FATTI E PERSONE

Prodotti Dop, Igp e Stg: 6 miliardi di fatturazione
Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto 'Qualivita-Ismea 2011' (dati al 31.10.2010), presentato al Ministero delle Politiche agricole alla presenza del titolare del dicastero, Mario Catania.


Una base produttiva di circa 85 mila aziende; un volume prodotto pari a quasi 1,3 milioni di tonnellate; un fatturato alla produzione di circa 6 miliardi di euro e al consumo di quasi 10 miliardi di euro (dati 31.12.2010); leader mondiale del comparto per numero di produzioni certificate, con 239 prodotti iscritti nel registro Ue, di cui 149 Dop, 88 Igp, 2 Stg (dati 31.12.2011). Sono questi i numeri con i quali il sistema italiano delle produzioni agroalimentari di qualità certificata, si presenta al volgere del primo decennio del XXI secolo. Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto 'Qualivita-Ismea 2011'
(dati al 31.10.2010), presentato ieri al ministero delle Politiche agricole alla presenza del titolare del dicastero, Mario Catania.
Dopo l’aumento costante registrato tra il 2004 e il 2007 e dopo la flessione del 2008 e del 2009, la produzione certificata di Dop e Igp ha ripreso nel 2010 la sua crescita, registrando nel complesso un incremento di oltre il 20% su base annua.
L’aumento complessivo è stato determinato principalmente dall’incremento della produzione di ortofrutta e cereali (+46,4%), in particolare delle mele, e di quella di Aceto Balsamico di Modena che ha più che quintuplicato i suoi quantitativi certificati.
Incrementi più contenuti provengono dal comparto dei formaggi (+2%) e da altri settori che hanno anche un peso decisamente minore in termini di produzione certificata, come gli oli extravergini di oliva (+0,7%), le carni fresche (+6%) e la voce residuale “altri comparti” che segna un +13,4%.
Al contrario registra un lieve calo il comparto dei prodotti a base di carne (-1,7%) a causa della flessione accusata principalmente dai prosciutti di Parma e San Daniele.
Analizzando i valori di mercato del comparto delle Dop e Igp, si stima nel 2010 un giro d’affari potenziale di quasi 6 miliardi di euro alla produzione, mentre, per quanto riguarda il valore al consumo, si può stimare prudenzialmente un valore di poco inferiore ai 10 miliardi di euro, di cui circa 7,4 sul mercato nazionale.
Osservando il fatturato alla produzione complessivo generato dai singoli prodotti, si continua a rilevare una forte concentrazione su poche denominazioni. Nel 2010 le prime dieci Dop-Igp assommavano oltre l’82% del fatturato complessivo del comparto, una percentuale che però si è assottigliata di circa 4 punti rispetto al 2004.
Quindi è vero che il comparto delle Dop e Igp rimane ancora molto concentrato, ma bisogna sottolineare altresì l’ascesa di nuove promettenti denominazioni, che si stanno facendo spazio nell’ambito anche dei più importanti prodotti.
Un esempio recente è costituito dall’Aceto balsamico di Modena, entrato di prepotenza nella top-ten per fatturato all’origine solo nel 2010, con un peso del 4% sul totale dopo che nel 2009 la sua incidenza non arrivava nemmeno all’1%.
Nel 2010 tra le produzioni più importanti si registrano tassi di crescita notevoli per l’Aceto Balsamico di Modena Igp e dal 10 al 24% per Grana Padano Dop, Parmigiano Reggiano Dop e Mozzarella di Bufala Campana Dop. Oscilla invece tra il 3 ed il 6% l’incremento per la Bresaola della Valtellina Igp, la Mortadella Bologna Igp e il Gorgonzola Dop. In flessione del 2-3% il giro d’affari dei due principali prosciutti Dop (Parma e San Daniele) e di oltre il 4% quello del Pecorino Romano (flessione in atto dal 2008).
Effettuando infine un confronto per tipologia merceologica tra peso in termini di numero di denominazioni e del fatturato all’azienda, si nota in alcuni comparti un’asimmetria tra incidenza delle denominazioni e del valore di mercato: negli ortofrutticoli il numero complessivo di denominazioni pesa sul totale per un 40%, ma il fatturato complessivo ha un’incidenza stimata del 5%; per gli oli di oliva il numero complessivo di denominazioni incide sul totale per il 17%, ma il fatturato complessivo ha un peso dell’1%. Quasi opposto è invece il fenomeno per i formaggi e i prodotti a base di carne.
“Anche il 2011, ha sottolineato il presidente dell’Ismea, Arturo Semerari, seppure nei dati ancora preliminari elaborati dall’Ismea, conferma l’andamento positivo per i prodotti agricoli e alimentari di qualità, sia con riferimento alle esportazioni che ai consumi interni. Nel 2012 il quadro potrebbe comunque deteriorarsi, ma riteniamo che soprattutto la componente dell’export, che pesa per un terzo circa sulla produzione, possa contribuire a sostenere il comparto, bilanciando un eventuale rallentamento dei consumi interni”. “Attraverso le nostre indagini panel, ha proseguito Semerari, rileviamo nel quarto trimestre 2011 un calo della fiducia presso gli operatori del settore. I giudizi restano però prevalentemente positivi e risultano in generale migliori tra le imprese appartenenti al sistema della qualità”.
“Il quadro complessivo della qualità italiana ci porta un po’ di ottimismo; i dati produttivi e le 20 nuove denominazioni italiane registrate nel 2011, che coinvolgono oltre 7000 potenziali nuove aziende nella certificazione di prodotto, sono un segnale di vitalità per l’agricoltura ma in generale per tutta l’economia, commenta Mauro Rosati segretario Generale della fondazione Qualivita. Ci sono imprese che guardano al futuro con un rinnovato interesse in un contesto di mercato internazionale dove il “Q Factor” rappresenta l’unica bussola a cui affidarsi. La nuova globalizzazione induce a nuove attenzioni e bisogni soprattutto di prodotti alimentari di qualità e per questo motivo, per cogliere le opportunità intrinsecamente legate a questi cambiamenti, occorre innovare e stravolgere certi paradigmi come “il piccolo è bello” e “l’originalità improvvisata” e puntare sull’organizzazione aziendale, gli standard di certificazione ed il marketing”.
"L'analisi longitudinale delle produzioni italiane a Do mostra una realtà che procede lungo un deciso sentiero di crescita dimensionale, osserva il professor Alberto Mattiacci della Sapienza di Roma, responsabile scientifico del rapporto. Tuttavia sarebbe perlomeno da ingenui lanciarsi in affermazioni trionfalistiche: a nessuno sfugge, infatti, che il comparto deve parte rilevante della propria crescita al solo allargamento della base produttiva certificata e non a significativi delta di performance delle varie denominazioni - eccezion fatta per uno sparutissimo numero di esse. Ancora troppo timido appare il miglioramento delle capacità di mercato dei protagonisti del comparto: politiche di marca a sostegno dei prezzi, competenze e capacità di relazione coi partner commerciali - per citarne solo due - sono ancora vette irraggiungibili per molte (troppe) delle denominazioni italiane. Tutto ciò, alla luce delle forti tendenze di rischio e opportunità che lo scenario economico presenta, deve porsi al vertice dell'agenda dei decisori politici e aziendali". (www.aiol.it)



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