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Newsletter 10 / 06.05.2007


Vini nel Mondo
Centopassi
Made in Italy: olio stop agli inganni
Gli italiani e il pane artigianale
Aia – Associazione Italiana Allevatori: Andena riconfermato presidente
E’ nata T-ERRE: una nuova etica del viaggio


Vini nel Mondo
Dal 1 al 3 giugno 2007 a Spoleto la terza edizione con la 2ª grande Notte Bianca del Vino
L’eccellenza enologica del Made in Italy che ha conquistato il mercato dei “Vini nel mondo” si ritrova a Spoleto tra arte, gusto e cultura.
Un fine settimana ricco di eventi dedicato alla “consapevolezza del buon bere” che il 2 giugno culminerà nella seconda notte Bianca del Vino condotta da Fede e Tinto di Decanter-Radio Due.
“Vini nel Mondo” afferma il presidente della Meet Eventi-Alessandro Casali- “è l’unica rassegna d’incontro tra produttori e consumatori, ambientata nella cornice di bellezza, arte e tradizione (palazzi, castelli, strade, piazze, spazi museali) di una città gioiello, quale è Spoleto, capace di coniugare qualità della vita e respiro internazionale, passato e presente; un contesto unico attraverso il quale Vini nel Mondo riesce a creare un rapporto privilegiato ed esclusivo un “filo diretto” tra le più prestigiose cantine, gli esperti, le istituzioni” da qui “il successo dell’edizione 2006 testimoniato da 250 cantine, 30 mila bottiglie degustate e 150.000 presenze”.
Oltre ai diversi momenti di degustazione di vini pregiati, non mancheranno, durante i tre giorni di questa grande kermesse dedicata all’Arte del Vino convegni e dibattiti sulla riforma dell’OCM Vino e sulle strategie d’internazionalizzazione con la partecipazione delle istituzioni e dei più qualificati esperti di settore.
Anche quest’ anno Vini nel Mondo testimonierà la grande generosità del ricco vigneto d’Italia attraverso l’Asta di Beneficenza del 2 giugno che proporrà oltre 30 prestigiosi cru in grado di attirare il più vivo interesse dei collezionisti ed il sostegno di prestigiose presenze imprenditoriali, del giornalismo, dello spettacolo e della cultura grazie ai quali nell’edizione 2006 sono stati devoluti all’infanzia in difficoltà ben 20.000 euro.
Appuntamento dunque a Vini nel Mondo -a Spoleto dall’1 al 3 giugno 2007- per scoprire e degustare i grandi Vini italiani nel mondo.
Vini nel Mondo è promossa dall’associazione Arte, Gusto e Cultura, organizzata da Meet Eventi e GBang e realizzata con il contributo del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Rita Salimbeni – Ufficio Stampa - www.vininelmondo.org
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Centopassi
Arriva Centopassi, linea di vini fortemente voluta da Don Ciotti e prodotta dalla Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra, creata per gestire le terre siciliane confiscate alla mafia, e distribuita in esclusiva da Coop. Il “battesimo del bicchiere” a Slow Fish (4/7 maggio, a Genova), in una degustazione guidata dal giornalista Gigi Piumatti, curatore della Guida Vini d’Italia Slow Food-Gambero Rosso, con la partecipazione di Don Luigi Ciotti (in programma il 4 maggio). Una linea di vini che, in ogni suo elemento, dal nome all’etichetta, passando per i vigneti e la cantina in cui nasce, testimonia l’impegno civile di chi lo ha prodotto, facendosi portabandiera della legalità. Si tratta della prima linea di vini prodotta interamente da beni confiscati ai clan mafiosi, dai vigneti reimpiantati dopo anni di abbandono.
La linea Centopassi fa il suo esordio con due vini, più una serie limitata, voluta da Don Ciotti, per celebrare il lavoro dei ragazzi dell’Istituto di Arti Grafiche Bodoni di Torino, che hanno elaborato il progetto grafico (l’etichetta vincitrice è stata scelta fra i loro lavori, con un concorso popolare tra i soci Coop) e hanno individuato il nome Centopassi (il titolo del film di Marco Tullio Giordana, sceneggiato dal giornalista Claudio Fava, che racconta la tragica storia di Peppino Impastato). I due vini sono intitolati a Placido Rizzotto (sindacalista di Corleone ucciso dalla mafia): il bianco è un Catarratto in purezza; il rosso è un blend paritario di Nero d’Avola e Syrah, e proprio quest’ultimo sarà distribuito anche nella serie limitata con etichetta speciale. Nella nascita della linea Centopassi è stato fondamentale anche l’aiuto tecnico fornito dagli esperti di Slow Food, che hanno supervisionato l’intero processo produttivo, dal lavoro nei vigneti fino all’imbottigliamento finale, insieme agli enologi Salvatore Martinico e Giuseppe Caviola, e all'agronomo Federico Curtaz.
Tutto parte nel 1995 a Corleone quando Libera, l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti, inizia una raccolta di firme per sollecitare l’approvazione di una legge che preveda l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai boss mafiosi. L’iniziativa si estende a tutta l’Italia e le firme raccolte arrivano ad un milione. Nel 1996 viene finalmente approvata la Legge 109, e da allora alcune centinaia di ettari di terreno confiscati alla criminalità organizzata sono stati recuperati da uno stato di completo abbandono e assegnati a cooperative sociali che li lavorano producendo pasta, vino, olio, passata di pomodoro, farina, frutta, ortaggi e legumi.
La Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra è stata costituita nel 2001 da un gruppo di giovani siciliani e gestisce attualmente 42 ettari di vigneto (che arrivano anche ad 800 metri di altitudine) progressivamente reimpiantati e presto una moderna cantina in fase di ultimazione. Un progetto che Don Ciotti ha esteso anche nelle terre confiscate alle altre organizzazioni malavitose, che purtroppo impediscono a molte aree del Sud Italia uno sviluppo ed una emancipazione. La bontà di questo tipo di operazione è stata compresa benissimo anche dagli stessi malavitosi che, è storia di questi giorni, hanno devastato la sede della Cooperativa calabra Valle del Marro, situata nella piana di Gioia Tauro e creata dall’associazione Libera di Don Ciotti nei terreni sequestrati alla ‘ndrangheta.
www.winenews.it & www.winenews.tv
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Made in Italy: olio stop agli inganni
Oltre la metà dell'olio “italiano” venduto nei supermercati nazionali è spremuto da olive di cui non si conosce la provenienza che, grazie al provvedimento, dovrà essere indicata in etichetta per fare finalmente chiarezza e consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli.
E’ quanto è emerso nel corso della conferenza stampa promossa da Coldiretti, Slow Food e Unaprol per presentare il decreto sull’indicazione obbligatoria d'origine nell’etichettatura dell’olio vergine ed extravergine di oliva del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali che rappresenta un ulteriore passo in avanti nella battaglia per la trasparenza dell’informazione iniziata con la legge 204 del 3 agosto 2004, ottenuta con il sostegno di un milione di firme raccolte da Coldiretti e che obbliga ad indicare la provenienza dei prodotti agricoli in tutti gli alimenti.
Si tratta di un momento storico per il prodotto simbolo della dieta mediterranea nel mondo, che contribuisce anche alla lotta alle frodi e alle sofisticazioni a difesa della salute dei cittadini. L'obbligo di indicare la provenienza delle olive impiegate in etichetta è un contributo alla trasparenza per impedire - sottolinea la Coldiretti - di “spacciare” come Made in Italy miscugli di olio spremuto da olive spagnole, greche e tunisine. Un rischio reale se si considera che nel 2006 si è verificato un aumento record del 45 per cento degli arrivi di olio di oliva dalla Tunisia che ha superato la Grecia e che ora rappresenta un quarto del totale delle importazioni italiane con 110 milioni di chili spediti in un anno. Mentre importanti marchi nazionali come Carapelli e Sasso sono finiti in Spagna, che si conferma il principale fornitore con circa 180 milioni di chili, nelle mani degli imprenditori iberici del gruppo Sos.
Dopo anni di battaglie per la trasparenza, culminate nell’appello a tutti i parlamentari da parte della Coldiretti e Slow Food, il decreto del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali prevede che “al fine di assicurare la rintracciabilità dell’olio di oliva vergine ed extravergine” nonché di prevenire frodi nella commercializzazione, è obbligatorio riportare nell’etichettatura l’indicazione della zona geografica di coltivazione delle olive e ubicazione del frantoio nel quale è estratto l’olio”. “L’indicazione della zona geografica di coltivazione delle olive deve riportare la regione o lo Stato membro dell’Unione Europea o il Paese terzo dove è stata effettuata la coltivazione. In caso di olive non coltivate in un unico Stato membro o Paese terzo, nell’etichetta deve essere indicata la percentuale di olive coltivate nei diversi Stati”. In caso di inadempienza sono previste sanzioni amministrative per un importo fino a 9500 euro per ogni singola infrazione. L’entrata in vigore - precisa la Coldiretti - è fissata entro 90 giorni dalla pubblicazione del decreto che è stato trasmesso alla Commissione Europea per le necessarie verifiche, e comunque in tempo utile per garantire la trasparenza dell’informazione in etichetta per il prossimo raccolto di olive Made in Italy.
La norma per l’indicazione di origine in etichetta consente di verificare oltre al marchio la reale origine delle olive impiegate e quindi anche di valorizzare gli oliveti italiani che possono contare su 250 milioni di piante, molte delle quali secolari o situate in zone dove contribuiscono al paesaggio e all'ambiente. L'Italia - continua la Coldiretti - è il secondo produttore europeo di olio di oliva con una produzione nazionale media di oltre 6 milioni di quintali, due terzi dei quali extravergine e con 38 denominazioni (Dop/Igp) riconosciute dall'Unione Europea, che sviluppano un valore della produzione agricola di circa 2 miliardi di Euro e garantiscono un impiego di manodopera per circa 50 milioni di giornate lavorative.
Negli ultimi anni si è avuto un trend di crescita nei consumi, soprattutto per oli extravergini, Dop e biologico e si stima un consumo nazionale di 14 kg procapite. Dal punto di vista commerciale nel 2006, a fronte di una produzione stimata in 630mila tonnellate, le importazioni di 430mila tonnellate superano nettamente le esportazioni pari a 280mila tonnellate.
Il 50 per cento dell’olio venduto in Italia anche con marchi nazionali è dunque ottenuto da miscele derivanti da olive straniere senza che questo venga indicato chiaramente in etichetta con una perdita di valore per la produzione nazionale tanto che le olive in campo vengono pagate agli agricoltori meno di un terzo dei prezzi versati dai consumatori al supermercato. Una mancanza di trasparenza che fa si che anche all’estero si radichi un falso Made in Italy che non ha nulla a che fare con il territorio nazionale come il Tuscan Sun e il Pompeian olive oil venduti negli States o l’olio di oliva extravergine "Romulo" scoperto dalla Coldiretti in un supermercato di Shanghai in Cina che riporta in etichetta tanto di lupa del Campidoglio e gemelli, ma proviene dalla Spagna. Sul solo mercato statunitense il valore degli olio di oliva taroccati “italian sounding” supera quello degli originali e raggiunge un importo di 560 milioni di euro con il valore delle esportazioni italiane in Usa (476 milioni di euro nel 2006) che potrebbe piu’ che raddoppiare con lo stop alle imitazioni.
Con le nuove norme sull’extravergine, l'Italia, dove l'etichettatura di origine è stata prevista, grazie alla mobilitazione della Coldiretti, anche per il latte fresco, per la carne di pollo e per la passata di pomodoro, si candida a svolgere una funzione di avanguardia in Europa nelle politiche rivolte alla sicurezza alimentare e ad accelerare con coerenza il percorso già intrapreso a livello comunitario con l'estensione a tutti i prodotti alimentari dell'obbligo (già in vigore nella UE per carne bovina, uova, miele, ortofrutta fresca) di indicare nelle etichette l'origine della componente agricola impiegata.
Relazioni Esterne Coldiretti – www.coldiretti.it

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Gli italiani e il pane artigianale
È in atto un boom del consumo del pane fresco artigianale: è questo il principale risultato dell’indagine demoscopica commissionata ad Astra Ricerche dal SIAB, il Salone Internazionale dell’Arte Bianca di Verona, e realizzata nella seconda metà di gennaio 2007 tramite 1.488 interviste telefoniche, somministrate con il metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing) ad un campione rappresentativo della popolazione italiana 14-79enne (esclusi i non residenti e i membri delle convivenze: ospedali, ospizi, convitti, carceri, caserme, conventi, ecc.), pari ad un universo di circa 50 milioni di adulti.
Gli italiani che dichiarano che in famiglia si acquista pane fresco artigianale sono il 96% della popolazione: come a dire 47.9 milioni su un totale di quasi 50 milioni. Il consumo è sostanzialmente trasversale, anche se un modesto ‘picco’ (98%) si osserva nel Lazio (Roma è davvero la capitale d’Italia, almeno per quello che riguarda il pane fresco artigianale).
I due concorrenti diretti del prodotto artigianale sono il pane industriale, che non supera il 28% (14.1 milioni: soprammedia nel Triveneto e nel nord-ovest dove maggiore è il peso della moderna distribuzione alimentare) e il pane surgelato/congelato che non arriva al 7% (3.3 milioni: in particolare in Veneto). Ma anche le fette biscottate col loro 66% di penetrazione nelle famiglie italiane (32.9 milioni: specie nel centro-sud), i cracker col 63% (31.5 milioni: specie nel Triveneto), i grissini col 46% (23.2 milioni: specie al nord e in particolare in Piemonte) e i granetti col 17% (8.5 milioni di persone: con lieve accentuazione in Emilia-Romagna) si tengono a grande distanza dal pane fresco artigianale, assoluto leader nel Paese.
Di più: mentre fino alla fine degli anni ’90 il prodotto artigianale appariva in lieve calo a favore di quello industriale o surgelato/congelato e specialmente dei cosiddetti prodotti sostitutivi, con l’aprirsi del nuovo decennio/secolo/millennio la diffusione del pane fresco artigianale è tornata a crescere: più del pane industriale (anche congelato/surgelato) e specialmente più dei prodotti sostitutivi, di cui si registra un calo generalizzato. In sintesi, il pane fresco artigianale cresce di 1.8 milioni dal 2000 ad oggi e quello industriale di 1.4 milioni mentre – nel loro insieme – i prodotti sostitutivi perdono ben 2.6 milioni (per il calo anzitutto delle fette biscottate di tipo tradizionale e dei cracker di ogni tipo).
Sono stati chiesti ai 2.1 milioni di italiani la cui famiglia non è acquirente di pane fresco artigianale, i motivi di questa scelta: si è scoperto che in quattro casi su dieci le ragioni sono legate o a questioni di salute/intolleranza alimentare o all’impossibilità/sco-modità di approvvigionarsi di pane fresco, mentre solo in un caso su tre si parla di preferenza per il pane industriale. Questi ultimi soggetti (0.7 milioni di adulti) sono quasi raggiunti dall’oltre mezzo milione di nostri connazionali che in casa consuma pane auto-prodotto in casa sia in forni tradizionali sia in forni moderni: costoro non sono affatto vecchi contadini o montanari ma - all’opposto - giovani men che 35enni, più residenti nei comuni minori, distribuiti dal sud al Triveneto, specie studenti e appartenenti al ceto medio impiegatizio e autonomo, con 0-14enni in famiglia.
Qualcuno potrebbe essere spinto sostenere che la quota dei consumatori di pane fresco artigianale è cresciuta a seguito della crisi economico-sociale della prima metà di questo decennio, ma l’ipotesi è smentita dal rinnovato ‘boom’ presso gli imprenditori, i dirigenti, i professionisti, gli impiegati, i quadri, i tecnici, gli insegnanti e gli studenti delle scuole medie superiori e universitari: un target medio e medio-alto/alto che torna o per la prima volta accede al pane fresco artigianale non più come all’alimento basico dell’Italia povera ma come a una delle esperienze modernizzanti più connesse con i nuovi stili alimentari.
D’altra parte è impressionante la frequenza d’acquisto del pane fresco artigianale: più di due italiani su tre lo comprano tutti i giorni o quasi (in particolare i 14-34enni, i residenti al sud, le famiglie con figli, i salariati e i lavoratori autonomi così come gli appartenenti ai ceti superiori); più di un quinto si approvvigiona da due a quattro volte alla settimana (specie al nord e nelle città maggiori); solo un dodicesimo ha una frequenza d’acquisto minore ma mai bassissima. E tali dati vanno letti sapendo che il 31% compra meno di un chilo alla settimana, quasi la metà da 1 a 4 chili (in media 2.3 chilogrammi), un sesto 4 o più chili (con il dato medio che cresce man mano che si va verso sud e che – ovviamente – cresce il numero medio dei componenti del nucleo familiare).
Quanto alle occasioni di consumo, prevalgono i due pasti principali: la cena (83% degli italiani) e il pranzo (81%), con minor peso della prima colazione (13%) e della merenda (a metà pomeriggio 12% e a metà mattina 9%). Ma contano assai pure il consumo al ristorante/pizzeria (45%), a casa di familiari/amici (41%), durante viaggi/picnic (35%).
Certo, la moderna distribuzione alimentare è un canale di peso crescente nel mercato del pane, servendo quattro italiani su dieci (naturalmente con forte accentuazione per il pane industriale e quello congelato/surgelato). Ma il dato-chiave è un altro e consiste nella straordinaria leadership del dettaglio tradizionale, che serve circa otto acquirenti su dieci, con particolare forza delle panetterie dotate di forno proprio, le quali da sole servono il 70% degli acquirenti di pane di ogni tipo e oltre il 90% degli acquirenti di pane fresco artigianale. Con un’aggiunta: i forni autonomi contano più della media al nord, tra i 25-44enni, per il ceto medio autonomo e impiegatizio, ossia nella nuova Italia dei consumi (con totale smentita dell’identificazione tra dettaglio/artigianato tradizionale e vecchia Italia senile, povera, arcaica).
Viene da chiedersi: quali sono le ragioni di questo rinnovato ‘boom’ del pane fresco artigianale? L’indagine condotta da Astra Ricerche per SIAB ne indica dieci:

1) Il pane fresco artigianale non è considerato un alimento vecchio e superato (lo pensa meno del 4%) e neppure un prodotto consumato prevalentemente dai poveri (una tesi propria solo di un ottavo del campione): al contrario, esso è ridiventato un alimento che corrisponde pienamente ai più moderni stili alimentari e di vita, pur provenendo da una straordinaria tradizione plurimillenaria.
2) In effetti, per la grande maggioranza dei nostri connazionali, il pane fresco artigianale non è più un alimento basico, da alimentazione povera e dei poveri, pur se resta per il 36% uno degli alimenti che costano meno e per il 39% un prodotto con un eccellente rapporto qualità/prezzo. No, esso è diventato un cibo contemporaneamente antico e innovativo: da un lato esso è considerato uno dei piloni portanti del ‘made in Italy’ (il 69% ne parla come di “una delle migliori espressioni della tradizione alimentare italiana”), mentre un quasi identico 70% dice che “è espressione di tante tradizioni regionali o locali assai diverse”, consentendo a quasi tutti un pluralismo un tempo inaccessibile (quando, per secoli, ogni provincia poteva mangiare uno o al massimo due tipi di pani diversi); dall’altro lato, esso esprime valori avanzati (per il 70% è democratico, non discriminando tra età, sessi, condizioni sociali e culture) mentre per il 68% “è uno degli alimenti più sicuri, senza rischi di truffe o sofisticazioni”, per il 62% è adatto anche ai giovani ed è da essi amato, per il 60% “fa bene alla salute”.
3) Secondo la gran parte della popolazione, non solo il pane non fa male alla salute (lo ritiene meno del 5% del campione) e “non è di per sé ingrassante” (lo sostiene il 62%) ma “va bene anche nelle diete dimagranti purché naturalmente non se ne mangi troppo” (55%) ed entra benissimo nei moderni stili alimentari (75%): anzitutto perché si accompagna benissimo ad altri prodotti e apporta preziose sostanze nutritive (69%), col vantaggio ulteriore di essere un ‘taglia-fame’ (68%) e di dare sazietà non costringendo a riempirsi continuamente (secondo la gente solo il latte ha un effetto maggiore su questo terreno).
4) Le sue qualità intrinseche ne fanno un cibo non solo nutriente (69%) ma anche essenziale per la buona crescita dei bambini e dei ragazzi (64%), che d’altra parte pressoché mai lo rifiutano o lo mangiano con difficoltà (solo nell’1% dei casi).
5) Va da sé che tale salutarietà è legata sia all’immagine di prodotto semplice e genuino (70%), non manipolato, nettamente superiore ai pani industriali/surgelati/congelati (55%), sia al suo netto miglioramento recente, discendente dall’accresciuta attenzione alla qualità da parte dei fornai (30%).
6) Vincente su tutto è l’edonismo alimentare: il 75% ha un rapporto quasi erotico col pane fresco artigianale “quando è caldo, appena uscito dal forno, dotato com’è di un sapore e di un profumo straordinari”; ma anche quando non è appena sfornato resta, a detta del 69%, un prodotto alimentare eccezionale anzitutto per il suo buon profumo (69%) e subito dopo per il suo gusto/sapore (68%) oltre che per la sua consistenza (da molto morbida a croccante a seconda dei desideri: 66%).
7) D’altra parte una delle motivazioni principali del rinnovato ‘boom’ del pane artigianale è il suo successo: il 65% afferma che esso piace molto ai suoi familiari/conoscenti, il 62% - come abbiamo visto - parla dell’eccezionale goodwill giovanile per esso, un identico 62% sostiene di adorarlo (“mi piace moltissimo, specie in alcuni tipi o specialità”: soprammedia i 14-34enni, i residenti nel Triveneto, gli studenti, il ceto medio impiegatizio e autonomo, i salariati, coloro che convivono con 0-14enni), mentre quasi un italiano su due (il 49% e cioè 24.2 milioni di nostri connazionali) sostiene che non potrebbe farne a meno, non riuscirebbe a vivere senza pane: qui con leadership del solito Triveneto, dei 45-54enni, degli abbienti e dei laureati non meno che dei soggetti con reddito e consumi medio-bassi (a partire dai salariati), di coloro che hanno bambini o pre-adolescenti in famiglia e degli internauti.
8) Non si notano quasi differenze di genere sessuale nell’amore per il pane, un tempo prevalentemente maschile e ora sostanzialmente bisex.
9) La sua modernità non cancella i suoi antichi valori sia di consumo sia etico-sociali: il 67% lo ama ancora nel caffelatte la mattina, magari un po’ vecchio e il 55% ne coglie e ne esalta il profondo legame con la tradizione cristiana (con accentuazioni che riguardano sia i 55-64enni sia i giovani 14-24enni), con evidente riferimento al significato del pane nel Sacramento dell’Eucaristia, al miracolo del Cristo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, all’atto esemplificativo della carità cristiana consistente nella condivisione del pane con gli ‘ultimi’.
10) Non esiste alcun altro alimento e probabilmente alcun prodotto che sia giudicato contemporaneamente esempio di tradizionalità positiva (dal 77% degli adulti) e di modernità (89%), di trasversalità democratica (84%) e di prestigio sociale (71%).

Insomma, orgoglio nazionale, locale, religioso e laico si sommano in un mix inedito e potente di favore collettivo per questo alimento che viene da lontano e che – oggi moltiplicato quanto a forme, tipi, gusti, consistenze, ecc. – torna ad affermarsi prepotentemente quale sintesi avanzata di vecchio e di nuovo, di radici e di genuinità salutistica, di ‘verità’ e di travolgente piacere orale, olfattivo, tattile, visivo, persino uditivo (se croccante), materiale e simbolico.
Inviata da Anna Garbagna/Antonella Mantovani - Ne.www.s srl

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Aia – Associazione Italiana Allevatori: Andena riconfermato presidente
I vertici dell'Associazione italiana allevatori sono stati nominati nel corso della riunione del Comitato direttivo del 26 aprile. Alla vicepresidenza, Maurizio Garlappi, Stefano Marzioli, Franco Cicarilli e Alberto Statti.
Il Comitato direttivo dell'Associazione italiana allevatori ha riconfermato all'unanimità Nino Andena alla presidenza dell'Aia. Lo affiancheranno come vicepresidenti, Maurizio Garlappi e Stefano Marzioli, che vengono anch'essi riconfermati, e Franco Cicarilli e Alberto Statti, due nuove nomine.
Andena, 56 anni, medico veterinario, sposato e padre di due figli, è allevatore fin da giovane di vacche da latte. Conduce a Bertonico, in provincia di Lodi, l'azienda zootecnica "Frisia", una stalla aperta al consumatore dotata di un punto vendita dove è possibile acquistare anche latte crudo, formaggi e vini lombardi.
La riconferma di Andena è avvenuta nel corso della riunione del 26 aprile del Comitato direttivo, recentemente eletto dall'Assemblea generale dei soci.
Nino Andena è il sesto presidente dell'Aia, l'organizzazione fondata a Roma nell'agosto del 1944. In oltre 60 anni di storia si sono succeduti al vertice dell'Associazione degli allevatori: Roberto Calabresi (dal 1944 al 1950); Tommaso Corsini (1952-1964); Carlo Venino (1964-1989); Palmiro Villa (1989-1998); Andrea Belloli (1998-2001).
Andena entra nell'Aia nel 1995 come consigliere per assumere poi la carica di vicepresidente. Il suo primo mandato risale al 17 maggio 2001, poi la riconferma nel 2004 e ora nel 2007.
Andena ha iniziato il suo lungo cammino nel mondo della rappresentanza agricola come presidente della Cooperativa produttori latte di Codogno. Per cinque anni presiede l'Istituto Sperimentale Lattiero-Caseario di Lodi, diventa consigliere dell'Apa di Milano-Lodi e dal 1995 al 1999 ricopre anche la carica di presidente Unalat. Da dieci anni presidente della Federazione regionale lombarda della Coltivatori Diretti, dal 2001 ne diviene vicepresidente nazionale e, tra il dicembre 2006 e il febbraio 2007, ha traghettato come Presidente l'Organizzazione agricola verso l'assemblea elettiva, nell'intervallo tra le dimissioni di Paolo Bedoni e l'elezione di Sergio Marini.
www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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E’ nata T-ERRE: una nuova etica del viaggio
Il turismo, la principale attività economica nel mondo dopo l’industria del petrolio, si propone spesso, anche attraverso l’immagine stereotipata da “club vacanze”, come fenomeno di consumo, disattento alla “sacralità” di luoghi e popolazioni, disinteressato ad uno scambio rispettoso, che finisce per confondere folclore con cultura, souvenir con produzione locale, elemosina con sviluppo. In controtendenza un nuovo modo di fare turismo si sta sempre più diffondendo, basato su rispetto, educazione, etica, giustizia: il turismo responsabile. Particolare attenzione è data nel “turismo responsabile” ad una equa distribuzione del reddito tra tour operator e Paese ospitante: i viaggi si prefiggono l’obiettivo di lasciare una buona quota del prezzo della vacanza presso il Paese di soggiorno andando a finanziare anche progetti di sviluppo.
A Faenza (Ra) sta avviando le proprie attività la neonata Associazione “T-ERRE, Turismo Responsabile” con lo scopo di sviluppare iniziative e progetti promozionali, di viaggio, culturali e formativi nel campo del turismo responsabile. “Volontà primaria dell'Associazione T-ERRE – spiega l’ispiratore Giorgio Gatta - è quella di attivare una rete di collaborazioni e sinergie tra privati, enti, associazioni, cooperative e imprese per promuovere una filosofia e una modalità di viaggio che concorrano a trasformare atteggiamenti e comportamenti di relazione ed approccio nei confronti dei popoli e dei territori visitati”.
Collaborano al progetto numerosi associazioni ed enti: da Trama di Terre (Imola) a Mani Tese Comitato di Amicizia (Faenza), da Agriturismo Dulcamara (Ozzano dell’Emilia) a Cosmopolite di Faenza, da Equoland, una delle più importanti centrali di importazione del commercio equo in Italia, l’Associazione "Intorno al cerchio" di Bologna.
Il progetto ha il patrocinio e il sostegno di Confcooperative e vi aderiscono in qualità di “sponsor tecnici” aziende locali - COFRA, Faventia Tourist, Cambiamenti, Coop Aleph - le quali, solidali negli obiettivi dell’associazione, forniscono supporto nel campo dell’organizzazione dei viaggi, della grafica e della comunicazione ai mass media.
Per l’estate 2007 e per il successivo inverno l’Associazione T-ERRE ha già in cantiere 4 diverse proposte di viaggio: Benin, la terra delle Amazzoni; Marocco: dalle città imperiali ai villaggi berberi; Perù: oltre il mistero degli Inca; Burkina Faso: nel paese degli “uomini integri”.
Giorgio Gatta, Tel/fax 0546.634280 - ggatta@woow.it - www.terre.org - Pierluigi Papi, Tel. 0545 61141 – ppapi@racine.ra.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei Comunicatori del settore





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