AZIENDE E PRODOTTI

Unioncamere: la crisi fa chiudere le imprese agricole, nel primo trimestre -1,6%
La Cia commenta i dati Movimprese: le aziende soffocate dall’assenza di liquidità, dalla burocrazia elefantiaca e dall’aumento dei costi di produzione, a partire dal “caro-gasolio”. I produttori sono sotto pressione e certo l’arrivo dell’Imu non aiuta.
 
Le imprese agricole italiane sono in profonda sofferenza. Burocrazia, mancanza di credito e “caro-gasolio” continuano a soffocare le imprese, che non riescono più a stare sul mercato. Soltanto nel primo trimestre dell’anno, come evidenziano oggi i dati Movimprese di Unioncamere, il settore primario ha perso 13.335 aziende: vale a dire l’1,6 per cento in meno rispetto ai tre mesi precedenti. Si tratta, in valori assoluti, del saldo negativo più pesante tra i comparti produttivi del Paese. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori.
I produttori vivono una situazione drammatica che non ha precedenti -spiega la Cia- schiacciati sia dai problemi strutturali del comparto che dalle difficoltà congiunturali conseguenti all’intensificarsi della crisi economica. A mettere sotto pressione il mondo agricolo c’è innanzitutto la macchina farraginosa della burocrazia: non solo costa al settore più di 4 miliardi di euro l’anno (di cui oltre un miliardo addebitabile a ritardi, disservizi e inefficienze della PA), ma fa perdere a ogni impresa quasi 90 giorni di lavoro l’anno solo per rispondere a tutti gli obblighi fiscali e contributivi.
Inoltre, mentre si fa sempre più forte la stretta creditizia -continua la Cia- crescono le situazioni debitorie delle imprese. Ad oggi, infatti, ben due aziende agricole su tre sono gravate da debiti e tre su dieci non riescono più a fronteggiarlo, con il rischio di finire nella rete dell’usura e della criminalità organizzata.
Ma non basta: a tutto questo -osserva la Cia- si aggiunge l’aumento continuo dei costi di produzione, trascinati in alto dalla corsa dei carburanti, mentre i prezzi sui campi continuano a restare non remunerativi. Nel 2011, l’incremento record del gasolio agricolo è costato oltre 5mila euro a impresa, e nei primi mesi dell’anno questa voce di spesa si è ulteriormente ampliata, con un incremento tendenziale dell’8,9 per cento solo a febbraio (ultimo dato disponibile).
Tutto questo scoraggia le imprese, gettandole nella disperazione, e certo ora l’arrivo dell’Imu (pur con i miglioramenti degli ultimi passaggi parlamentari) ci mette un ulteriore “carico da novanta”. Ma l’agricoltura è fondamentale per il Paese, rappresentando oltre il 15 per cento del Pil, ha bisogno solo di essere messa in condizioni di tornare a crescere. Ma per fare questo, serve per esempio una riduzione dei costi (soprattutto l’abbattimento dell’accise sul gasolio); una semplificazione amministrativa e fiscale; un miglioramento dell’accesso al credito; contratti sicuri con i soggetti della filiera, soprattutto con la Gdo; una spinta decisa verso l’aggregazione. (www.cia.it)

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