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Vini nel
Mondo
Centopassi
Made in
Italy: olio stop agli inganni
Gli italiani
e il pane artigianale
Aia –
Associazione Italiana Allevatori: Andena riconfermato presidente
E’
nata T-ERRE: una nuova etica del viaggio

Vini
nel Mondo
Dal
1 al 3 giugno 2007 a Spoleto la terza edizione con la 2ª grande
Notte Bianca del Vino
L’eccellenza enologica del Made in Italy che ha conquistato
il mercato dei “Vini nel mondo” si ritrova a Spoleto
tra arte, gusto e cultura.
Un fine settimana ricco di eventi dedicato alla “consapevolezza
del buon bere” che il 2 giugno culminerà nella seconda
notte Bianca del Vino condotta da Fede e Tinto di Decanter-Radio
Due.
“Vini nel Mondo” afferma il presidente della Meet Eventi-Alessandro
Casali- “è l’unica rassegna d’incontro
tra produttori e consumatori, ambientata nella cornice di bellezza,
arte e tradizione (palazzi, castelli, strade, piazze, spazi museali)
di una città gioiello, quale è Spoleto, capace di
coniugare qualità della vita e respiro internazionale, passato
e presente; un contesto unico attraverso il quale Vini nel Mondo
riesce a creare un rapporto privilegiato ed esclusivo un “filo
diretto” tra le più prestigiose cantine, gli esperti,
le istituzioni” da qui “il successo dell’edizione
2006 testimoniato da 250 cantine, 30 mila bottiglie degustate e
150.000 presenze”.
Oltre ai diversi momenti di degustazione di vini pregiati, non mancheranno,
durante i tre giorni di questa grande kermesse dedicata all’Arte
del Vino convegni e dibattiti sulla riforma dell’OCM Vino
e sulle strategie d’internazionalizzazione con la partecipazione
delle istituzioni e dei più qualificati esperti di settore.
Anche quest’ anno Vini nel Mondo testimonierà la grande
generosità del ricco vigneto d’Italia attraverso l’Asta
di Beneficenza del 2 giugno che proporrà oltre 30 prestigiosi
cru in grado di attirare il più vivo interesse dei collezionisti
ed il sostegno di prestigiose presenze imprenditoriali, del giornalismo,
dello spettacolo e della cultura grazie ai quali nell’edizione
2006 sono stati devoluti all’infanzia in difficoltà
ben 20.000 euro.
Appuntamento dunque a Vini nel Mondo -a Spoleto dall’1 al
3 giugno 2007- per scoprire e degustare i grandi Vini italiani nel
mondo.
Vini nel Mondo è promossa dall’associazione Arte, Gusto
e Cultura, organizzata da Meet Eventi e GBang e realizzata con il
contributo del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e
Forestali.
Rita Salimbeni – Ufficio Stampa - www.vininelmondo.org
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Centopassi
Arriva
Centopassi, linea di vini fortemente voluta da Don Ciotti e prodotta
dalla Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra, creata per gestire
le terre siciliane confiscate alla mafia, e distribuita in esclusiva
da Coop. Il “battesimo del bicchiere” a Slow Fish (4/7
maggio, a Genova), in una degustazione guidata dal giornalista Gigi
Piumatti, curatore della Guida Vini d’Italia Slow Food-Gambero
Rosso, con la partecipazione di Don Luigi Ciotti (in programma il
4 maggio). Una linea di vini che, in ogni suo elemento, dal nome
all’etichetta, passando per i vigneti e la cantina in cui
nasce, testimonia l’impegno civile di chi lo ha prodotto,
facendosi portabandiera della legalità. Si tratta della prima
linea di vini prodotta interamente da beni confiscati ai clan mafiosi,
dai vigneti reimpiantati dopo anni di abbandono.
La linea Centopassi fa il suo esordio con due vini, più una
serie limitata, voluta da Don Ciotti, per celebrare il lavoro dei
ragazzi dell’Istituto di Arti Grafiche Bodoni di Torino, che
hanno elaborato il progetto grafico (l’etichetta vincitrice
è stata scelta fra i loro lavori, con un concorso popolare
tra i soci Coop) e hanno individuato il nome Centopassi (il titolo
del film di Marco Tullio Giordana, sceneggiato dal giornalista Claudio
Fava, che racconta la tragica storia di Peppino Impastato). I due
vini sono intitolati a Placido Rizzotto (sindacalista di Corleone
ucciso dalla mafia): il bianco è un Catarratto in purezza;
il rosso è un blend paritario di Nero d’Avola e Syrah,
e proprio quest’ultimo sarà distribuito anche nella
serie limitata con etichetta speciale. Nella nascita della linea
Centopassi è stato fondamentale anche l’aiuto tecnico
fornito dagli esperti di Slow Food, che hanno supervisionato l’intero
processo produttivo, dal lavoro nei vigneti fino all’imbottigliamento
finale, insieme agli enologi Salvatore Martinico e Giuseppe Caviola,
e all'agronomo Federico Curtaz.
Tutto parte nel 1995 a Corleone quando Libera, l’associazione
presieduta da Don Luigi Ciotti, inizia una raccolta di firme per
sollecitare l’approvazione di una legge che preveda l’utilizzo
sociale dei beni confiscati ai boss mafiosi. L’iniziativa
si estende a tutta l’Italia e le firme raccolte arrivano ad
un milione. Nel 1996 viene finalmente approvata la Legge 109, e
da allora alcune centinaia di ettari di terreno confiscati alla
criminalità organizzata sono stati recuperati da uno stato
di completo abbandono e assegnati a cooperative sociali che li lavorano
producendo pasta, vino, olio, passata di pomodoro, farina, frutta,
ortaggi e legumi.
La Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra è stata costituita
nel 2001 da un gruppo di giovani siciliani e gestisce attualmente
42 ettari di vigneto (che arrivano anche ad 800 metri di altitudine)
progressivamente reimpiantati e presto una moderna cantina in fase
di ultimazione. Un progetto che Don Ciotti ha esteso anche nelle
terre confiscate alle altre organizzazioni malavitose, che purtroppo
impediscono a molte aree del Sud Italia uno sviluppo ed una emancipazione.
La bontà di questo tipo di operazione è stata compresa
benissimo anche dagli stessi malavitosi che, è storia di
questi giorni, hanno devastato la sede della Cooperativa calabra
Valle del Marro, situata nella piana di Gioia Tauro e creata dall’associazione
Libera di Don Ciotti nei terreni sequestrati alla ‘ndrangheta.
www.winenews.it
& www.winenews.tv
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Made
in Italy: olio stop agli inganni
Oltre
la metà dell'olio “italiano” venduto nei supermercati
nazionali è spremuto da olive di cui non si conosce la provenienza
che, grazie al provvedimento, dovrà essere indicata in etichetta
per fare finalmente chiarezza e consentire ai consumatori di fare
scelte di acquisto consapevoli.
E’ quanto è emerso nel corso della conferenza stampa
promossa da Coldiretti, Slow Food e Unaprol per presentare il decreto
sull’indicazione obbligatoria d'origine nell’etichettatura
dell’olio vergine ed extravergine di oliva del Ministero delle
Politiche Agricole, Alimentari e Forestali che rappresenta un ulteriore
passo in avanti nella battaglia per la trasparenza dell’informazione
iniziata con la legge 204 del 3 agosto 2004, ottenuta con il sostegno
di un milione di firme raccolte da Coldiretti e che obbliga ad indicare
la provenienza dei prodotti agricoli in tutti gli alimenti.
Si tratta di un momento storico per il prodotto simbolo della dieta
mediterranea nel mondo, che contribuisce anche alla lotta alle frodi
e alle sofisticazioni a difesa della salute dei cittadini. L'obbligo
di indicare la provenienza delle olive impiegate in etichetta è
un contributo alla trasparenza per impedire - sottolinea la Coldiretti
- di “spacciare” come Made in Italy miscugli di olio
spremuto da olive spagnole, greche e tunisine. Un rischio reale
se si considera che nel 2006 si è verificato un aumento record
del 45 per cento degli arrivi di olio di oliva dalla Tunisia che
ha superato la Grecia e che ora rappresenta un quarto del totale
delle importazioni italiane con 110 milioni di chili spediti in
un anno. Mentre importanti marchi nazionali come Carapelli e Sasso
sono finiti in Spagna, che si conferma il principale fornitore con
circa 180 milioni di chili, nelle mani degli imprenditori iberici
del gruppo Sos.
Dopo anni di battaglie per la trasparenza, culminate nell’appello
a tutti i parlamentari da parte della Coldiretti e Slow Food, il
decreto del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
prevede che “al fine di assicurare la rintracciabilità
dell’olio di oliva vergine ed extravergine” nonché
di prevenire frodi nella commercializzazione, è obbligatorio
riportare nell’etichettatura l’indicazione della zona
geografica di coltivazione delle olive e ubicazione del frantoio
nel quale è estratto l’olio”. “L’indicazione
della zona geografica di coltivazione delle olive deve riportare
la regione o lo Stato membro dell’Unione Europea o il Paese
terzo dove è stata effettuata la coltivazione. In caso di
olive non coltivate in un unico Stato membro o Paese terzo, nell’etichetta
deve essere indicata la percentuale di olive coltivate nei diversi
Stati”. In caso di inadempienza sono previste sanzioni amministrative
per un importo fino a 9500 euro per ogni singola infrazione. L’entrata
in vigore - precisa la Coldiretti - è fissata entro 90 giorni
dalla pubblicazione del decreto che è stato trasmesso alla
Commissione Europea per le necessarie verifiche, e comunque in tempo
utile per garantire la trasparenza dell’informazione in etichetta
per il prossimo raccolto di olive Made in Italy.
La norma per l’indicazione di origine in etichetta consente
di verificare oltre al marchio la reale origine delle olive impiegate
e quindi anche di valorizzare gli oliveti italiani che possono contare
su 250 milioni di piante, molte delle quali secolari o situate in
zone dove contribuiscono al paesaggio e all'ambiente. L'Italia -
continua la Coldiretti - è il secondo produttore europeo
di olio di oliva con una produzione nazionale media di oltre 6 milioni
di quintali, due terzi dei quali extravergine e con 38 denominazioni
(Dop/Igp) riconosciute dall'Unione Europea, che sviluppano un valore
della produzione agricola di circa 2 miliardi di Euro e garantiscono
un impiego di manodopera per circa 50 milioni di giornate lavorative.
Negli ultimi anni si è avuto un trend di crescita
nei consumi, soprattutto per oli extravergini, Dop e biologico e
si stima un consumo nazionale di 14 kg procapite. Dal punto di vista
commerciale nel 2006, a fronte di una produzione stimata in 630mila
tonnellate, le importazioni di 430mila tonnellate superano nettamente
le esportazioni pari a 280mila tonnellate.
Il 50 per cento dell’olio venduto in Italia anche con marchi
nazionali è dunque ottenuto da miscele derivanti da olive
straniere senza che questo venga indicato chiaramente in etichetta
con una perdita di valore per la produzione nazionale tanto che
le olive in campo vengono pagate agli agricoltori meno di un terzo
dei prezzi versati dai consumatori al supermercato. Una mancanza
di trasparenza che fa si che anche all’estero si radichi un
falso Made in Italy che non ha nulla a che fare con il territorio
nazionale come il Tuscan Sun e il Pompeian olive oil venduti negli
States o l’olio di oliva extravergine "Romulo" scoperto
dalla Coldiretti in un supermercato di Shanghai in Cina che riporta
in etichetta tanto di lupa del Campidoglio e gemelli, ma proviene
dalla Spagna. Sul solo mercato statunitense il valore degli olio
di oliva taroccati “italian sounding” supera quello
degli originali e raggiunge un importo di 560 milioni di euro con
il valore delle esportazioni italiane in Usa (476 milioni di euro
nel 2006) che potrebbe piu’ che raddoppiare con lo stop alle
imitazioni.
Con le nuove norme sull’extravergine, l'Italia, dove l'etichettatura
di origine è stata prevista, grazie alla mobilitazione della
Coldiretti, anche per il latte fresco, per la carne di pollo e per
la passata di pomodoro, si candida a svolgere una funzione di avanguardia
in Europa nelle politiche rivolte alla sicurezza alimentare e ad
accelerare con coerenza il percorso già intrapreso a livello
comunitario con l'estensione a tutti i prodotti alimentari dell'obbligo
(già in vigore nella UE per carne bovina, uova, miele, ortofrutta
fresca) di indicare nelle etichette l'origine della componente agricola
impiegata.
Relazioni Esterne Coldiretti – www.coldiretti.it
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Gli
italiani e il pane artigianale
È
in atto un boom del consumo del pane fresco artigianale: è
questo il principale risultato dell’indagine demoscopica commissionata
ad Astra Ricerche dal SIAB, il Salone Internazionale dell’Arte
Bianca di Verona, e realizzata nella seconda metà di gennaio
2007 tramite 1.488 interviste telefoniche, somministrate con il
metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing) ad un campione
rappresentativo della popolazione italiana 14-79enne (esclusi i
non residenti e i membri delle convivenze: ospedali, ospizi, convitti,
carceri, caserme, conventi, ecc.), pari ad un universo di circa
50 milioni di adulti.
Gli italiani che dichiarano che in famiglia si acquista pane fresco
artigianale sono il 96% della popolazione: come a dire 47.9 milioni
su un totale di quasi 50 milioni. Il consumo è sostanzialmente
trasversale, anche se un modesto ‘picco’ (98%) si osserva
nel Lazio (Roma è davvero la capitale d’Italia, almeno
per quello che riguarda il pane fresco artigianale).
I due concorrenti diretti del prodotto artigianale sono il pane
industriale, che non supera il 28% (14.1 milioni: soprammedia nel
Triveneto e nel nord-ovest dove maggiore è il peso della
moderna distribuzione alimentare) e il pane surgelato/congelato
che non arriva al 7% (3.3 milioni: in particolare in Veneto). Ma
anche le fette biscottate col loro 66% di penetrazione nelle famiglie
italiane (32.9 milioni: specie nel centro-sud), i cracker col 63%
(31.5 milioni: specie nel Triveneto), i grissini col 46% (23.2 milioni:
specie al nord e in particolare in Piemonte) e i granetti col 17%
(8.5 milioni di persone: con lieve accentuazione in Emilia-Romagna)
si tengono a grande distanza dal pane fresco artigianale, assoluto
leader nel Paese.
Di più: mentre fino alla fine degli anni ’90 il prodotto
artigianale appariva in lieve calo a favore di quello industriale
o surgelato/congelato e specialmente dei cosiddetti prodotti sostitutivi,
con l’aprirsi del nuovo decennio/secolo/millennio la diffusione
del pane fresco artigianale è tornata a crescere: più
del pane industriale (anche congelato/surgelato) e specialmente
più dei prodotti sostitutivi, di cui si registra un calo
generalizzato. In sintesi, il pane fresco artigianale cresce di
1.8 milioni dal 2000 ad oggi e quello industriale di 1.4 milioni
mentre – nel loro insieme – i prodotti sostitutivi perdono
ben 2.6 milioni (per il calo anzitutto delle fette biscottate di
tipo tradizionale e dei cracker di ogni tipo).
Sono stati chiesti ai 2.1 milioni di italiani la cui famiglia non
è acquirente di pane fresco artigianale, i motivi di questa
scelta: si è scoperto che in quattro casi su dieci le ragioni
sono legate o a questioni di salute/intolleranza alimentare o all’impossibilità/sco-modità
di approvvigionarsi di pane fresco, mentre solo in un caso su tre
si parla di preferenza per il pane industriale. Questi ultimi soggetti
(0.7 milioni di adulti) sono quasi raggiunti dall’oltre mezzo
milione di nostri connazionali che in casa consuma pane auto-prodotto
in casa sia in forni tradizionali sia in forni moderni: costoro
non sono affatto vecchi contadini o montanari ma - all’opposto
- giovani men che 35enni, più residenti nei comuni minori,
distribuiti dal sud al Triveneto, specie studenti e appartenenti
al ceto medio impiegatizio e autonomo, con 0-14enni in famiglia.
Qualcuno potrebbe essere spinto sostenere che la quota dei consumatori
di pane fresco artigianale è cresciuta a seguito della crisi
economico-sociale della prima metà di questo decennio, ma
l’ipotesi è smentita dal rinnovato ‘boom’
presso gli imprenditori, i dirigenti, i professionisti, gli impiegati,
i quadri, i tecnici, gli insegnanti e gli studenti delle scuole
medie superiori e universitari: un target medio e medio-alto/alto
che torna o per la prima volta accede al pane fresco artigianale
non più come all’alimento basico dell’Italia
povera ma come a una delle esperienze modernizzanti più connesse
con i nuovi stili alimentari.
D’altra parte è impressionante la frequenza d’acquisto
del pane fresco artigianale: più di due italiani su tre lo
comprano tutti i giorni o quasi (in particolare i 14-34enni, i residenti
al sud, le famiglie con figli, i salariati e i lavoratori autonomi
così come gli appartenenti ai ceti superiori); più
di un quinto si approvvigiona da due a quattro volte alla settimana
(specie al nord e nelle città maggiori); solo un dodicesimo
ha una frequenza d’acquisto minore ma mai bassissima. E tali
dati vanno letti sapendo che il 31% compra meno di un chilo alla
settimana, quasi la metà da 1 a 4 chili (in media 2.3 chilogrammi),
un sesto 4 o più chili (con il dato medio che cresce man
mano che si va verso sud e che – ovviamente – cresce
il numero medio dei componenti del nucleo familiare).
Quanto alle occasioni di consumo, prevalgono i due pasti principali:
la cena (83% degli italiani) e il pranzo (81%), con minor peso della
prima colazione (13%) e della merenda (a metà pomeriggio
12% e a metà mattina 9%). Ma contano assai pure il consumo
al ristorante/pizzeria (45%), a casa di familiari/amici (41%), durante
viaggi/picnic (35%).
Certo, la moderna distribuzione alimentare è un canale di
peso crescente nel mercato del pane, servendo quattro italiani su
dieci (naturalmente con forte accentuazione per il pane industriale
e quello congelato/surgelato). Ma il dato-chiave è un altro
e consiste nella straordinaria leadership del dettaglio tradizionale,
che serve circa otto acquirenti su dieci, con particolare forza
delle panetterie dotate di forno proprio, le quali da sole servono
il 70% degli acquirenti di pane di ogni tipo e oltre il 90% degli
acquirenti di pane fresco artigianale. Con un’aggiunta: i
forni autonomi contano più della media al nord, tra i 25-44enni,
per il ceto medio autonomo e impiegatizio, ossia nella nuova Italia
dei consumi (con totale smentita dell’identificazione tra
dettaglio/artigianato tradizionale e vecchia Italia senile, povera,
arcaica).
Viene da chiedersi: quali sono le ragioni di questo rinnovato ‘boom’
del pane fresco artigianale? L’indagine condotta da Astra
Ricerche per SIAB ne indica dieci:
1) Il pane fresco artigianale non è considerato
un alimento vecchio e superato (lo pensa meno del 4%) e neppure
un prodotto consumato prevalentemente dai poveri (una tesi propria
solo di un ottavo del campione): al contrario, esso è ridiventato
un alimento che corrisponde pienamente ai più moderni stili
alimentari e di vita, pur provenendo da una straordinaria tradizione
plurimillenaria.
2) In effetti, per la grande maggioranza dei nostri connazionali,
il pane fresco artigianale non è più un alimento basico,
da alimentazione povera e dei poveri, pur se resta per il 36% uno
degli alimenti che costano meno e per il 39% un prodotto con un
eccellente rapporto qualità/prezzo. No, esso è diventato
un cibo contemporaneamente antico e innovativo: da un lato esso
è considerato uno dei piloni portanti del ‘made in
Italy’ (il 69% ne parla come di “una delle migliori
espressioni della tradizione alimentare italiana”), mentre
un quasi identico 70% dice che “è espressione di tante
tradizioni regionali o locali assai diverse”, consentendo
a quasi tutti un pluralismo un tempo inaccessibile (quando, per
secoli, ogni provincia poteva mangiare uno o al massimo due tipi
di pani diversi); dall’altro lato, esso esprime valori avanzati
(per il 70% è democratico, non discriminando tra età,
sessi, condizioni sociali e culture) mentre per il 68% “è
uno degli alimenti più sicuri, senza rischi di truffe o sofisticazioni”,
per il 62% è adatto anche ai giovani ed è da essi
amato, per il 60% “fa bene alla salute”.
3) Secondo la gran parte della popolazione, non solo il pane non
fa male alla salute (lo ritiene meno del 5% del campione) e “non
è di per sé ingrassante” (lo sostiene il 62%)
ma “va bene anche nelle diete dimagranti purché naturalmente
non se ne mangi troppo” (55%) ed entra benissimo nei moderni
stili alimentari (75%): anzitutto perché si accompagna benissimo
ad altri prodotti e apporta preziose sostanze nutritive (69%), col
vantaggio ulteriore di essere un ‘taglia-fame’ (68%)
e di dare sazietà non costringendo a riempirsi continuamente
(secondo la gente solo il latte ha un effetto maggiore su questo
terreno).
4) Le sue qualità intrinseche ne fanno un cibo non solo nutriente
(69%) ma anche essenziale per la buona crescita dei bambini e dei
ragazzi (64%), che d’altra parte pressoché mai lo rifiutano
o lo mangiano con difficoltà (solo nell’1% dei casi).
5) Va da sé che tale salutarietà è legata sia
all’immagine di prodotto semplice e genuino (70%), non manipolato,
nettamente superiore ai pani industriali/surgelati/congelati (55%),
sia al suo netto miglioramento recente, discendente dall’accresciuta
attenzione alla qualità da parte dei fornai (30%).
6) Vincente su tutto è l’edonismo alimentare: il 75%
ha un rapporto quasi erotico col pane fresco artigianale “quando
è caldo, appena uscito dal forno, dotato com’è
di un sapore e di un profumo straordinari”; ma anche quando
non è appena sfornato resta, a detta del 69%, un prodotto
alimentare eccezionale anzitutto per il suo buon profumo (69%) e
subito dopo per il suo gusto/sapore (68%) oltre che per la sua consistenza
(da molto morbida a croccante a seconda dei desideri: 66%).
7) D’altra parte una delle motivazioni principali del rinnovato
‘boom’ del pane artigianale è il suo successo:
il 65% afferma che esso piace molto ai suoi familiari/conoscenti,
il 62% - come abbiamo visto - parla dell’eccezionale goodwill
giovanile per esso, un identico 62% sostiene di adorarlo (“mi
piace moltissimo, specie in alcuni tipi o specialità”:
soprammedia i 14-34enni, i residenti nel Triveneto, gli studenti,
il ceto medio impiegatizio e autonomo, i salariati, coloro che convivono
con 0-14enni), mentre quasi un italiano su due (il 49% e cioè
24.2 milioni di nostri connazionali) sostiene che non potrebbe farne
a meno, non riuscirebbe a vivere senza pane: qui con leadership
del solito Triveneto, dei 45-54enni, degli abbienti e dei laureati
non meno che dei soggetti con reddito e consumi medio-bassi (a partire
dai salariati), di coloro che hanno bambini o pre-adolescenti in
famiglia e degli internauti.
8) Non si notano quasi differenze di genere sessuale nell’amore
per il pane, un tempo prevalentemente maschile e ora sostanzialmente
bisex.
9) La sua modernità non cancella i suoi antichi valori sia
di consumo sia etico-sociali: il 67% lo ama ancora nel caffelatte
la mattina, magari un po’ vecchio e il 55% ne coglie e ne
esalta il profondo legame con la tradizione cristiana (con accentuazioni
che riguardano sia i 55-64enni sia i giovani 14-24enni), con evidente
riferimento al significato del pane nel Sacramento dell’Eucaristia,
al miracolo del Cristo della moltiplicazione dei pani e dei pesci,
all’atto esemplificativo della carità cristiana consistente
nella condivisione del pane con gli ‘ultimi’.
10) Non esiste alcun altro alimento e probabilmente alcun prodotto
che sia giudicato contemporaneamente esempio di tradizionalità
positiva (dal 77% degli adulti) e di modernità (89%), di
trasversalità democratica (84%) e di prestigio sociale (71%).
Insomma, orgoglio nazionale, locale, religioso e laico si sommano
in un mix inedito e potente di favore collettivo per questo alimento
che viene da lontano e che – oggi moltiplicato quanto a forme,
tipi, gusti, consistenze, ecc. – torna ad affermarsi prepotentemente
quale sintesi avanzata di vecchio e di nuovo, di radici e di genuinità
salutistica, di ‘verità’ e di travolgente piacere
orale, olfattivo, tattile, visivo, persino uditivo (se croccante),
materiale e simbolico.
Inviata da Anna Garbagna/Antonella Mantovani - Ne.www.s srl
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Aia
– Associazione Italiana Allevatori: Andena riconfermato presidente
I
vertici dell'Associazione italiana allevatori sono stati nominati
nel corso della riunione del Comitato direttivo del 26 aprile. Alla
vicepresidenza, Maurizio Garlappi, Stefano Marzioli, Franco Cicarilli
e Alberto Statti.
Il Comitato direttivo dell'Associazione italiana allevatori ha riconfermato
all'unanimità Nino Andena alla presidenza dell'Aia. Lo affiancheranno
come vicepresidenti, Maurizio Garlappi e Stefano Marzioli, che vengono
anch'essi riconfermati, e Franco Cicarilli e Alberto Statti, due
nuove nomine.
Andena, 56 anni, medico veterinario, sposato e padre di due figli,
è allevatore fin da giovane di vacche da latte. Conduce a
Bertonico, in provincia di Lodi, l'azienda zootecnica "Frisia",
una stalla aperta al consumatore dotata di un punto vendita dove
è possibile acquistare anche latte crudo, formaggi e vini
lombardi.
La riconferma di Andena è avvenuta nel corso della riunione
del 26 aprile del Comitato direttivo, recentemente eletto dall'Assemblea
generale dei soci.
Nino Andena è il sesto presidente dell'Aia, l'organizzazione
fondata a Roma nell'agosto del 1944. In oltre 60 anni di storia
si sono succeduti al vertice dell'Associazione degli allevatori:
Roberto Calabresi (dal 1944 al 1950); Tommaso Corsini (1952-1964);
Carlo Venino (1964-1989); Palmiro Villa (1989-1998); Andrea Belloli
(1998-2001).
Andena entra nell'Aia nel 1995 come consigliere per assumere poi
la carica di vicepresidente. Il suo primo mandato risale al 17 maggio
2001, poi la riconferma nel 2004 e ora nel 2007.
Andena ha iniziato il suo lungo cammino nel mondo della rappresentanza
agricola come presidente della Cooperativa produttori latte di Codogno.
Per cinque anni presiede l'Istituto Sperimentale Lattiero-Caseario
di Lodi, diventa consigliere dell'Apa di Milano-Lodi e dal 1995
al 1999 ricopre anche la carica di presidente Unalat. Da dieci anni
presidente della Federazione regionale lombarda della Coltivatori
Diretti, dal 2001 ne diviene vicepresidente nazionale e, tra il
dicembre 2006 e il febbraio 2007, ha traghettato come Presidente
l'Organizzazione agricola verso l'assemblea elettiva, nell'intervallo
tra le dimissioni di Paolo Bedoni e l'elezione di Sergio Marini.
www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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E’
nata T-ERRE: una nuova etica del viaggio
Il turismo,
la principale attività economica nel mondo dopo l’industria
del petrolio, si propone spesso, anche attraverso l’immagine
stereotipata da “club vacanze”, come fenomeno di consumo,
disattento alla “sacralità” di luoghi e popolazioni,
disinteressato ad uno scambio rispettoso, che finisce per confondere
folclore con cultura, souvenir con produzione locale, elemosina
con sviluppo. In controtendenza un nuovo modo di fare turismo si
sta sempre più diffondendo, basato su rispetto, educazione,
etica, giustizia: il turismo responsabile. Particolare attenzione
è data nel “turismo responsabile” ad una equa
distribuzione del reddito tra tour operator e Paese ospitante: i
viaggi si prefiggono l’obiettivo di lasciare una buona quota
del prezzo della vacanza presso il Paese di soggiorno andando a
finanziare anche progetti di sviluppo.
A Faenza (Ra) sta avviando le proprie attività la neonata
Associazione “T-ERRE, Turismo Responsabile” con lo scopo
di sviluppare iniziative e progetti promozionali, di viaggio, culturali
e formativi nel campo del turismo responsabile. “Volontà
primaria dell'Associazione T-ERRE – spiega l’ispiratore
Giorgio Gatta - è quella di attivare una rete di collaborazioni
e sinergie tra privati, enti, associazioni, cooperative e imprese
per promuovere una filosofia e una modalità di viaggio che
concorrano a trasformare atteggiamenti e comportamenti di relazione
ed approccio nei confronti dei popoli e dei territori visitati”.
Collaborano al progetto numerosi associazioni ed enti: da Trama
di Terre (Imola) a Mani Tese Comitato di Amicizia (Faenza), da Agriturismo
Dulcamara (Ozzano dell’Emilia) a Cosmopolite di Faenza, da
Equoland, una delle più importanti centrali di importazione
del commercio equo in Italia, l’Associazione "Intorno
al cerchio" di Bologna.
Il progetto ha il patrocinio e il sostegno di Confcooperative e
vi aderiscono in qualità di “sponsor tecnici”
aziende locali - COFRA, Faventia Tourist, Cambiamenti, Coop Aleph
- le quali, solidali negli obiettivi dell’associazione, forniscono
supporto nel campo dell’organizzazione dei viaggi, della grafica
e della comunicazione ai mass media.
Per l’estate 2007 e per il successivo inverno l’Associazione
T-ERRE ha già in cantiere 4 diverse proposte di viaggio:
Benin, la terra delle Amazzoni; Marocco: dalle città imperiali
ai villaggi berberi; Perù: oltre il mistero degli Inca; Burkina
Faso: nel paese degli “uomini integri”.
Giorgio Gatta, Tel/fax 0546.634280 - ggatta@woow.it
- www.terre.org
- Pierluigi Papi, Tel. 0545 61141 – ppapi@racine.ra.it
[Indice]
ASA Associazione Stampa Agroalimentare
Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei
Comunicatori del settore


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