificio offre uno spazio espositivo 3000 mq.
Ticino Turismo – www.ticino.ch
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Negoziato
Wto: la difesa delle indicazioni geografiche è una priorità
irrinunciabile per l’agroalimentare “made in Italy"
Contrastare il protezionismo
nascosto; registro multilaterale sulle denominazioni geografiche
e difesa del “made in Italy” dalle contraffazioni e
dall’uso illegittimo di marchi; origine territoriale e tracciabilità
del prodotto. Sono queste le tre priorità che la Cia-Confederazione
italiana agricoltori ritiene essenziali per valorizzare le produzioni
del nostro agroalimentare nel negoziato commerciale della Wto e
che ribadisce all’indomani del documento informale presentato
dall’ambasciatore neozelandese Crawford Falconer, presidente
del gruppo negoziale agricolo.
Un documento -afferma la Cia- sul quale non si può che avere
un giudizio critico in quanto emergono proposte che vanno a penalizzare
esclusivamente l’agricoltura europea alla quale si continuano
a sollecitare solo sacrifici. Si chiede, infatti, all’Ue di
aumentare l’offerta sui tagli tariffari, di ridurre il numero
dei “prodotti sensibili” di aumentare il taglio del
sostegno interno distorsivo complessivo. Oltretutto, Falconer non
parla per nulla di indicazioni geografiche e questo è un
elemento che non possiamo assolutamente accettare.
Per tale motivo, nostro auspicio -sottolinea la Cia- è che
il prossimo documento contenga considerazioni sulle indicazioni
geografiche, pur sapendo che Falconer ha sempre espresso perplessità
e scetticismo sul positivo esito su questo particolare tema, affermando
di non intravedere sviluppi rispetto all’attuale situazione.
Per il mondo agricolo italiano la difesa multilaterale delle indicazioni
d’origine -come, del resto, ha sottolineato in più
occasioni lo stesso ministro delle Politiche agricole, alimentari
e forestali Paolo De Castro- è, invece, una questione di
centrale interesse, che -rimarca la Cia- deve essere considerata
parte integrante del miglioramento dell’accesso al mercato
in agricoltura. Tuttavia, come ha detto Pascal Lamy, direttore generale
della Wto, la stessa Unione europea deve maturare una posizione
chiara ed unitaria sulla tutela delle indicazioni geografiche.
“I margini temporali per giungere ad un accordo -sostiene
il presidente della Cia Giuseppe Politi- sono, comunque, molto ristretti.
Il negoziato Wto non può essere, però, un gioco a
somma zero nel quale si annullano gli effetti contrapposti sulle
diverse attività economiche. Se la liberalizzazione degli
scambi crea vincitori e vinti, non è possibile compensare
i guadagni dei primi con le perdite dei secondi. Gli agricoltori
europei potranno accettare una riduzione delle tariffe, ma soltanto
in cambio di chiare contropartite in termini di esenzioni per taluni
prodotti sensibili e di precise clausole di tutela delle produzioni
nelle quali eccellono, a partire dalle denominazioni geografiche”.
“La qualità -rileva ancora Politi- deve continuare
ad essere l’arma vincente del nostro sistema agroalimentare
Ma la strategia sarà realmente vincente solo se si combina
con l’innovazione. Solo in questo modo sarà possibile
contrastare efficacemente i tentativi di imitazione, di recuperare
i margini di competitività, di ottenere una differenziazione
di prezzo ed un maggior reddito per gli agricoltori. L’agroalimentare
non deve essere considerato sistema a tecnologia matura, impermeabile
ai cambiamenti, soggetto all’implacabile concorrenza da costi
e marginale rispetto alle prospettive di sviluppo del Paese”.
“L’origine territoriale e la tracciabilità del
prodotto -conclude il presidente della Cia- rappresentano sia un
diritto dei consumatori, sia, per la gran parte dei nostri prodotti,
un prerequisito, necessario seppure non sufficiente, per il successo
sul mercato. Purtroppo, negli ultimi anni, il sovrapporsi di regole,
pur con lodevoli intenzioni, ha accentuato i contrasti. Il nostro
impegno è, quindi, di lavorare per soluzioni basate su principi
e valori condivisi da tutti i soggetti del sistema agroalimentare
e coerenti con le regole dell’Unione europea”.
www.cia.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare
Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei
Comunicatori del settore


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