ENTI E MINISTERI

Ortofrutta, le ricette per un rilancio
Il calo dei consumi preoccupa gli operatori che il CSO ha riunito a Bologna per confrontarsi sulle strategie da adottare. Tre i pilastri, export, innovazione e qualità. Purché si sia ben organizzati

C'è chi sostiene che il futuro dell'ortofrutta italiana sia nell'export, chi nell'innovazione varietale, chi ancora in una efficace organizzazione delle filiere produttive, magari andando a braccetto con la GDO, e infine chi punta nella promozione offrendo al consumatore un'immagine del benessere che si portano dietro frutta e verdura quando vanno in tavola. Tante proposte e tante idee, sperando si trasformino poi in progetti concreti, venuti fuori dall'incontro promosso dal CSO (il Centro Servizi Ortofrutticoli che rappresenta in fatturato il 14% dell'ortofrutta italiana) con il titolo “Consumi di frutta e verdura in Italia, analisi e idee per il rilancio”, che si è tenuto a Bologna il 9 giugno. Attorno al tavolo analisti di mercato, rappresentanti dei produttori, della distribuzione e delle istituzioni che con la “regia” di Paolo Bruni, che del CSO è presidente, hanno “sezionato” i problemi dell'ortofrutta da ogni angolazione a iniziare dal calo dei consumi. Perché a preoccupare è la flessione della spesa per frutta e verdura che dai 461 chilogrammi per famiglia del 2000, è scesa a 323 chilogrammi nel 2013. Un calo in quantità e un calo in valore, tanto da portare la spesa mensile in questo settore sotto i 50 euro al mese. Un calo che ha colpito più alcuni segmenti rispetto ad altri. E' il caso delle arance, ma non delle clementine, delle banane ma non della frutta esotica (+11%), delle angurie, ma non delle fragole (+3%) o delle ciliegie (+6%). I numeri dicono allora che c'è una tenuta nel segmento stagionale e un “premio” alle innovazioni varietali, come accaduto per le fragole. Non dissimile le considerazioni espresse per gli ortaggi a foglia, con le insalate in calo del 2% e i radicchi in crescita del 18%, sempre nel confronto fra 2012 e 2013. Ma a prevalere in tutto il comparto è tuttavia il segno meno.

La risposta è l'export
Il grande interrogativo che il settore ortofrutticolo si pone è se questa flessione è destinata a invertirsi o meno. Secondo Paolo De Castro, già presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo e reduce da un significativo successo alle recenti elezioni europee, il futuro lo si gioca soprattutto sull'export. Il calo dei consumi è sì dovuto alla crisi, ma si sta trasformando da congiunturale a strutturale. Una conseguenza del progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Dunque export come necessità e non come opportunità. E nella nuova Pac si possono anche individuare strumenti e sostegni in questa direzione. E' in arrivo un nuovo regolamento che destina risorse per promuovere programmi di penetrazione commerciale alle quali può accedere anche il settore ortofrutticolo. Il 75% dell'intervento è a carico della UE, il restante delle singole imprese. A regime ci saranno a disposizione 200 milioni. Ma servono progetti e proposte, che devono arrivare prima che i “giochi” siano completati. “Dobbiamo imparare - ha sottolineato De Castro - ad anticipare ciò che la Commissione va proponendo, contrariamente a quanto avvenuto con la nuova Pac, dove l'Italia è stata di fatto assente.” Un appello, quasi un rimprovero, agli stessi produttori e alle loro organizzazioni, che ora non si dovranno far trovare impreparati alle prossime scadenze. A settembre, ha ricordato De Castro, quando le istituzioni comunitarie avranno completato il lavoro di riassetto, si discuterà di biologico e dell'OCM ortofrutta (all'interno dell'OCM unica) e poi, in autunno, si sarà di nuovo al lavoro sul settore lattiero caseario.

La sfida italiana
Se c'è molto da fare per l'export, non sono da meno le sfide sul fronte dei consumi interni. Quel che manca è una politica agricola di indirizzo, come sostiene Francesco Pugliese, forte del suo osservatorio dalla plancia di comando di Conad e come presidente dell'Associazione della distribuzione moderna (ADM). Suo l'esempio degli errori commessi con la “quarta gamma” (le verdure pronte per il consumo) sulla quale in troppi si sono buttati senza una visione d'insieme ed oggi la produzione è inflazionata al punto che gli acquisti sono “aste al ribasso”. Per non parlare delle arance, settore che l'Italia sembra aver abbandonato, a vantaggio degli spagnoli. Ma là, ha ricordato Pugliese, è sufficiente parlare con un solo interlocutore per veder soddisfatte le esigenze di rifornimento di un grande gruppo di distribuzione. In Italia per lo stesso risultato occorrono 10 o più interlocutori. Insomma, filiere grandi e ben organizzate oppure, per dirla con lo stesso Pugliese, “si vendono speranze destinate a trasformarsi in disperazione”.

Il ruolo dell'Emilia Romagna
Fra i sostenitori della filiera organizzata si può annoverare la regione Emilia-Romagna. Negli ultimi cinque anni, ha ricordato l'assessore all'Agricoltura, Tiberio Rabboni, sono stati destinate alle OP importanti risorse economiche che hanno riguardato anche  le aziende singole o quelle di trasformazione che pure hanno avuto il sostegno della Regione. Impegno destinato a continuare con i nuovi Psr le cui disponibilità finanziarie sono anche superiori a quelle dei sette anni precedenti. Però è necessario, ha evidenziato l'Assessore, riuscire a programmare la produzione in chiave strategica. Un esempio è quello che viene dall'organismo interprofessionale della pera che ci si augura possa essere di esempio per altri segmenti produttivi.

La più sana è italiana
Molti dei numerosi interventi all'incontro del CSO hanno rimarcato lo stretto rapporto esistente fra qualità e preferenze del consumatore, come pure la sua consapevolezza del benessere in chiave salutistica che si accompagna al consumo di questi prodotti. Su quest'ultimo aspetto il presidente Bruni, nel concludere i lavori congressuali, ha voluto rimarcare l'elevato grado di sicurezza che l'ortofrutta italiana è in grado di garantire. Nell'ambito dell'Unione Europea l'analisi dei residui indesiderati evidenzia che in Italia è un problema che riguarda appena lo 0,2% della produzione. Lo stesso dato sale all'1,6% nei paesi Ue per crescere sino all'8% nei prodotti extra europei. Sulla sicurezza della nostra produzione e sul benessere che accompagna il consumo di ortofrutta si articoleranno così le campagne di promozione che il CSO si appresta a portare avanti in sintonia con alcune catene della GDO.

(Angelo Gamberini - http://agronotizie.imagelinenetwork.com)

 


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