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PERCORRENDO
LA FILIERA
A cura di GIUSEPPE CREMONESI [ cremonesi.web@asa-press.com
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Vini rosati: la paura fa…compattare
Che i due maggiori consorzi dei vini rosé, segnatamente
quello del Garda Classico, prodotto sulla sponda bresciana del lago -
15 aziende associate con una produzione di 500mila bottiglie - e quello
del Bardolino Doc della sponda veronese - circa 9,5 milioni, 1.130 aziende,
904 viticoltori, 127 vinificatori, 108 imbottigliatori - fossero oggettivamente
rivali è un dato di fatto. Rivali, beninteso, sotto il profilo
commerciale, come posizionamento sul mercato interno e come strategie
di comunicazione (invero pochine per entrambe). Ora, però, con
l’assurdo e incolto progetto della UE che dovrebbe consentire l’ottenimento
di vini rosati con la semplice miscelatura tra vini bianchi e rossi, ecco
che quantomeno questi due consorzi di tutela, a partire dallo scorso Vinitaly
dove di questo problema si è parlato a lungo, hanno deciso che,
sempre in osservanza delle rispettive identità, di avviare assieme
oltre ad una marcata opposizione al progetto comunitario, alcune azioni
di promozione o più precisamente di evidenziazione dei rispettivi
prodotti facendo conoscere cos’è davvero il vino chiaretto
e come lo si produce. Riguardo allo scellerato progetto Ue, mi piace ricordare,
riportandolo nel riquadro sottostante, ciò che il 5 maggio scorso
l’eurodeputata Elisabetta Gardini ha detto in commissione a Bruxelles.
Ero venuta animata dall'intenzione di portare il dolore, il rammarico,
la scontentezza del mondo dei produttori di vino italiani e mi sono trovata
di fronte ad un muro, di fronte ad una indifferenza, mi auguro magari
dovuta alla freddezza della traduzione, ma da quello che ho ascoltato
mi è sembrato di capire che non ci sono aperture, che non ci sono
speranze, che non c'è un varco. Poco tempo fa, molto recentemente,
nella mia regione – io vengo dal Veneto – si è tenuta
una manifestazione, il Vinitaly, che è una delle rassegne più
importanti per quanto riguarda proprio il mondo del vino ed ha riscosso
un enorme successo una petizione in difesa dei vini rosati. Hanno aderito
grandi cantine, grandi produttori di vino italiani, ma sono arrivate firme
anche da altre parti d'Europa; sono arrivate firme da cittadini dell'Olanda,
della Francia, della Spagna, del Belgio, del Lussemburgo, della Slovenia,
della Polonia, della Lituania, dell'Ucraina. La passione per il rosé,
è autentica e non ha veramente confini se non, sembra, nella Commissione
europea. Eppure parliamo di cultura, parliamo di territorialità,
parliamo di tradizione. Vorrei anche consegnare, come donna, una riflessione:
ma quando noi combattiamo per l'uso sbagliato che si fa dell'alcol, è
pensabile che mettendo in mano una bevanda di scarsa qualità, una
bevanda alcolica a poco prezzo, completamente sradicato dal territorio,
dalla cultura, dalla qualità, faremo un buon servizio verso le
nuove generazioni? Riusciremo a educarli ad un uso del vino e dell'alcol
legati all'interno di buone abitudini e di buone prassi? Ecco, io consegno
anche questa riflessione perché vi state assumendo delle grandi
responsabilità in tutti i sensi.
Tornando ad una delle prime attività
di comunicazione-promozione congiunta, è nato Drink Pink, chiarito
dal payoff “né bianco, né rosso: chiaretto”,
una giornata dedicata appunto a questo vino, che ha proposto in un grande
hotel milanese circa un centinaio di vini rosati in libera degustazione.
Seguirà quasi certamente, considerato che entrambe i consorzi fruiscono
del fascino del Benaco, il varato di un suggestivo progetto eno-lacustre.
«Stiamo concretizzando – mi spiega Sante Bonomo, presidente
del consorzio Garda Classico in perfetta sintonia con Giorgio Tommasi,
omologo del consorzio del Bardolino Doc, una o più giornate che
rimarcheranno, tra l’altro, questa partnership comunicazionale,
facendo traghettare da una riva all’altra del lago ospiti e villeggianti
per far apprezzare i nostri rosati». Pur in assenza di dati certi
(ci tornerò sopra) si può sostenere che questa tipologia
enoica stia vivendo attualmente una sorta, almeno apparente, di Rinascimento;
in altri termini, una chiara tendenza del loro gradimento e una crescita
dei consumi interni che, se ancora modesti, indicano tuttavia ampie possibilità
di sviluppo. Lo comproverebbe il fatturato della GDO, canale d’acquisto
pressoché preferenziale, stimato attorno al 3%. Ciò detto
circa l’impegno e la concretezza dei citati Consorzi, nondimeno
va evidenziato che il comparto dei vini rosati è un universo imperscrutabile.
Questa tipologia è la più sottostimata nel panorama enoico
nazionale, addirittura inferiore (lo dicono con brutale evidenza i dati
di vendita) degli agghiaccianti vini in brick. Molte le ragioni per le
quali non vengono opportunamente considerati dai consumatori: in primis
perché sono vittime di pregiudizi tali da fargli perdere la loro
dignità e identità poiché sono giudicati in genere
né bianchi né rossi, quindi dei non vini o al massimo degli
stravaganti blended. Tale convinzione è in gran parte frutto di
una malinconica pratica di ristoratori scorretti (e produttori senza scrupoli)
che in un passato non lontanissimo erano soliti, appunto, miscelare bianchi
e rossi in modo da creare un insulso vino dal colore rosato. Pratica che
fortunatamente ai giorni nostri è vietata per legge in tutti i
Paesi vinicoli del mondo salvo, appunto, che non venga approvato quell’idiota
ancorché opportunistico progetto della Ue in discussione. Gli unici
vini rosati che possono essere prodotti in questo modo sono i vini-base
utilizzati per la produzione di spumanti. Se ciò è vero,
com’è vero, occorrerebbe che qualcuno spiegasse ai consumatori
che i vini rosati sono prodotti mediante tecniche specifiche con l'intento
dichiarato di proporre un vino dal colore rosa più o meno accentuato
e pertanto non devono essere considerati come vini inferiori o di incerta
classificazione. Spiegarlo al consumatore e non ai convegni, tavole rotonde
e simposi dove i partecipanti sono quei produttori, enologi, master wine
et similia che il contesto lo conoscono benissimo. Si dirà: c’è
la stampa a dover fungere da divulgatrice. Vero, però la stampa
dovrebbe essere in grado di poter accedere e verificare dati reali per
parlare correttamente dell’argomento. Sarebbe infatti utile capire
come effettivamente risponde il mercato, qual è il volume produttivo
dell’intero settore e il peso economico che sviluppa sia all’interno
che all’estero; quali le tendenze, le modalità e i momenti
di consumo. Verificare se l’identificazione di vino per “donne”,
cavalcata da molti, sia esatta e non un vincolo, così pure la destinazione
pressoché perentoria di “vino per l’estate”.
Sarebbe utile, e così tutti noi scriveremmo cose più sensate
e meno redazionali, alias “marchette”. Ma oggettivamente non
possiamo. Non c’è uno straccio di Ente pubblico (leggi: Ente
Vini o il settore vini e vigneti del Mipaaf), di istituto di ricerca o
osservatorio dei consumi (Istat, Ismea, Iri Infoscan, Nielsen, ecc), di
giornali cartacei o web specializzati (Corriere Vinicolo, Civiltà
del Bere, Bibenda, Wine news, Enotime, ecc) in grado di fornire alcun
dato reale in merito. Andiamo tutti a spanne e a sensazioni. Sembra che
i rosati con le bollicine si vendano benino, (degli Champagne rosé
è sicuro e i dati delle importazioni del Commitée lo confermano),
che l’export dei rosati delle due sponde gardesane faccia faville.
Sembra. Perché lo dicono produttori e imbottigliatori che orgogliosamente
sparano cifre a cui fare atto di fede. E veniamo ai prezzi: il prezzo
medio in enoteca di un buon rosato varia, quando va bene, dai 7 ai 10
euro. Al ristorante non è così e i tristemente scandalosi
ricarichi valgono anche per questa tipologia, (e non si dica che gravi
lo stoccaggio di cantina) mentre presso le insegne della distribuzione
organizzata il prezzo medio è di 3,5 euro, quindi? E’ il
mercato bellezza! Ma un bel po’ di confusione c’è comunque,
più o meno la stessa che esiste peraltro tra i vari produttori
dei nostri rosé (pare, ripeto pare, siano un migliaio dislocati
dalle Alpi al Lilibeo). E riguardo le tecniche produttive? C’è
chi dice di produrre rosati che devono avere una vita di non oltre 4 mesi,
chi sostiene che possono sopportare egregiamente l’invecchiamento
per anni; e ancora, chi fa orgogliosamente ampio uso delle barrique, chi
le aborre; chi si è convertito al tappo a vite rinunciando al sughero
o al silicone, chi pensa sia un vino specifico per signore (il rosa aiuta),
chi reputa sia trasversale, chi l’ha pensato per tutto pasto, eccetera.
Quanto alla distribuzione, salvo le cospicue (specie le cantine gardesane)
vendite dirette, ci sono aziende che ancor oggi hanno il sopracciò
di non far entrare i loro rosati nei supermarket e, non sia mai, nei discount
perché i loro vini non meritano quei canali “troppo popolari”.
E’ successo per anni coi rossi e coi bianchi che poi restavano in
cantina o diretti agli acetifici.
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