ENTI E MINISTERI

Ue: nuovo budget divide Stati membri. Per Italia saldo -6 mld euro
Italia e Francia sono pronte a puntare i piedi sul prossimo programma quadro pluriennale dell'Unione europea: due paesi, fino ad oggi, non si sono mai avvalsi della facoltà di chiedere il 'rebate', il rimborso per lo squilibrio tra ciò che si mette sul piatto dell'Ue e ciò che dall'Ue si riceve in termini economici e di benefici. Adesso, se necessario, Italia e Francia potrebbero alzare la voce e chiedere indietro dei soldi.

E' solo uno dai tanti problemi che si profilano a Bruxelles, dove il dibattito sul prossimo budget dell'Unione per il periodo 2014-2020 sta già mettendo a dura prova l'Europa a ventisette (per l'occasione a ventotto, visto che la Croazia entrerà a luglio 2013 e il bilancio oggetto delle trattative riguarda anche il prossimo stato membro). L'Italia ribadisce la sua presa di posizione per quanto riguarda i fondi per la politica agricola comune (Pac): i pagamenti diretti non dovranno essere garantiti solo sul criterio della superficie agricola (criterio che penalizzerebbe l'Italia), ma anche ''tenendo conto di circostanze specifiche'', quali ''il valore aggiunto'', ossia la qualità del prodotto. Un principio che l'Italia è riuscita a far inserire - anche se come nota a piè di pagina - nella bozza di Cipro, paese che detiene la presidenza di turno del Consiglio europeo. Su questo il nostro paese è irremovibile: con un contributo del 62,5% alla Pac sul totale delle risorse messe a disposizione dell'Ue - contro una media europea del 47,6% - il nostro paese vuole ritorni certi in campo agricolo. Ma l'Italia vuole anche una modifica di allocazioni per i fondi di coesione, importanti per colmare il divario nord-sud. I tagli operati da Cipro, lamenta l'Italia, non sono lineari e per le regioni mancano all'appello 12 miliardi, il taglio più corposo di tutti.
Attualmente l'Italia è uno dei grandi contributori netti, ossia riceve dall'Ue meno di quanto da' per il funzionamento dell'Unione europea. E' il terzo contributore in termini assoluti dopo Germania e Francia, e nel 2011 è stato il primo in termini percentuali con un contributo pari allo 0,38% del Pil nazionale (contro lo 0,36% dei Paesi Bassi e lo 0,34% della Germania), che si traduce in un saldo negativo di quasi sei miliardi di euro nel 2011. Una cifra ''non sostenibile'' per l'Italia, che chiede miglioramenti tali da rendere meno onerosa la differenza tra dare e avere. In caso contrario è pronta a chiedere il 'rebate'. Una posizione analoga è quella della Francia, pronta a puntare i piedi se non si raggiunge un accordo che soddisfi le richieste - e le necessità - del governo di Parigi (che al pari dell'Italia non vuole tagli sui fondi per l'agricoltura).
Un accordo sul budget al momento appare un miraggio: Cipro, nella sua prima bozza, ha annunciato tagli ai tetti di spesa per 50 miliardi rispetto alla proposta della Commissione europea, annunciando che serviranno ulteriori cure dimagranti. La Commissione Ue e il Parlamento europeo hanno criticato la linea dei ciprioti, mettendo in guardia che la riduzione dei tetti di spesa mette a rischio tutte le politiche per la crescita e l'occupazione in sede Ue.
Scontenti del piano cipriota anche Germania, Paesi Bassi e Svezia, che vorrebbero una riduzione più corposa del budget (almeno 100 miliardi). In tutto questo anche la Danimarca minaccia di puntare i piedi: chiede una 'revisione' del budget, pretendendo rimborsi per 150 milioni di euro all'anno per tutti i sette anni del prossimo programma quadro. Ma a tenere col fiato sospeso è la Gran Bretagna: il Parlamento di Westminster ha adottato una risoluzione con cui chiede di ridurre il budget dell'Ue anche fino al 200 miliardi. Ai parlamentari non va giù l'austerity imposta da Bruxelles, per cui hanno chiesto che anche l'Ue faccia sacrifici. David Cameron ha quindi le mani legate: mediare significherebbe perdere il sostegno del Parlamento, del cui consenso ha bisogno per governare; porre il veto significherebbe bloccare tutto. A Bruxelles il clima è teso: non trovare accordi e mostrare che gli stati membri non sono in grado di decidere come dividersi le risorse sarebbe un messaggio devastante per i mercati. Ma a Bruxelles c'è chi teme addirittura per un'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, scenario ancor più critico.
Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha organizzato per il 22 e 23 novembre un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo proprio sul budget, invitando a tenersi pronti a lavorare anche di sabato. Un invito che a questo punto sembra destinato a tramutarsi in ordine del giorno: le trattative si annunciano lunghe e difficili, e appare plausibile che la decisione finale possa slittare a dicembre, in occasione del vertice del Consiglio europeo del 13 e 14 dello stesso mese. Van Rompuy ha intenzione di mediare e di rendere possibile o un'intesa o un accordo politico di massima da perfezionare a dicembre Quello che si vuole evitare è di protrarre i lavori del vertice di novembre per poi giungere a un nulla di fatto: se non ci sarà accordo - come appare probabile - si rinvierà tutto al mese successivo. Insomma, o si forza la mano e si ottiene un accordo, oppure ci si riaggiorna. Ma la situazione è tanto delicata quanto incandescente. Si guarda con preoccupazione a Gran Bretagna e Germania, ma si guarda con attenzione la Francia: con Francois Hollande, sottolineano gli addetti ai lavori, la linea del paese ha subito ''un'evoluzione critico-costruttiva''. (www.asca.it)



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